Riso, fagioli, farmaci, latte in polvere e prodotti per l’igiene personale: le imbarcazioni in viaggio verso Cuba, gestite in gran parte dalla sinistra latinoamericana ed europea, trasportano beni di prima necessità e denunciano il blocco petrolifero imposto all’isola dagli Stati Uniti. Ogni giorno aumenta la pressione su una cittadinanza esasperata, ma anche quella sul regime cubano, accerchiato e alle prese con la sua stessa sopravvivenza. Il 16 marzo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che sarebbe onorato “di prendere Cuba” e che ci farà ciò che vuole. Sappiamo inoltre che è in corso un dialogo tra Washington e L’Avana, anche perché l’ha confermato il governo cubano. Ma i termini della trattativa sono sconosciuti.

Un’altra incognita riguarda l’obiettivo della Casa Bianca: si accontenterà di una riforma economica adeguata ai suoi interessi senza grandi contropartite politiche? Punta a gestire una transizione democratica? O vuole trasformare Cuba in una specie di protettorato? L’affermazione “prendere Cuba” lascia aperti tutti gli sviluppi e non esclude l’uso della forza. Tuttavia oggi un’invasione militare sembra poco probabile. Il 19 febbraio Francis L. Donovan, a capo del Southern command degli Stati Uniti in America Latina, ha detto che non c’è un piano per un intervento militare sull’isola. Ma il 20 marzo il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, ha risposto alla minaccia di Trump usando toni poco concilianti: “Qualsiasi aggressione esterna si scontrerà con una resistenza invincibile. Daremo la vita per difendere la rivoluzione”.

Non è chiaro fino a dove vogliono spingersi gli Stati Uniti. Trump sta prendendo tempo e nel frattempo mantiene una pressione alta su Cuba. La popolazione ne paga le conseguenze, con interruzioni di corrente continue e prolungate e difficoltà crescenti per trovare medicinali e viveri. “Il governo cubano è indebolito e non può stringere nessuna alleanza geopolitica, anche perché in passato ha sprecato tutte le opportunità per avviare un cambiamento”, spiega da Cuba Alina Bárbara López, responsabile del laboratorio di pensiero critico CubaxCuba e voce storica dell’opposizione.

Collasso inevitabile

Non è chiaro quanto potrà resistere il governo dell’Avana e cosa potrebbe offrire a Washington per conservare il potere. I giornali Usa Today e New York Times hanno scritto che il negoziato con Wash­ington riguarda una riforma economica ampia e la sostituzione di Díaz-Canel alla guida del paese. Anche se il segretario di stato statunitense Marco Rubio ha smentito la notizia e il viceministro degli esteri cubano ha garantito che “il sistema politico cubano non è oggetto di trattativa, né lo sono il ruolo di presidente o altri incarichi di governo”, secondo vari analisti Díaz-Canel è arrivato al capolinea e può essere destituito. “Il presidente è il portavoce del gruppo tecnocratico-militare che amministra il paese, quindi è una pedina sacrificabile nell’ambito del negoziato”, afferma López.

Il vero potere, tuttavia, sembra essere nelle mani della cerchia stretta di Raúl Castro, 94 anni, che ha l’ultima parola all’interno dell’apparato militare. Il circolo è composta dallo stesso Raúl, dal figlio Alejandro Castro Espín e dal nipote Raúl Guillermo Rodríguez Castro, detto El Cangrejo e interlocutore di primo piano con Washington.

L’ipotesi che L’Avana possa concordare una serie di riforme economiche senza alterare la struttura politica si allineerebbe con l’idea della “conquista amichevole” citata da Trump un mese fa, ma deluderebbe gli esuli cubani a Miami e tanti abitanti dell’isola, che sperano in un cambiamento e vogliono più libertà. Per ora “non ci sono segnali concreti del fatto che Cuba possa vivere una transizione verso la democrazia”, dice l’economista Tamarys Bahamonde, professoressa alla City university di New York. “Da una parte gli Stati Uniti aumentano la pressione su Cuba e dall’altra il collasso economico dell’isola è inevitabile. Gli aiuti umanitari sono fondamentali, ma danno sollievo solo sul breve periodo. La conseguenza del blocco petrolifero è la sofferenza dei cubani. Non si possono sacrificare vite innocenti per far cadere un governo”.

Un vaso di Pandora

Nonostante queste pressioni, il governo di Díaz-Canel si aggrappa alla difesa della sovranità nazionale, negoziando all’ultimo momento, quando il tempo sembra scaduto. Finora l’unica concessione è stata la liberazione di 51 detenuti grazie alla mediazione del Vaticano, oltre alla possibilità per i cubani residenti all’estero d’investire nell’isola. Ma per Rubio questa apertura è ancora “insufficiente”. Tutti gli analisti che abbiamo consultato ritengono necessario un cambiamento politico, anche per attirare gli investimenti (almeno dieci miliardi di dollari solo nel sistema elettrico). “Bisogna modificare le regole dall’interno e serve trasparenza per consentire un ipotetico ingresso di capitali, cosa che non può essere garantita da un governo corrotto e inefficiente”, spiega López. Potrebbe anche realizzarsi una “alleanza tra élite”: da una parte Trump e le sue parole sul “clima gradevole” di Cuba; dall’altra un regime che ha puntato tutto sul turismo, abbandonando l’agricoltura e l’industria. “Ma ci sono anche le violazioni dei diritti umani e i prigionieri politici (alcuni in carcere da più di trent’anni). Non possiamo dimenticarlo”, dice Andy Gómez, che aveva partecipato al dialogo tra Cuba e Stati Uniti durante il mandato di Barack Obama.

Il modello venezuelano è difficilmente applicabile a Cuba, un paese senza petrolio ma con una posizione geostrategica importante e un grande potenziale turistico. “Per far cadere il governo comunista dovrebbe uscire di scena tutto l’apparato, non solo una persona”, spiega la storica Lilian Guerra, dell’università della Florida. In qualsiasi caso, “la transizione non sarà facile. È come aprire un vaso di Pandora pieno di rabbia e sete di giustizia. Gli Stati Uniti non vogliono farsi carico di tutto questo”, aggiunge.

Se i Castro avranno un ruolo simile a quello della presidente ad interim Delcy Rodríguez in Venezuela dopo l’arresto di Nicolás Maduro il 3 gennaio, ci sarebbe “un cambiamento senza trasformazione politica”, spiega Sergio Ángel, che insegna all’università Sergio Arboleda di Bogotá. “Ma senza evoluzione politica non c’è nessun cambiamento”, aggiunge. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it