Pochi minuti dopo la pubblicazione del video – in cui si vede un nero accoltellare un bianco – in tutta l’Irlanda del nord è subito apparso molto chiaro quello che stava per succedere. Il risentimento diffuso, il ruolo dei social media, l’ambiguità delle parole dei politici e le ingerenze degli agitatori all’estero avevano creato la carica esplosiva. La sera dell’8 giugno è arrivata la scintilla.

Chi ha visto il video non lo dimenticherà facilmente: in una strada del nord di Belfast un uomo ne accoltella un altro al volto e al collo, urlando frasi in arabo. I passanti intervengono e lo bloccano, ma la vittima, Stephen Ogilvie, viene gravemente ferita e perde un occhio.

Il 10 giugno Hadi Alodid, trent’anni, rifugiato sudanese, è comparso davanti a un tribunale di Belfast con l’accusa di tentato omicidio. Il procedimento è stato rapido, ma le case delle famiglie appartenenti alle minoranze etniche devastate dalla violenza della folla testimoniano che la giustizia sommaria è stata ancora più veloce.

“Chi viveva lì?”, ha chiesto una donna la sera del 9 giugno davanti ai resti carbonizzati di una casa su McMaster street, nei pressi di Newtownards road, nella zona orientale di Belfast.
“Una famiglia di rom romeni”, ha risposto qualcuno.

La donna ha annuito, come se fosse perfettamente logico cacciare una famiglia per un crimine commesso da uno sconosciuto dall’altra parte della città. E come se fosse del tutto normale che centinaia di ragazzi, spesso con il volto coperto, si aggirassero minacciosi per le strade invase dal fumo acre e dal ronzio degli elicotteri della polizia. Per i rivoltosi che hanno dato fuoco a case e veicoli, compresi un autobus e un’auto della polizia, tutto questo aveva perfettamente senso.

I social media, i politici e gli influencer di estrema destra come Elon Musk e Tommy Robinson hanno cavalcato l’idea che tutto sia collegato: gli immigrati e i rifugiati rubano le case alla gente del posto che prova a resistere, impongono le loro tradizioni e commettono crimini. La polizia non fa nulla e per questo la comunità si mobilita.

Questa visione del mondo era alla base dei disordini di scoppiati a Belfast nel 2024, in seguito all’assassinio di tre bambine a Southport, degli atti di pulizia etnica contro i rom dell’anno scorso nella cittadina di Ballymena e di tutte le intimidazioni contro le persone dalla pelle scure durante le ronde per la sicurezza.

Eppure nel 2025 il tasso di criminalità dell’Irlanda del nord è diminuito del 3,3 per cento rispetto all’anno precedente e ha raggiunto i minimi storici dal 1998, con un calo significativo degli atti di violenza e dei ferimenti. I crimini e gli incidenti a sfondo razziale, in compenso, hanno raggiunto i livelli più alti da quando hanno cominciato a essere monitorati, nel 2004.

Nel giro di poche ore dall’attacco dell’8 giugno la rabbia ha invaso i social media. “Ora basta!”, hanno scritto in molti. Alle dieci del mattino del giorno dopo diversi utenti hanno cominciato a condividere orari e luoghi di assembramento. Secondo i piani, tutte le attività commerciali avrebbero dovuto chiudere alle 17.30 – “non trovate scuse!” – e dalle 19 la folla avrebbe bloccato le strade. Alcuni hanno cercato di proporre una protesta pacifica, ma altri hanno consigliato ai manifestanti di indossare abiti neri e di prepararsi a essere arrestati.

A mezzogiorno i leader dei cinque principali partiti hanno diffuso un comunicato congiunto condannando l’attentato e invitando la popolazione alla calma. “Lasciate che la giustizia faccia il suo corso”.

Chi alimenta l’incendio

Qualcuno, però, ha usato un linguaggio decisamente più incendiario. Gavin Robinson, leader del Partito unionista democratico (Dup), ha definito l’attentato “un gesto medievale”, mentre Jim Allister, capo del partito Voce unionista tradizionale (Tuv), si è spinto ancora oltre: “Cosa dobbiamo fare per fermare l’importazione di una cultura aliena che oggi sembra includere i tentativi di decapitare la gente?”.

Da migliaia di chilometri di distanza, Musk e Robinson (che si trovava a Mosca) hanno invitato la popolazione nordirlandese a protestare in massa. Alle quattro del pomeriggio le saracinesche dei supermarket, dei barbieri e dei negozi di gadget gestiti da arabi e africani erano già abbassate, mentre i proprietari e i dipendenti si preparavano a trincerarsi in casa. Il Centro islamico di Belfast ha cancellato la preghiera serale e ha invitato i fedeli a non uscire di casa.

Le folla si è radunata nelle aree designate a partire dalle 18:30. Alcuni gruppi hanno mantenuto un atteggiamento pacifico, prima di disperdersi. Altri sono cresciuti di numero e si sono divisi in gruppuscoli che hanno preso d’assalto auto e abitazioni di proprietà o occupate da persone con la pelle scura.

“Fuori gli stranieri!”, urlavano qualcuno. Altri scrivevano sui muri “Fanculo l’Islam”, aggiungendo il disegno di un mirino. Alle 22 colonne di fumo si alzavano su diverse aree della città: Oakley street, Crumlin road, Lendrick street, McMaster street, Newtownards road. In alcune zone l’atmosfera era quasi festosa, con persone che scattavano selfie e bevevano birra. Un uomo ha preso in braccio il figlio per fargli osservare meglio una casa in fiamme. “Guarda un po’ lì”, ha detto. “Wow”, ha esclamato il ragazzo.

Fuori da Belfast la folla ha appiccato incendi a Portadown, Dundonald e Newtownabbey. I pompieri hanno ricevuto 256 segnalazioni e sono entrati in azione in 62 casi.

Scene simili si sono viste anche in Inghilterra, ma il caos in Irlanda del Nord ha riportato alla mente i momenti bui del passato, come quando nel 1969 una folla inferocita diede fuoco alle case delle famiglie cattoliche. “È lo stesso tipo di comportamento: vogliono cacciare le persone che considerano diverse”, spiega Peter Shirlow, direttore dell’Istituto di studi irlandesi dell’università di Liverpool.

I troubles hanno creato il mito degli uomini e dei ragazzi vestiti di nero e con il volto coperto che si presentano come difensori delle loro comunità. Oggi, però, il nemico è cambiato. “Le prove che abbiamo raccolto su questo fenomeno sono chiare”, spiega Shirlow. “La maggioranza dei cattolici e dei protestanti concorda con la tesi secondo cui gli immigrati non portano un contributo positivo alla società e all’economia”.

Diverse frange degli ambienti repubblicani “sorvegliano e contrastano” le azioni xenofobe. I lealisti, invece, sono spaccati, e spesso cavalcano il concetto di invasione culturale, spiega Shirlow. “Tutto questo rientra tranquillamente nella definizione di razzismo, cioè la tendenza a stereotipare e disumanizzare le minoranze”.

Kashif Akram, esponente del Centro islamico di Belfast, sottolinea che alcuni politici hanno cercato un capro espiatorio per giustificare l’incapacità del governo nordirlandese di costruire abbastanza alloggi. “E la colpa è addossata ai più deboli, cioè gli immigrati”.

Patrick Corrigan, dirigente di Amnesty International, ricorda che questa è la terza estate consecutiva in cui si verificano violenze razziste organizzate. La situazione sta peggiorando. “Questa è violenza razzista di una gravità sconvolgente, ed evidentemente non è nata dal nulla”.

La sera del 9 giugno su Newtownards road un adolescente ispezionava i resti di un autobus incendiato. Quando gli abbiamo chiesto perché i suoi coetanei si stessero ribellando, ha risposto con aria perplessa: “Se non lo fanno loro, chi lo farà?”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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