All’inizio di maggio è scattata l’allerta per alcuni casi di hantavirus a bordo di una nave da crociera in viaggio nell’oceano Atlantico. La risposta mondiale è stata rapida ed efficace. Nel frattempo, però, un’altra epidemia, in questo caso di ebola, è scoppiata nel cuore dell’Africa, nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Ma in quel caso lo abbiamo saputo solo il 15 maggio, e la risposta è stata molto più problematica.

Due settimane dopo, l’epidemia continua ad aggravarsi, con poco più di un migliaio di casi confermati, 256 morti e due paesi coinvolti, la Rdc e l’Uganda. Ma le cifre non dicono tutto. Per esempio non raccontano i ritardi nella conferma dell’esistenza di un’epidemia, che hanno fatto perdere settimane preziose, se non addirittura mesi; non riferiscono l’assenza di scorte di materiale sanitario, in una regione che ha già dovuto affrontare diversi focolai di ebola; e infine non illustrano il caos logistico e di sicurezza in un’area afflitta dal sottosviluppo e dalla presenza di gruppi ribelli armati.

Nel fine settimana il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus si trovava nell’epicentro dell’epidemia, a Bunia, in Rdc, per dire ai congolesi “non siete soli in questa sfida”. Ma il contesto non è altrettanto positivo.

I resoconti che arrivano da questa regione poco accessibile sono rari. Quello pubblicato nel fine settimana dal New York Times evidenzia le enormi difficoltà sul campo, descrivendo le cliniche di organizzazioni umanitarie come Medici senza frontiere in grandi difficoltà, con pazienti a contatto con le famiglie senza alcuna protezione. Quando una tenda che ospitava i casi sospetti è stata incendiata da sconosciuti, i potenziali malati si sono dileguati tra la vegetazione. Oggi ci vogliono quattro giorni per avere i risultati dei test, quando equipaggiamenti più avanzati permetterebbero di averli immediatamente.

Declan Walsh, autore dell’articolo del New York times, cita il dottor Alex Bogole, un medico congolese di Medici senza frontiere che non nasconde la sua rabbia. Bogole afferma che l’epidemia imperversa da mesi e si chiede: “Cosa si potrebbe fare meglio?”. Il medico punta l’indice contro le autorità congolesi, lente a mobilitarsi. La capitale Kinshasa è lontana tremila chilometri dal focolaio, un altro mondo. Ma tra i bersagli di Bogole c’è anche il resto del mondo, che non si è attivato adeguatamente per contrastare l’epidemia. Per ora non esistono né un vaccino né una cura per questa variante dell’ebola.

Lotte senza risorse

La vicenda offre insegnamenti sul piano locale ma anche globale. A livello locale, il nuovo allarme sanitario riporta alle luce il dramma del sottosviluppo cronico della regione, insieme alla corruzione e alle carenze dello stato. Non è una novità, ma gli effetti di queste dinamiche in tempi di crisi sono devastanti. E mostrano il fallimento dei tentativi di risolvere i conflitti. Lo scontro tra Rdc e Ruanda fa parte delle guerre che Donald Trump si vanta di aver risolto, ma in realtà non è stato fatto nulla di concreto e questo ostacola i soccorsi.

A livello globale, invece, la chiusura dell’agenzia umanitaria statunitense Usaid decisa dell’amministrazione Trump ha privato le ong di molti mezzi e l’Organizzazione mondiale della sanità del suo principale contribuente. L’azione umanitaria non è solo una questione di soldi, ma resta il fulcro della lotta alla povertà e alle epidemie.

Dopo il covid-19 il mondo aveva promesso di migliorare i sistemi di allerta e di assistenza davanti al rischio di malattie contagiose, inevitabile in un mondo globalizzato. Eppure i finanziamenti sono in calo, e non solo negli Stati Uniti di Trump. Il mondo continua a trascurare questi problemi, a suo rischio e pericolo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Iscriviti a
Africana
Cosa succede in Africa. A cura di Francesca Sibani. Ogni giovedì.
Iscriviti
Iscriviti a
Africana
Cosa succede in Africa. A cura di Francesca Sibani. Ogni giovedì.
Iscriviti

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it