Ci sono tre dinamiche in atto in Medio Oriente. La prima è di matrice israeliana: è quella in corso dal 7 ottobre 2023, una guerra senza fine e senza orizzonti politici, basata sul presupposto che la vittoria passa esclusivamente dalla distruzione del nemico. Tuttavia, considerato che il nemico in questione non si arrenderà mai e che lo stato ebraico non è disposto ad alcun compromesso con nessuno, Israele può rivendicare parecchi successi tattici, ma nulla di permanente.

Questa fuga in avanti va oltre il caso di Benjamin Netanyahu, sebbene non sia priva di calcoli elettorali, e anche se il primo ministro israeliano incarna più di chiunque altro questa idea di sottomissione (e non di pace) ottenuta con la forza. Una idea simile ha delle terribili conseguenze per chi la subisce – a Gaza, in Cisgiordania o in Libano – ma anche per Israele stesso, sia nella sua evoluzione interna sia nei rapporti con gli alleati. Tuttavia, non volendo offrire altro che la guerra, all’asse iraniano o ai palestinesi, ai siriani, ai libanesi e più in generale agli arabi, Israele si sta condannando a non vincere mai veramente.

Donald Trump è alle corde. Voleva una guerra con dei successi folgoranti che lo facesse entrare nella storia. Ma non ha funzionato. Ora vuole un accordo che potrà rivendere come una vittoria

La seconda dinamica in atto è quella iraniana. Teheran, come gli israeliani, preferisce la guerra senza fine al compromesso. Ma per l’Iran la vittoria passa per l’impossibilità della sua sconfitta. Indipendentemente dalle perdite e dalle ripercussioni subite non ammetterà mai la disfatta. E non è solo una questione di ostentazione: è una radicata convinzione del fatto che la sopravvivenza, a qualunque costo, sia la più grande delle vittorie. Il regime iraniano ritiene che il tempo sia il suo miglior alleato e che tutto quello che viene distrutto dai suoi nemici potrà essere ricostruito. A una sola condizione: non arrendersi mai. Si potrebbe obiettare che un accordo basato sulla rinuncia al suo programma nucleare e alla sua politica regionale gli consentirebbe di essere molto più prospero, più integrato e in definitiva più saldo nella sua volontà di sopravvivere. Ma dal punto di vista di Teheran cedere equivarrebbe a suicidarsi.

Israele non può vincere e la Repubblica islamica non può perdere. È per questo che la guerra tra i due paesi è ben lontana dalla fine.

C’è, però, un terzo protagonista dell’equazione. Più imprevedibile rispetto alle altre due, la dinamica statunitense è quella che continua a dettare il gioco. Si caratterizza per una volontà di colpire duramente e rapidamente, per poi ottenere accordi tanto vuoti quanto spettacolari, esclusivamente per soddisfare l’ego di Donald Trump. Il presidente statunitense è alle corde. Voleva una guerra con dei successi folgoranti che lo facesse entrare nella storia. Ma non ha funzionato. Ora vuole un accordo che potrà rivendere come una vittoria. E tutto porta a credere che anche questo non funzionerà.

Donald Trump deve scegliere tra un cattivo accordo e una guerra senza fine. Quando la questione non lo riguarda direttamente, come a Gaza, non esita a scegliere la prima opzione. Ma nel caso dell’Iran questo significherebbe ammettere la sua sconfitta.

Potremmo citare anche una quarta dinamica, quella dei paesi arabi e della Turchia, più seria e più attiva di quella statunitense nella volontà di trovare un accordo, ma con strumenti d’influenza limitati per poter avere un peso nei confronti delle altre tre.

Il patto tra Stati Uniti e Iran che molti attendono nella regione, in particolare in Libano, e che dovrebbe risolvere tutte le questioni più fastidiose, compresa quella di Hezbollah, appare altrettanto illusorio.

La realtà è meno seducente. Le possibilità sono due. Gli Stati Uniti accettano un cattivo accordo con l’Iran, che comunque non sarà rispettato da Tel Aviv e Teheran, e la regione nei prossimi anni si trasformerà come Gaza in una distesa di rovine, fino a quando un elemento interno o esterno non interverrà a creare una rottura. Oppure Washington sceglierà ancora una volta l’escalation, che avrà un costo significativo per il Medio Oriente, senza comunque che ciò permetta di tracciare una via d’uscita duratura.

Non ci saranno né pace né stabilità nella regione finché il regime iraniano resterà al potere e finché i palestinesi non avranno uno stato degno di questo nome. Il problema è che questi due progetti, tra loro intimamente connessi, nella visione dei protagonisti appaiono oggi più contraddittori che mai. ◆ fdl

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it