10 ottobre 2002 17:22

L’india vive in diversi secoli contemporaneamente. in qualche modo riusciamo a progredire e regredire nello stesso tempo. Come nazione invecchiamo partendo dal centro, aggiungendo qualche secolo alle due estremità del nostro straordinario curriculum vitae. Cresciamo come la testa di un pesce martello in via di sviluppo, con gli occhi che guardano in direzioni diametralmente opposte. Non voglio dare un semplicistico giudizio di valore su questa particolare forma di “progresso”, suggerendo che Moderno è Bene e Tradizionale è Male - o viceversa. Ciò che è difficile accettare, dal punto di vista personale e politico, è il suo carattere schizofrenico.

Questo è vero non solo per il dilemma antico/moderno ma per l’assoluta illogicità di quella che sembra l’impresa nazionale del momento. Nel vicolo dietro casa mia, ogni sera passo accanto a gruppi di operai emaciati che scavano un fosso per deporvi i cavi a fibre ottiche destinati ad accelerare la nostra rivoluzione digitale. Nel pungente freddo invernale, lavorano alla luce di qualche candela.

È come se il popolo indiano fosse stato radunato e caricato su due convogli di autocarri (uno grande, enorme e l’altro piccolo, minuscolo) che sono partiti con decisione in due direzioni opposte. Il convoglio minuscolo è in viaggio per una destinazione scintillante in qualche luogo vicino alla cima del mondo. L’altro convoglio si confonde nel buio e scompare. Una rapida indagine per accertare la casta, la classe e la religione di chi sale su un convoglio o sull’altro costituirebbe un’ottima Breve guida alla storia dell’India per pigri. Per alcuni di noi, vivere in India è come essere sospesi tra questi due autocarri, con una gamba in ciascun convoglio, ed essere smembrati di netto quando si allontanano, non fisicamente, ma sul piano emotivo e intellettuale.

Cinquant’anni dopo l’indipendenza, l’India sta ancora lottando con l’eredità del colonialismo, è ancora scossa dall’ “oltraggio culturale”. Come cittadini siamo ancora alle prese con il compito di “smentire” la definizione che di noi ha dato il mondo dei bianchi. Intellettualmente ed emotivamente, abbiamo appena cominciato a misurarci con le politiche di comunità e di casta che minacciano di lacerare la nostra società. Ma nel frattempo al nostro orizzonte si profila qualcosa di nuovo.

Espropriazione barbarica

Apparentemente sono cose del tutto normali, questioni di ordinaria amministrazione. Manca il dramma, il formato gigante, la magnificenza epica della guerra, del genocidio o della carestia. Sembra tutto scialbo. Fa cattiva tv. Ha a che fare con cose noiose come il lavoro, i soldi, i rifornimenti idrici, l’elettricità, l’irrigazione. Ma ha anche a che fare con un processo di espropriazione barbarica su una scala che ha poche analogie nella storia. Probabilmente avrete intuito che sto parlando della versione moderna della globalizzazione.

Cos’è la globalizzazione? A chi serve? Cosa farà a un paese come l’India in cui la diseguaglianza sociale è stata istituzionalizzata per secoli nel sistema delle caste? Un paese in cui 700 milioni di persone vivono in zone rurali. In cui l’80 per cento delle proprietà terriere è costituito da piccole fattorie. In cui 300 milioni di persone sono analfabete. La “corporatizzazione” e la globalizzazione dell’agricoltura, dei rifornimenti idrici, dell’elettricità e di beni essenziali riusciranno a tirare fuori l’India dalla palude stagnante della povertà, dell’analfabetismo e del bigottismo religioso? Lo smantellamento e la vendita all’asta di complesse infrastrutture del settore pubblico, create con denaro pubblico nel corso degli ultimi cinquant’anni, è veramente la strada per il futuro? La globalizzazione colmerà il divario tra privilegiati e diseredati, tra le caste superiori e le caste inferiori, tra gli istruiti e gli analfabeti? Oppure offrirà un’amichevole mano di aiuto a chi ha già un vantaggio di secoli?

La globalizzazione riguarda “lo sradicamento della povertà nel mondo” o è una versione mutante del colonialismo, telecomandata e digitale? Sono problemi immensi e controversi. Le risposte variano a seconda che arrivino dai villaggi e dai campi dell’India rurale, dagli slum e dalle baraccopoli dell’India urbana, o dai salotti della classe media in ascesa e dagli uffici dirigenziali delle grandi aziende.

Oggi l’India produce più latte, zucchero e cereali di quanti ne abbia mai prodotti in passato. Eppure nel marzo del 2000, poco prima della visita del presidente Clinton in India, il governo indiano ha annullato le restrizioni sull’importazione di 1.400 prodotti, tra cui latte, cereali, zucchero, cotone, tè, caffè e olio di palma. E tutto ciò malgrado la sovrabbondanza di questi prodotti sul mercato interno. Dal primo aprile (il giorno degli scherzi) 2001, in base all’accordo con l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), il governo indiano ha dovuto abolire le restrizioni quantitative alle importazioni. Il mercato indiano è già inondato da prodotti d’importazione a basso costo. Tecnicamente l’India è libera di esportare la sua produzione agricola, ma in pratica gran parte di essa non può essere venduta all’estero perché non risponde agli “standard ambientali” del Primo mondo.

(Voi non mangiate mango ammaccati, banane con punture di zanzare o riso con qualche tonchio, mentre noi non badiamo a una zanzara di troppo o a un tonchio di passaggio).

Economia strangolata

I paesi avanzati come gli Stati Uniti, con un’industria agricola fortemente sovvenzionata che dà lavoro ad appena il 2-3 per cento della popolazione complessiva, stanno usando il Wto per fare pressioni su paesi come l’India e convincerli a revocare i sussidi all’agricoltura in modo da rendere “competitivo” il mercato. Le enormi corporazioni meccanizzate che lavorano migliaia di ettari di terra vogliono competere con agricoltori di sussistenza impoveriti, che a malapena possiedono un paio di acri.

Di fatto l’economia rurale indiana, che sostiene 700 milioni di persone, oggi viene strangolata. Gli agricoltori che producono troppo sono allo stremo, gli agricoltori che producono troppo poco sono anch’essi allo stremo e i braccianti senza terra sono disoccupati perché le grandi proprietà e le fattorie licenziano i loro operai. E tutti si affollano nelle città in cerca di lavoro.

“Trade Not Aid” (“Commercio e non assistenza”) è il grido di battaglia dei capi del nuovo Villaggio Globale, che ha stabilito il suo quartier generale negli uffici sfavillanti della Wto. Qualche secolo fa i colonizzatori britannici sbarcarono sulle nostre coste travestiti da mercanti. Noi tutti ricordiamo la Compagnia delle Indie Orientali. Questa volta il colonizzatore non ha neppure bisogno di una simbolica presenza bianca nelle colonie. Gli amministratori delegati e i loro uomini non devono prendersi il disturbo di andare in giro per i tropici rischiando la malaria, la diarrea, un colpo di sole o una morte prematura. Non devono mantenere un esercito o una forza di polizia né preoccuparsi di insurrezioni e ammutinamenti. Possono avere le loro colonie e la coscienza tranquilla. “Creare un clima favorevole agli investimenti” è il nuovo eufemismo per la repressione del Terzo mondo. Per di più, la responsabilità della sua attuazione ricade sull’amministrazione locale.

Enron in India

La vetrina della campagna per privatizzare l’energia, il suo vero pezzo forte, è la storia della Enron, la società petrolifera di Houston. Quello della Enron è stato il primo progetto energetico privato dell’India. L’accordo per l’acquisto di energia tra la Enron e lo Stato del Maharashtra, governato dal Partito del Congresso e con una centrale da 740 megawatt, fu firmato nel 1993. I partiti di opposizione, il partito nazionalista indù Bharatiya Janata (Bjp) e lo Shiv Sena, scatenarono un’ondata di proteste swadeshi (nazionaliste) e avviarono una serie di procedimenti legali contro la Enron e il governo dello Stato. Li accusavano di varie irregolarità e di corruzione ai massimi livelli. Un anno dopo, quando furono annunciate le elezioni statali, la questione fu al centro della campagna elettorale dell’alleanza Bjp-Shiv Sena.

Nel febbraio del 1995 questa accoppiata vinse le elezioni. Fedeli alla loro parola, “fecero a pezzi” il progetto. Con una dichiarazione ardente e bellicosa, il leader dell’opposizione L.K. Advani attaccò il fenomeno che definiva “saccheggio mediante la liberalizzazione”, accusando più o meno esplicitamente il governo del partito del Congresso di aver intascato una mazzetta di 13 milioni di dollari dalla Enron. La società non aveva fatto mistero di aver speso milioni di dollari per “rieducare” i politici e i burocrati coinvolti nell’accordo pur di assicurarsi l’affare.

In seguito all’annullamento del contratto, il governo statunitense cominciò a fare pressioni su quello del Maharashtra. L’ambasciatore americano Frank Wisner fece diverse dichiarazioni per deplorare l’accaduto. (Poco dopo aver lasciato la carica di ambasciatore, è diventato uno dei manager della Enron). Nel novembre 1995 il governo Bjp-Shiv Sena del Maharashtra annunciava un comitato di “rinegoziazione”. Nel maggio 1996 a Nuova Delhi si insediò un governo federale di minoranza guidato dal Bjp. Durò esattamente 13 giorni e si dimise prima di affrontare un voto di sfiducia del Parlamento.

Nel suo ultimo giorno di attività, quando era già in preparazione la mozione di sfiducia, il governo si riunì per un “pranzo” frettoloso e ratificò di nuovo la controgaranzia del governo nazionale (che era diventata nulla a causa della precedente “cancellazione” del contratto con la Enron). Nell’agosto 1996 il governo del Maharashtra firmò un nuovo contratto con la Enron a condizioni che avrebbero lasciato stupefatto il cinico più incallito.

Il contratto impugnato prevedeva pagamenti annuali alla Enron per 430 milioni di dollari nella Fase 1 del progetto (740 megawatt), mentre la Fase 2 (1.624 megawatt) era opzionale. L’accordo per l’acquisto di energia “rinegoziato” rende obbligatoria la Fase 2 del progetto e impegna legalmente la Commissione per l’elettricità dello Stato del Maharashtra (Cesm) a versare alla Enron la somma di 30 miliardi di dollari! È il più grosso contratto mai firmato nella storia dell’India.

Una frode colossale

Gli esperti indiani che hanno studiato il progetto lo hanno definito la frode più colossale nella storia del paese. Il profitto lordo del progetto oscillerà tra i 12 e i 14 miliardi di dollari. Il rendimento ufficiale del capitale netto è oltre il 30 per cento, vale a dire quasi il doppio di quanto permettono le leggi e gli statuti indiani per i progetti energetici. Di fatto, a fronte di un aumento del 18 per cento della potenza installata, la Cesm deve mettere da parte il 70 per cento dei suoi ricavi per pagare la Enron. Ovviamente non esistono dati sulla formula matematica utilizzata per “rieducare” il nuovo governo. E neppure tracce di quanto è gocciolato in alto o in basso o ai lati o a chi. Ma ancora non basta: con una delle decisioni più straordinarie della sua storia non del tutto immacolata, nel maggio 1997 la Corte suprema dell’India si è rifiutata di esaminare un appello contro la Enron.

Oggi tutto quello che avevano previsto i critici del progetto si è avverato con una forza furibonda. L’energia prodotta dall’impianto della Enron è due volte più cara di quella del suo concorrente più diretto e sette volte più cara dell’elettricità più economica disponibile nel Maharashtra. Nel maggio 2000 la Commissione di regolamentazione per l’elettricità del Maharashtra (Crem) ha stabilito che provvisoriamente, fino a quando non fosse stato assolutamente necessario, non bisognava acquistare energia dalla Enron. La decisione si basava sul calcolo che sarebbe stato più conveniente limitarsi a pagare alla Enron le spese fisse per la manutenzione e l’amministrazione dell’impianto, come previsto dal contratto, piuttosto che comprare la sua energia a un prezzo esorbitante. Le sole spese fisse ammontano a circa 220 milioni di dollari all’anno per la Fase 1 del progetto. La Fase 2 costerà quasi il doppio.

Duecentoventi milioni di dollari all’anno per i prossimi vent’anni. Nel frattempo gli industriali del Maharashtra hanno cominciato a produrre energia da soli e a costi molto più bassi, usando dei generatori privati. La domanda di energia dal settore industriale sta diminuendo rapidamente. La Cesm, a corto di liquidi, con la Enron che le volteggia come un albatro intorno al collo, non avrà altra scelta che dichiarare illegali i generatori privati. È l’unico modo per costringere gli industriali a comprare elettricità ai prezzi esorbitanti della Enron.

Nel gennaio 2001 il governo del Maharashtra (il partito del Congresso è tornato al potere con un nuovo primo ministro) ha dichiarato di non avere i soldi per pagare i conti della Enron. Il 31 gennaio, quando erano passati appena cinque giorni dal terremoto che aveva colpito il vicino Stato del Gujarat, in un momento in cui il paese era ancora sopraffatto dalla tragedia, i giornali hanno annunciato che la Enron aveva deciso di appellarsi alla controgaranzia e che se il governo non tirava fuori i liquidi avrebbe dovuto mettere all’asta le proprietà pubbliche elencate nel contratto come garanzia collaterale. Ma la Enron aveva amici nelle alte sfere. Era stata una delle società che più avevano contribuito alla campagna elettorale del presidente George W. Bush. I funzionari del governo americano misero in guardia l’India dal viziare “il clima degli investimenti” correndo il rischio di spaventare i futuri investitori. In altri termini: permetteteci di derubarvi fino all’osso altrimenti ce ne andremo.

Nel giugno scorso la Cesm ha annunciato di voler mettere fine al suo accordo con la Dabhol Power Corporation (Dpc), un’impresa mista della Enron (che detiene la quota di maggioranza), della General Electric e della Bechtel. Poco dopo la Dpc ha interrotto le sue attività e ora sta facendo pressioni sul governo perché copra i suoi debiti. La Royal Dutch/ Shell, il gruppo petrolifero anglo-olandese, la TotalFinaElf e la Gaz de France stanno avanzando proposte d’acquisto per rilevare la quota collettiva della Enron, della Bechtel e della Ge in una “vendita al ribasso”.

Lasciare tutto agli esperti

Negli ultimi tempi la globalizzazione ha cominciato a incassare qualche critica. Le proteste di Seattle e di Praga entreranno nella storia. Ogni volta che il Wto o il World Economic Forum vogliono organizzare una riunione, i ministri devono barricarsi con migliaia di poliziotti ben armati. Eppure tutti suoi ammiratori, da Bill Clinton, Kofi Annan e A.B. Vajpayee (il primo ministro indiano) fino ai broker esultanti, continuano a ripetere le stesse nobili parole: se avremo le giuste istituzioni - tribunali funzionanti, buone leggi, politici onesti, democrazia partecipativa, un’amministrazione trasparente che rispetta i diritti umani e permette alla gente di esprimersi sulle questioni che toccano direttamente la sua vita - allora la globalizzazione funzionerà anche per i poveri. La chiamano “globalizzazione dal volto umano”.

Il punto è che se tutto questo fosse a posto potrebbe funzionare qualsiasi cosa: il socialismo, il capitalismo, fate voi. In Paradiso funziona tutto, uno Stato comunista come una dittatura militare. Ma in un mondo imperfetto, sarà la globalizzazione ad assicurarci questa manna? Ed è quello che sta succedendo in India ora che ha imboccato la strada più rapida verso il libero mercato? C’è una sola cosa in quel nobile elenco di istituzioni che si applichi all’India di oggi? Le istituzioni statali sono trasparenti? La gente ha potuto esprimersi - è stata almeno informata, non diciamo consultata - su decisioni che hanno un’importanza vitale per la sua vita? E Clinton (e ora Bush) e il primo ministro Vajpayee stanno facendo tutto ciò che è in loro potere per accertare che “le giuste istituzioni” siano al loro posto? O invece sono impegnati in un’impresa che è l’esatto contrario? Quando parlano delle “giuste istituzioni” intendono forse dire qualcosa di completamente diverso?

Il fatto è che quanto sta succedendo oggi in India non è un “problema” e le questioni che alcuni di noi stanno sollevando non sono “cause”. Sono enormi sconvolgimenti politici e sociali che stanno squassando il paese. Non siamo coinvolti per il fatto di essere scrittori o militanti. Siamo coinvolti perché siamo esseri umani.

Se siete tra i fortunati con una cuccetta prenotata sul convoglio piccolo, allora “lasciare tutto agli esperti” è, o potrebbe essere, una soluzione vantaggiosa sia per l’esperto che per voi. È un sistema comodo per scrollarvi di dosso il vostro ruolo in questo schema. E crea un enorme mercato professionale per “esperti” di tutti i tipi. C’è un intero orribile universo che aspetta solo di essere esplorato. Con questo non voglio certo suggerire che tutti i consulenti sono dei banditi e che le consulenze sono inutili, ma conoscete il detto: ci sono un sacco di soldi nella povertà. Sarebbero molte le domande di carattere etico da fare a quelli che hanno costruito la loro carriera professionale sulla conoscenza della povertà e della disperazione.

Per esempio, a che punto uno studioso smette di essere uno studioso e diventa un parassita che si nutre del dolore e della povertà? L’origine dei tuoi finanziamenti compromette la tua borsa di studio? Sappiamo, dopo tutto, che gli studi della Banca mondiale sono tra i più citati del mondo. La Banca mondiale è un osservatore imparziale? Gli studi che finanzia sono completamente privi di interessi egoistici?

Hanno ragione i cinici?

Si prenda, per esempio, l’industria internazionale delle dighe. Vale da 32 a 46 miliardi di dollari all’anno. Pullula di esperti e consulenti. Visto il numero di studi, rapporti, libri, dottorati di ricerca, borse di studio, prestiti, consulenze, valutazioni di impatto ambientale, non vi sembra strano che non esista una stima veramente affidabile di quanta gente è stata dislocata dalle grandi dighe dell’India? Che non ci sia una stima esatta del contributo dato dalle grandi dighe alla produzione di generi alimentari in India? Che non ci sia stata una revisione dei conti ufficiale, una valutazione post-progetto globale, onesta e meditata di una sola grande diga per vedere se ha ottenuto o meno quello che si prefiggeva? Se i costi sono stati giustificati o meno, e persino quali sono stati veramente questi costi?

I cinici dicono che la vita reale è una scelta tra la rivoluzione fallita e l’accordo meschino. Non saprei. Forse hanno ragione. Ma persino loro dovrebbero sapere che non c’è limite a quanto può essere meschino quell’accordo meschino. Quello che abbiamo bisogno di cercare e di trovare, quello che abbiamo bisogno di levigare e perfezionare fino a renderlo magnifico e lucente è un nuovo tipo di politica. Non la politica di governo, ma la politica della resistenza. La politica dell’opposizione. La politica di costringere a rendere conto. La politica di rallentare le cose. La politica di prendersi per mano in tutto il mondo e impedire una distruzione certa. Nella situazione attuale, l’unica cosa che vale la pena di globalizzare è il dissenso. È il migliore prodotto di esportazione dell’India.

Traduzione di Giuseppina Cavallo.

Internazionale, numero 423, 10 ottobre 2002