Roma, 18 dicembre 2014. (Matteo Minnella, OneShot)

Guarda lontano da palazzo Chigi e scoprirai che il Partito democratico (Pd) è un partito debole, poroso, non controllato dai suoi vertici. Il partito che ha ottenuto il 40 per cento alle ultime elezioni europee, quel partito che Matteo Renzi governa in consiglio dei ministri e in parlamento con la bacchetta di legno, sbaragliando un giorno sì e l’altro pure l’irrilevante opposizione della sinistra interna, è in realtà chiuso nelle stanze del potere. Al livello territoriale, nell’infinita provincia italiana, Renzi non riesce a essere così autorevole (o autoritario, a secondo dei punti di vista).

Il filo diretto con gli elettori, il consenso nei confronti del leader, va a sbattere sistematicamente contro l’intelaiatura dei poteri reali (politici ed economici) delle cento città.

Basta andare ad Agrigento, e scoprire che le primarie del Pd le vince Silvio Alessi, un imprenditore locale, presidente della squadra di calcio dell’Akragas, grande elettore locale di Silvio Berlusconi. La notizia non è tanto che il meccanismo delle primarie aperte si sia inceppato ancora una volta (ormai si inceppa spesso), ma che a circa una settimana dall’accaduto i vertici romani del partito non abbiano avuto ancora la forza, o il coraggio, di invalidare quelle strane elezioni, in una grande città meridionale che di recente è stata al centro dello scandalo bipartisan dello sperpero dei gettoni di presenza dei consiglieri comunali.

Basta andare in Campania, per accorgersi che a vincere le primarie per il candidato alla presidenza di una regione chiave è Vincenzo De Luca, ininterrottamente sindaco di Salerno dal 1993. Poiché condannato, non potrebbe fare il presidente in base alla legge Severino. Ma anche in questo caso, lo stesso Matteo Renzi che piega l’opposizione interna, niente può contro il potente viceré campano.

Potremmo aggiungere, nell’elenco delle primarie porose, che fu Sergio Cofferati a denunciare i brogli in Liguria appena un mese fa. E, detto per inciso, anche quando le primarie vengono organizzate nel migliore dei modi, come a Venezia in vista delle elezioni comunali, a vincere è comunque un candidato come Felice Casson, sostenuto da un ampio arco di forze di sinistra, alternativo a Renzi e ai suoi candidati locali.

Non occorre spingersi tanto al di là di Roma per accorgersi, come scrive Fabrizio Barca in una spietata relazione sullo stato del Pd romano, che questo ormai non è più solo un partito clientelare. È addirittura un partito “pericoloso”, talmente permeabile alle infiltrazioni da ledere alla radice il regolare funzionamento della macchina amministrativa.

C’è uno scarto netto tra la politica nelle immediate vicinanze di palazzo Chigi (chiamiamolo mondo A) e il cosiddetto paese reale (chiamiamolo pure mondo B).

Nel mondo A c’è un partito che si vuole “partito della nazione” e che incontra alla sua destra e alla sua sinistra un’opposizione frantumata. Nel mondo B (né migliore, né peggiore a priori, ma quasi sempre più feroce e avanzato dell’altro) quel partito si sta facendo sistema vischioso, inglobando tutto. E qui si intravede un paradosso.

Nel bene e nel male, il Pd è l’unico partito nazionale con un radicamento territoriale. Ma questo radicamento, sempre nel bene e nel male, non è più controllato dai suoi vertici. I casi citati dimostrano l’avanzata di un potentato locale, espressione dei grumi di potere disseminati nel territorio, nei confronti dei quali Renzi e la sua squadra sono piuttosto deboli. Molto più deboli di quanto non appaiano, nell’arena politica e giornalistica, di fronte a chi vi si oppone all’interno del mondo A.

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