R. Kelly, al centro, arriva in tribunale a Chicago, 6 marzo 2019. (Joshua Lott, Afp)

Sopravvivere a R. Kelly

R. Kelly, al centro, arriva in tribunale a Chicago, 6 marzo 2019. (Joshua Lott, Afp)
18 marzo 2019 11:56

C’era una stanza, chiamata black room, dove le ragazze che vivevano con R. Kelly in una casa di Atlanta facevano cose “che non si possono neanche immaginare”. Era tutta nera: pavimento, mobili, tappeti, tende. E al centro c’era un letto. Asante McGee, vittima o, come lei preferisce, sopravvissuta agli abusi del cantante statunitense, ha raccontato: “Non importa quanto fosse umiliante quello che lui ti chiedeva di fare, dovevi farlo lo stesso”.

Accuse come queste, di violenza e manipolazione psicologica su giovani donne nere, hanno accompagnato tutta la carriera di R. Kelly, 52 anni, star statunitense dell’rnb che ha venduto più di 75 milioni di dischi in tutto il mondo e ha scritto canzoni famose come I believe I can fly e You are not alone per Michael Jackson. La prestigiosa rivista Billboard l’ha definito “l’artista rnb di maggior successo della storia”.

Il 22 marzo Kelly dovrà comparire di nuovo in tribunale per rispondere a dieci accuse di abusi sessuali commessi tra il 1998 e il 2000 su quattro donne, tre delle quali erano minorenni all’epoca dei fatti. Per questo il documentario R. Kelly, vittime di una popstar, che va in onda dal 18 marzo su un canale Sky, è uno strumento prezioso per capire meglio la vicenda. Il film si basa su una serie di interviste alle donne che hanno accusato il cantante. Tra queste anche la sua ex moglie, Andrea Kelly.


Il documentario, uscito negli Stati Uniti a gennaio con il titolo Surviving R. Kelly, è stato fondamentale per l’apertura di nuove inchieste e ha scatenato un nuovo dibattito negli Stati Uniti. Eppure, al momento, Kelly è ancora libero, vive ancora con alcune delle donne di cui avrebbe abusato, e né i tribunali né il movimento #MeToo né l’iniziativa di boicottaggio #MuteRKelly, lanciata nel 2017, sono riusciti a fermarlo completamente, anche se al momento gli impediscono di fare concerti e di pubblicare nuovi album.

Dov’è cominciato tutto
Robert Sylvester Kelly è nato l’8 gennaio del 1967 a Chicago, Illinois. Era il terzo di quattro fratelli. Sua madre era una cantante di fede battista. Robert non ha mai conosciuto suo padre. Ha passato l’infanzia nel quartiere di Bronzeville, nelle case popolari. A otto anni aveva cominciato a cantare nel coro della chiesa. Nella sua autobiografia ha raccontato che da bambino, fino ai 14 anni, aveva subìto abusi sessuali da parte di una parente molto più grande di lui, ma non ha mai rivelato il nome della donna.

Nel 1981 Kelly era iscritto alle superiori alla Kenwood academy ma aveva problemi a causa della dislessia. Non riusciva né a leggere né a scrivere (oggi legge solo alcune parole). La sua fortuna è stata quella di incontrare la maestra di musica Lena McLin, che l’ha incoraggiato a prendere la strada della musica. Nel 1992 ha messo insieme un gruppo rnb, i Public Announcement, autori del disco Born into the 90’s. Nonostante il successo dell’album, da quel momento Kelly ha deciso di seguire la strada solista. Nel 1993 ha pubblicato 12 play, che conteneva Bump n’ grind, il suo primo brano in grado di arrivare in testa alle classifiche.

L’età non è altro che un numero
Da quel momento la sua carriera è decollata. Già dai primi anni, però, R. Kelly ha dovuto fare i conti con accuse di molestie. Il primo caso eclatante è stato quello di Aaliyah, una giovane cantante rnb che ha esordito nel 1994. Il suo primo album, intitolato Age ain’t nothing but a number, è stato prodotto e composto interamente da Kelly e conteneva testi con riferimenti a una storia d’amore tra una ragazza molto giovane e un uomo più adulto.

All’epoca Aaliyah aveva 15 anni, Kelly 27. Girava voce che tra i due ci fosse qualcosa di più di una relazione professionale, ma le voci sono diventate qualcosa di più quando la rivista Vibe ha pubblicato un certificato di matrimonio tra i due, secondo il quale si erano sposati in segreto a Rosemont il 31 agosto di quell’anno. Secondo alcuni testimoni il cantante temeva di aver messo incinta Aaliyah. Nel certificato, tra l’altro, c’era scritto che Aaliyah aveva 18 anni e non 15 come nella realtà. Il matrimonio in seguito è stato annullato per volontà dei genitori della ragazza.

La carriera di R. Kelly, nel frattempo, non conosceva ostacoli: il successo di I believe I can fly, una toccante canzone pop del 1996 influenzata dal gospel e composta per la colonna sonora del film d’animazione Space Jam, aveva trasformato il cantante di Chicago in una star negli Stati Uniti e nel resto del mondo. I believe I can fly era, ed è ancora oggi, una canzone molto amata dalla comunità afroamericana, un pezzo che si suona la domenica in chiesa. E ha condizionato l’opinione pubblica, a partire dai fan del cantante. Tutti sapevano che Kelly aveva una vita sessuale sfrenata, che aveva l’abitudine di ospitare molte ragazze nel suo studio, in casa sua e sul bus durante i tour. Ma come poteva un predatore sessuale con un debole per le minorenni aver scritto un brano così delicato?

La cassetta
Il disco successivo, R., è uscito nel 1998 e ha venduto quasi tredici milioni di copie in tutto il mondo. I tour del cantante erano trionfali. Ma le accuse sul suo conto aumentavano. A febbraio 2002 è scoppiato un caso clamoroso: la polizia di Chicago ha ricevuto una videocassetta di 26 minuti e mezzo che mostrava un uomo che faceva sesso con una ragazzina e le urinava addosso. L’identità della giovane non è mai stata confermata ufficialmente, ma secondo alcuni testimoni si trattava della nipote di Stephanie Edwards, in arte Sparkle, una cantante rnb il cui disco di debutto era uscito per l’etichetta di R. Kelly. La ragazzina, anche lei un’aspirante cantante, era stata presentata a Kelly dalla stessa Sparkle e da tempo frequentava l’artista di Chicago. Nel giugno del 2002 Kelly è stato incriminato per pedopornografia.

Nello stesso anno è stato arrestato con la stessa accusa dalla polizia mentre si trovava in Florida. Dopo una perquisizione, gli hanno trovato in casa un’altra videocassetta porno. Ma secondo il giudice gli agenti non avevano l’autorizzazione per entrare nella sua abitazione e il caso è stato chiuso.


Dopo una serie di rinvii, nel 2008 si è tenuto finalmente il processo che coinvolgeva la nipote di Sparkle. Ma la sentenza è stata una sorpresa: Kelly è stato giudicato “non colpevole”. Sparkle e altre persone chiamate a testimoniare – compresa Lisa Van Allen, una delle sopravvissute, che ha raccontato di essere stata costretta a fare sesso a tre con Kelly e con la minorenne – avevano riconosciuto sia lui sia la ragazzina nel video. Ma la famiglia della minorenne aveva negato che quella nel filmato fosse la figlia. Uscendo dall’aula, R. Kelly è stato accolto dalle sue fan in estasi.

La setta
Dare conto di tutte le accuse nei confronti di R. Kelly è difficile. Nessuno sa di preciso quante siano, perché in molti casi non sono arrivate in tribunale e sono state sistemate attraverso accordi economici con le donne coinvolte, che prevedono la non divulgazione. Ma la cosa più sconvolgente è che, se le accuse fossero vere, quello di R.Kelly non sarebbe solo un comportamento predatorio reiterato. Il cantante avrebbe messo in piedi un vero e proprio sistema di reclutamento, al quale partecipava il suo staff. Adescava e manipolava giovani donne nere, a volte minorenni, tenendole in casa sua come schiave sessuali. E secondo molti lo fa ancora oggi.

Nel luglio 2017, a nove anni di distanza dal processo, il sito BuzzFeed News ha pubblicato un’inchiesta firmata da Jim DeRogatis, lo stesso giornalista che si era occupato del caso della videocassetta per il Chicago Sun-Times. Nell’articolo tre ragazze che in passato avevano frequentato Kelly – Cheryl Mack, Kitti Jones e Asante McGee – spiegavano che sei donne vivevano come delle prigioniere in alcune case affittate dal cantante a Chicago e ad Atlanta: Kelly decideva quando e cosa mangiavano, come si vestivano, quando potevano lavarsi, dormire, andare in bagno. E soprattutto decideva quando e in che modo dovevano fare sesso con lui, a volte partecipando a delle orge, nelle loro stanze o nella black room. Riprendeva tutto con una videocamera, e conservava le cassette. Le ragazze dovevano chiamarlo “daddy” (paparino) e seguire i suoi ordini. Se trasgredivano, venivano picchiate o restavano senza cibo e acqua, oppure erano costrette a fare i bisogni in un secchio accanto al letto, come racconta il documentario Vittime di una popstar.


I genitori delle ragazze “ostaggio” dell’artista hanno definito la situazione simile a quella di “una setta”. Alcune di loro, come Joycelyn Savage e Azriel Clary, vivono ancora con lui, nonostante i continui appelli delle famiglie e di recente hanno rilasciato un’intervista alla Cbs accusando i loro genitori di voler solo estorcere soldi a Kelly. Secondo diverse testimonianze anche la nipote di Sparkle farebbe ancora parte della setta. Una delle sopravvissute, Dominique Gardner, è fuggita.

“Lo ammetto”
L’ultimo caso, che potrebbe essere quello decisivo, è quello che lo porterà in tribunale il 22 marzo, dopo essere uscito dal carcere su cauzione. Due settimane dopo la messa in onda di Surviving R. Kelly negli Stati Uniti, il cantante è stato licenziato dalla sua casa discografica, la Rca, di proprietà della Sony. Tutti i suoi concerti in programma negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda sono stati cancellati. L’avvocato dell’accusa Michael Avenatti sostiene di aver messo le mani su un video che mostra R. Kelly mentre fa sesso con una ragazzina di 14 anni e di averlo consegnato a un tribunale di Chicago.

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Di recente Kelly è stato di nuovo in carcere. Era stato arrestato perché non pagava gli alimenti alla ex moglie Andrea, anche lei vittima dei suoi abusi. Kelly non vede i figli da anni, e una delle sue figlie l’ha definito “un mostro”.

Qualche mese fa R. Kelly ha pubblicato su Soundcloud un nuovo brano, intitolato I admit it, nel quale sembra confessare una serie di cose, quando in realtà difende il suo stile di vita, e continua a sfidare con la musica i suoi accusatori, come ha fatto in tante altre canzoni, lanciando come sempre messaggi ambigui e dal chiaro contenuto sessuale.


R. Kelly negli ultimi anni ha rilasciato diverse interviste, nelle quali lanciava messaggi contraddittori. Nella lunga intervista a GQ del gennaio 2016, parlando del rapporto con i suoi figli, ha detto di essere un padre amorevole “come Bill Cosby, quello buono”.

La recente intervista che ha rilasciato alla Cbs è andata meno bene: ha pianto e ha inveito contro la telecamera, ricorendo a “tecniche di difesa che di solito usano i colpevoli di abusi”, come ha scritto Pitchfork. E mentre negava le accuse il “linguaggio del suo corpo diceva esattamente il contrario”.

I complici
La vicenda di R. Kelly non sarebbe stata possibile senza la complicità di alcune persone. Anzitutto del suo staff, che avrebbe avuto parte attiva nel “reclutamento” delle ragazze e nel gestire la loro prigionia. Ma anche le radio, la sua casa discografica e molti artisti hanno preso le distanze troppo tardi dalla sua figura. Alcuni cantanti hanno collaborato con lui quando le accuse erano già note a tutti: nel 2000 Jay-Z ha registrato con Kelly il brano Guilty until proven innocent, quando la storia di Alliyah era già nota, Lady Gaga nel 2013 ha registrato con lui il brano Do what u want (with my body) e si è esibita al suo fianco in una performance molto esplicita al Saturday Night Live, anche se di recente ha chiesto scusa pubblicamente. Altri, come Erykah Badu, lo difendono ancora oggi.

Perché R. Kelly è stato protetto fino a oggi? Secondo molti, per un motivo semplice: le sopravvissute sono giovani donne nere e a nessuno importa niente di loro. E la comunità afroamericana, un po’ com’è successo in un certo senso nel caso O.J. Simpson, ha avuto paura ad accusare apertamente un nero famoso. In un articolo pubblicato a gennaio sull’Atlantic, Jemele Hill ha riflettuto sul caso, spiegando come lo stesso R. Kelly abbia usato l’appoggio della comunità per farsi scudo contro le accuse. Hill ha scritto:

La comunità afroamericana ha faticato ad affrontare il problema degli abusi, perché gestire questo problema significava isolare gli uomini neri. Ma una comunità che si fa condizionare fino ad accettare gli abusi non solo fa una cosa inaccettabile, anzi mette ancora più a rischio la salute delle donne nere. Secondo l’Institute for women’s policy research, più del 20 per cento delle donne nere subisce uno stupro nella sua vita. Si dice Black lives matter. Ma questo slogan non dovrebbe includere anche le donne e le ragazze nere?

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