Il 5 settembre ho consegnato questo articolo in ritardo per due motivi: un’udienza all’alta corte di Gerusalemme durata più del previsto e il traffico caotico di Ramallah. Ho passato la giornata all’alta corte dove un avvocato dei coloni stava spiegando perché i suoi clienti non avevano violato la legge impadronendosi delle terre di due villaggi palestinesi, Dir Nitham e Nabi Saleh.

I tre giudici cominciavano a perdere la pazienza. Uno di loro, Salem Jubran, ha chiesto ironicamente: “Se passeggiando a Gerusalemme vedo un bel terreno e decido di costruirci una villa, posso farlo o devo rivolgermi al proprietario?”. L’avvocato ha risposto: “Certo, in Israele funziona così, ma in Cisgiordania è diverso. È l’uso della terra a determinarne il possesso”. È stato proprio questo inconsistente argomento giuridico a spingere negli ultimi anni i coloni, spesso con l’aiuto dei militari, a tenere i palestinesi lontani dalle loro terre. La sentenza è prevista tra due settimane.

Uscita dall’aula, ho percorso i 15 chilometri che separano Gerusalemme da Ramallah. Ho superato il checkpoint di Qalandia senza problemi, ma due chilometri più a nord sono finita in un ingorgo. Era causato dai conducenti del trasporto pubblico che protestavano contro l’aumento dei prezzi, in particolare della benzina. Molti di loro erano membri di Al Fatah. Ma è stato proprio il premier Salam Fayyad, esponente del partito, a firmare l’accordo economico con Israe­le che lega i prezzi palestinesi a quelli israeliani.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it