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Il business dei migranti non è stato inventato dallo Stato islamico

18 febbraio 2015 11:10

C’è un potere molto delicato della comunicazione, quello performativo. Ciò che viene detto non solo racconta, ma anche costruisce. Determina non solo opinioni, ma anche posizioni, scelte e azioni.

La società di oggi è costantemente sollecitata e spesso minacciata dal potere performativo della comunicazione, usato non per spiegare fatti, ma per crearli. A volte consapevolmente, a volte meno.

Quanto è successo nelle ultime quarantott’ore ore è un esempio lampante di tutto ciò.

È molto probabile che una grande maggioranza degli italiani pensi oggi che i barconi dei migranti siano strumenti di guerra del gruppo Stato islamico. Una buona parte pensa che il gruppo usa i barconi per avanzare verso Roma, un’altra meno sprovveduta è convinta che si finanzi grazie ai barconi.

Per questo, per esempio, l’articolo di ieri su la Repubblica di Lucio Caracciolo (per citare uno dei contenuti più alti e complessi e non soffermarmi su quelli più facilmente criticabili) si conclude indicando come azione militare chiave della lotta al gruppo Stato islamico la distruzione dei barconi attraccati sulle coste libiche: la marina italiana dovrebbe affondare le barche per togliere fonti di finanziamento ai jihadisti.

Proviamo ad andare per brevi passaggi logici.

I barconi non sono stati inventati dallo Stato islamico, che, anzi, come forza minoritaria tra le fazioni in guerra in Libia, si è inserito nel business, usando forse (ma nessuno ne ha prove o certezza) alcuni spazi in un mercato che ha reti e meccanismi esistenti da tempo e ben differenziati a seconda di aree e territori della Libia.

L’unica cosa che accomuna tutti i vari settori del mercato è la domanda.

La domanda è costantemente in crescita, perché ha una base stabile di provenienza centroafricana (sia occidentale sia orientale) a cui si aggiungono flussi generati da nuove crisi (Siria in primis, ma anche Kurdistan, Gaza e Gambia per citare le ultime).

Questa composizione della domanda fa sì che alla stragrande maggioranza delle persone che riescono ad arrivare in Europa (perché in Italia ben pochi vogliono fermarsi come ormai abbiamo capito) sia concessa una forma di protezione.

La storia ormai è vecchia e ve l’abbiamo raccontata in tanti modi.

Eppure incredibilmente su questa domanda, che è l’unica base stabile e certa del business dei barconi, l’Italia, l’Europa e tutti i soggetti politici interconnessi non hanno fatto nulla.

Cosa si poteva fare?

Intercettare quella domanda in altri luoghi, di partenza o di transito, evitando che si rivolgesse tutta e sempre più ai gestori esperti del mercato libico.

Si poteva farlo in Egitto, in Tunisia, in Israele, in Turchia, in Libano e anche in alcuni luoghi di partenza. Avviare un percorso che riducesse quel flusso non per repressione (fallimentare in tutti i sensi, a partire, per me, da quello umanitario) ma per organizzazione.

Non si è tentato nulla in questa direzione.

Si è anzi sperato, una volta caduto Gheddafi, di poter riattivare in qualche modo il sistema dei centri di detenzione creato tra il 2006 e il 2011 per volontà italiana ed europea. Cioè si è tentato di arginare il flusso trattenendolo in Libia, appena dietro il muro del mare. Ci hanno provato tutti i vari governi tra il 2012 e il 2014. Cos’ha portato quella strategia (erede di quella gloriosa di Berlusconi-Maroni)? Ha offerto alle reti del mercato (e tra queste ce ne sono anche alcune ambiguamente connesse ai poteri europei) delle basi di reclutamento extra legem dei clienti. I centri di detenzione voluti dall’Europa sono diventati centri di concentrazione coatta di molti migranti desiderosi di partire. Sono trattenuti lì, sfruttati economicamente e non solo, e poi fatti partire, a pagamento, quando l’organizzatore del viaggio ha trovato la barca.

Non credo sia necessario ora spiegare perché la distruzione della barca sia evidentemente un’azione ridicola e marginale se non avviene insieme a un ripensamento generale dell’approccio al tema.

Un ripensamento già molto tardivo, ma che forse ora, anche politicamente, può convenire fare. Credo che ora gli italiani, dopo centinaia di migliaia di migranti arrivati e protetti e decine di migliaia di migranti morti (cifre da guerra, senza alcuna retorica), possono avere lo spazio mentale per capire che fin qui abbiamo sbagliato tutto.

Questo è il coraggio necessario oggi: ammettere l’errore storico e attivare un processo nuovo di ripensamento. Soldi, strumenti e uomini per farlo ci sono. Basta spostarli dal sistema repressivo a un altro nuovo sistema.

Perché altrimenti rimangono solo due vie: alzare confusamente il panico contro il gruppo Stato islamico che governa il business dei barconi (ma dopo due giorni si sono accorti che era profondamente controproducente da un punto di vista politico-militare e hanno fatto cinque passi indietro) oppure affidarsi alla demagogia postatomica di Salvini.

Purtroppo però ce n’è sempre una terza, ed è quella in cui la classe politica europea è espertissima: usare la successiva emergenza comunicativa per distrarre l’attenzione e non pensarci.

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