10 ottobre 2002 17:26

L’altra notte mi ha telefonato un’amica da Vadodara. Piangeva. C’è voluto un quarto d’ora per farle raccontare cos’era successo. Non era molto complicato. Solo che Sayeeda, una sua amica, era stata aggredita dalla folla. Solo che il suo stomaco era stato squarciato e imbottito di stracci infuocati. Solo che quando era morta qualcuno le aveva inciso “Om” sulla fronte. Qual è esattamente la scrittura indù che predica questi atti?

Il nostro primo ministro ha giustificato la vicenda definendola una ritorsione degli indù furibondi contro i “terroristi” musulmani che hanno bruciato vivi 58 passeggeri indù sul Sabarmati Express di Godhra. Tutti coloro che hanno subìto quella morte odiosa erano il fratello di qualcuno, la madre di qualcuno, il figlio di qualcuno. Certo che lo erano.

Quale particolare verso del Corano prescriveva di arrostirli vivi? Più le due parti cercano di richiamare l’attenzione sulle loro differenze religiose massacrandosi l’una con l’altra, meno rimane per distinguerle l’una dall’altra. Pregano allo stesso altare. Sono apostoli dello stesso dio assassino, chiunque sia. In un’atmosfera così viziata, è crudele e irresponsabile che qualcuno, e in particolare il primo ministro, stabilisca arbitrariamente chi ha cominciato.

In questo momento stiamo bevendo da un calice avvelenato - una democrazia guasta mescolata al fascismo religioso. Arsenico puro. Cosa dobbiamo fare? Cosa possiamo fare?

Terreno di coltura

Abbiamo un partito di governo in piena crisi. La sua retorica contro il Terrorismo, l’approvazione di una legge antiterrorismo draconiana, il fragore di sciabole contro il Pakistan (con l’implicita minaccia nucleare), lo spiegamento di quasi un milione di soldati in stato di massima allerta alla frontiera e - cosa ancora più pericolosa - il tentativo di falsificare i manuali di storia a favore di una particolare comunità (quella indù), niente di tutto questo gli ha impedito di essere umiliato alle urne. Neppure il vecchio trucco del partito - rilanciare il progetto di un nuovo tempio ad Ayodhya dedicato al dio Rama - ha funzionato. Così, ridotto alla disperazione, ha chiesto aiuto al Gujarat.

Il Gujarat, l’unico grande Stato indiano ad avere al governo il partito Bharatiya Janata (Bjp), da qualche anno è il terreno di coltura dove il fascismo indù sta conducendo un difficile esperimento politico. Il mese scorso i primi risultati sono stati esibiti in pubblico.

A poche ore dall’oltraggio di Godhra, il Vishwa Hindu Parishad (Vhp), il Consiglio mondiale indù, e la sua ala giovanile, il Bajrang Dal, hanno cominciato un pogrom accuratamente studiato contro la comunità musulmana. Ufficialmente i morti sono stati 800. Alcuni rapporti indipendenti fanno salire la cifra a ben più di duemila. Oltre 150mila persone, cacciate dalle loro case, ora vivono nei campi profughi. Le donne sono state denudate, stuprate in massa, i genitori sono stati bastonati a morte davanti ai loro figli, 240 tombe di santi musulmani e 180 moschee sono state distrutte. Ad Ahmedabad la tomba di Wali Gujarati, il fondatore della poesia urdu moderna, è stata demolita e lastricata nel giro di una notte. La tomba del musicista Ustad Faiyaz Ali Khan è stata profanata e coperta di pneumatici in fiamme. Gli incendiari hanno bruciato e saccheggiato negozi, case, alberghi, fabbriche, autobus e macchine private. Centinaia di migliaia di persone hanno perso il lavoro.

La folla ha circondato la casa dell’ex parlamentare del Partito del Congresso Iqbal Ehsan Jaffri. Le sue telefonate al direttore generale della polizia, al comandante della polizia, al primo segretario, al primo segretario aggiunto (all’Interno) sono state ignorate. I furgoni della polizia intorno a casa sua non sono intervenuti. La folla ha fatto irruzione nella casa. Hanno spogliato le figlie e le hanno bruciate vive. Poi hanno decapitato Ehsan Jaffri e lo hanno fatto a pezzi. Ovviamente è solo una coincidenza che Jaffri sia stato un critico feroce del primo ministro del Gujarat, Narendra Modi, durante l’ultima campagna elettorale del febbraio scorso.

In tutto il Gujarat, migliaia di persone si sono armate con bombe molotov, pistole, coltelli, spade e tridenti. Oltre ai soliti gruppi sottoproletari del Vhp e del Bajrang Dal, c’erano dalit e adivasi (gli intoccabili, i più poveri tra i poveri) trasportati con autobus e camion. Ai saccheggi hanno partecipato anche persone della classe media. I leader avevano elenchi catastali scaricati dal computer che indicavano le case, i negozi, le aziende e persino le società musulmane. Avevano telefoni cellulari per coordinare l’azione. Avevano camion stracarichi di bombole di gas, ammucchiate con settimane di anticipo, e usate per far saltare in aria i negozi e gli uffici dei musulmane. Potevano contare non solo sulla protezione e la connivenza della polizia, ma anche sul suo fuoco di copertura.

Mentre il Gujarat bruciava, il primo ministro indiano è apparso su Mtv per pubblicizzare le sue nuove poesie (sembra che le cassette abbiano venduto centomila copie). C’è voluto più di un mese - e due vacanze in collina - perché si decidesse ad andare nel Gujarat. Quando è arrivato, messo in ombra dal gelido premier Modi, ha pronunciato un discorso nel campo profughi di Shah Alam. Le sue labbra si muovevano cercando di esprimere preoccupazione, ma non ne è uscito nessun vero suono a parte quello del vento che fischiava su un mondo bruciato, insanguinato e spezzato. Poi abbiamo saputo che se ne andava in giro ballonzolando in un’automobilina da golf per concludere operazioni commerciali a Singapore.

Una differenza sostanziale

Gli assassini imperversano ancora nelle strade del Gujarat. La folla dei linciaggi è ancora l’arbitro della normalità quotidiana: chi può vivere dove, chi può dire cosa, chi può incontrare chi, dove e quando. Il suo mandato si allarga rapidamente. Dalle questioni religiose si è esteso alle discussioni sulla proprietà, alle liti in famiglia, alla pianificazione e distribuzione delle risorse idriche. Le aziende musulmane sono state chiuse. Nei ristoranti i musulmani non vengono serviti. Nelle scuole i bambini musulmani non sono benvenuti. Gli studenti musulmani sono troppo terrorizzati per presentarsi agli esami. I genitori musulmani vivono nel terrore che i figli possano dimenticare le istruzioni ricevute dicendo in pubblico “Ammi!” (mamma) oppure “Abba!” (papà), tirandosi addosso una morte improvvisa e violenta. Ci hanno avvisato: è solo l’inizio.

È questa la nazione indù che tutti dovremmo aspettare ansiosamente? Quando avremo fatto capire ai musulmani “qual è il loro posto”, il latte e la Coca-Cola scorreranno a fiumi in tutto il paese? Quando il tempio di Ram sarà stato ricostruito, ci sarà una camicia su ogni schiena e un arrosto in ogni pancia? Saranno state asciugate tutte le lacrime? Possiamo aspettarci dei festeggiamenti per l’anniversario, nel marzo prossimo? O per allora ci sarà qualcun altro da odiare? In ordine alfabetico: adivasi, buddisti, cristiani, dalit, parsi, sikh? Quelli che portano i jeans o che parlano inglese, oppure quelli che hanno le labbra carnose e i capelli ricciuti?

Non dovremo aspettare a lungo. È già cominciata. Questi rituali collaudati continueranno ancora? La gente verrà decapitata, fatta a pezzi e poi coperta di urina? (che razza di visione depravata riesce persino a immaginare l’India senza la varietà, la bellezza e la spettacolare anarchia di tutte queste culture? L’India diventerebbe una tomba e puzzerebbe come un crematorio).

Non importa chi erano e come sono stati uccisi: ogni persona morta nel Gujarat nelle scorse settimane merita di essere pianta. Centinaia di lettere indignate a giornali e riviste chiedono perché gli “pseudolaici” non condannano l’incendio del Sabarmati Express di Godhra con lo stesso sdegno con cui condannano le uccisioni nel resto del Gujarat.

Quello che non sembrano capire è che c’è una differenza sostanziale fra un pogrom come quello in corso nel Gujarat e l’incendio del Sabarmati Express. Non sappiamo ancora con precisione chi è responsabile della carneficina di Godhra. Il governo sostiene (senza uno straccio di prova) che è stato un complotto dei servizi segreti pachistani. Secondo dei rapporti indipendenti, i treni sono stati messi a fuoco da una folla infuriata.

In ogni caso, è stato un atto criminale. Ma tutti i rapporti indipendenti dicono che il pogrom contro la comunità musulmana del Gujarat - definito dal governo una “ritorsione” spontanea - è stato condotto nel migliore dei casi sotto lo sguardo benevolo dello Stato, e nel peggiore con la sua attiva collusione. Comunque lo Stato è criminosamente colpevole. E lo Stato agisce a nome dei suoi cittadini. Perciò, in quanto cittadina, sono costretta ad ammettere che in qualche modo mi hanno reso complice del pogrom del Gujarat. È questo che mi indigna. Ed è questo che dà un significato completamente diverso ai due massacri.

Dopo i Massacri del Gujarat, il Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss) - ala morale e culturale del Bjp di cui il primo ministro, il ministro dell’Interno e lo stesso premier del Gujarat Narendra Modi sono tutti membri - in una riunione a Bangalore ha invitato i musulmani a guadagnarsi la “benevolenza” della comunità di maggioranza. All’incontro dell’esecutivo nazionale del Bjp a Goa, Modi è stato accolto come un eroe. La sua furba offerta di dimettersi dalla carica di primo ministro del Gujarat è stata respinta all’unanimità. In un recente discorso ha parago nato gli avvenimenti delle ultime settimane nel Gujarat alla marcia del sale guidata da Gandhi, definendoli momenti significativi della Lotta per la Libertà.

Contraltare islamico

Istigare l’odio fra comunità rientra nel mandato del Sangh Parivar (la famiglia degli oltranzisti indù). Lo ha progettato per anni. Ha iniettato un veleno a lento assorbimento direttamente nel flusso sanguigno della società civile. In tutto il paese centinaia di agitatori dell’Rss e di scuole elementari induiste (saraswati shishu mundir) hanno indottrinato migliaia di bambini e di giovani, frenandone lo sviluppo con l’odio religioso e la storia falsificata. Non sono diversi e meno pericolosi delle scuole coraniche diffuse in Pakistan e in Afghanistan che hanno generato i taliban. In Stati come il Gujarat, la polizia, l’amministrazione e i quadri politici di ogni livello sono stati sistematicamente permeati di dottrina. Ha una presa enorme sulla gente, che sarebbe sciocco sottovalutare o fraintendere. Tutta la faccenda ha una formidabile base religiosa, ideologica, politica e amministrativa. Questo genere di potere, questo genere di diffusione possono essere ottenuti solo con l’appoggio dello Stato.

Alcune madrase, l’equivalente musulmano di serre dove si coltiva l’odio religioso, cercano di recuperare con il loro parossismo e i finanziamenti stranieri l’appoggio che non hanno dallo Stato. Forniscono un contraltare perfetto ai demagoghi indù che così possono ballare le loro danze di paranoia e di odio di massa (di fatto svolgono questa funzione così perfettamente che potrebbero benissimo lavorare in squadra).

Sotto questa implacabile pressione, molto probabilmente la maggioranza della comunità musulmana si rassegnerà a vivere nei ghetti come cittadini di serie B, nel terrore costante, senza diritti civili e senza poter ricorrere alla giustizia. Come sarà la loro vita quotidiana? Ogni piccola cosa, una discussione durante la fila per il cinema o un diverbio al semaforo, potrebbe diventare mortale. Così impareranno a stare tranquilli, ad accettare la loro sorte, a strisciare ai margini della società in cui vivono. La loro paura si propagherà ad altre minoranze. Molti, e soprattutto i giovani, probabilmente diventeranno militanti. Faranno cose terribili. La società civile sarà chiamata a condannarli. Allora tornerà la dottrina del presidente Bush: “O con noi o con i terroristi”.

Queste parole si sono solidificate nel tempo come ghiaccioli. Nei prossimi anni, i macellai e i massacratori modelleranno sinistramente le loro bocche intorno a questi suoni (“sinc labiale” lo chiamano i cineasti) per giustificare la loro carneficina. L’ideologo indù Bal Thackeray (del partito estremista dello Shiv Sena), che negli ultimi tempi si sente un po’ eclissato da Modi, propone una soluzione definitiva. Ha invocato una guerra civile. Non è semplicemente perfetto? Così il Pakistan non avrà bisogno di bombardarci, potremo bombardarci da soli. Trasformeremo tutta l’India nel Kashmir. O nella Bosnia. O nella Palestina. O nel Ruanda. Soffriremo tutti per sempre. Compreremo armi ed esplosivi costosi per scannarci a vicenda.

Il senso delle proporzioni

Quanto ci siamo avvicinati all’autodistruzione. Un altro passo e saremo in caduta libera. Eppure il governo continua a premere. All’incontro di Goa dell’esecutivo nazionale del Bjp, il primo ministro dell’India laica e democratica, Atal Behari Vajpayee, ha fatto storia. È stato il primo premier indiano a varcare la soglia e rivelare pubblicamente un’intolleranza nei confronti dei musulmani che persino George W. Bush e Donald Rumsfeld sarebbero imbarazzati ad ammettere. “Dovunque essi siano”, ha detto, “i musulmani non vogliono vivere in pace”.

Alcuni di noi speravano ingenuamente che l’enormità dell’orrore delle ultime settimane avrebbe spinto i partiti laici, per quanto interessati, a unirsi nell’esprimere totale indignazione. Da solo, il Bjp non ha il mandato del popolo dell’India per realizzare la nazione indù. Speravamo che i 27 alleati centristi che formano la coalizione guidata dal Bjp avrebbero ritirato il loro appoggio. Pensavamo, piuttosto stupidamente, che avrebbero capito che non può esserci prova maggiore della loro fibra morale, della loro fedeltà ai sacri principi del laicismo.

Il Congresso e i partiti di sinistra hanno promosso una serie di iniziative per chiedere le dimissioni di Modi. Dimissioni? Abbiamo perso ogni senso delle proporzioni? I criminali non devono dimettersi. Devono essere messi sotto accusa, processati e condannati. Come dovrebbero esserlo quelli che hanno incendiato il treno di Godhra. Come dovrebbero esserlo le folle, e quei membri delle forze di polizia e dell’amministrazione che hanno pianificato e partecipato al pogrom nel resto del Gujarat. Come deve esserlo chi è responsabile di aver fatto salire la frenesia fino a farla esplodere. La Corte suprema ha la possibilità di agire contro Modi e il Bajrang Dal e il Vhp suo motu (quando è la Corte stessa a muovere le accuse). Ci sono centinaia di testimoni. Ci sono montagne di prove.

Ma in India se siete un macellaio o un massacratore che ha la ventura di essere anche un uomo politico, avete ogni motivo per essere ottimista. Nessuno si aspetta che gli uomini politici vengano perseguiti.

Il fascismo ha stampato la sua impronta in India. Fissiamo la data: primavera 2002. Se possiamo ringraziare il Presidente Americano e la Coalizione Contro il Terrorismo per aver creato un clima internazionale favorevole al suo spaventoso debutto, non possiamo attribuire a loro il merito degli anni in cui ha lievitato nelle nostre vite pubbliche e private. È arrivato nel vento sulla scia dei test nucleari di Pokhran del 1998. Da allora l’energia straripante del patriottismo assetato di sangue è diventata una valuta politica perfettamente spendibile. Le “armi della pace” hanno intrappolato India e Pakistan in una spirale di rischi calcolati - minaccia e controminaccia, beffa e controbeffa.

E ora, una guerra e centinaia di morti più tardi, oltre un milione di soldati dei due eserciti sono ammassati alla frontiera, palla degli occhi contro palla degli occhi, prigionieri di un insensato stallo nucleare. L’intensificarsi della belligeranza contro il Pakistan è rimbalzato dalla frontiera entrando nel corpo del nostro Stato, come una lama acuminata che affetta le vestigia dell’armonia e della tolleranza sociale fra la comunità indù e quella musulmana. In un attimo gli emissari di dio, usciti dall’inferno, hanno colonizzato l’immaginario collettivo. E noi li abbiamo fatti entrare.

Ogni volta che l’ostilità fra India e Pakistan viene artificiosamente alimentata, all’interno dell’India aumenta l’ostilità nei confronti dei musulmani. A ogni grido di battaglia contro il Pakistan infliggiamo una ferita a noi stessi, al nostro stile di vita, alla nostra civiltà spettacolosamente diversa e antica, a tutto ciò che rende l’India diversa dal Pakistan. Nazionalismo Indiano significa sempre di più Nazionalismo Indù, che si definisce non con il rispetto o la considerazione di sé, ma con l’odio per l’Altro. E l’Altro, per il momento, non è soltanto il Pakistan, è il Musulmano.

È inquietante vedere con quanta millimetrica precisione il nazionalismo combacia con il fascismo. Se non vogliamo permettere ai fascisti di stabilire cos’è la nazione, o a chi appartiene, vale la pena di ricordare che il nazionalismo - in tutte le sue tante incarnazioni, socialista, capitalista e fascista - è stato alla radice di quasi tutti i genocidi del Ventesimo secolo. Sulla questione del nazionalismo è saggio procedere con cautela. Non possiamo sentire di appartenere a un’antica civiltà invece che soltanto a una giovane nazione? Amare una terra invece di limitarci a pattugliare un territorio? Il Sangh Parivar non capisce cosa significa civiltà. Cerca di limitare, ridurre, definire, smembrare e profanare la memoria di quello che eravamo, la nostra idea di quello che siamo e i nostri sogni di chi vogliamo essere.

Il fascismo incipiente e strisciante di questi ultimi anni è stato preparato da molte nostre istituzioni “democratiche”. Ci hanno flirtato tutti - il parlamento, la stampa, la polizia, l’amministrazione, l’opinione pubblica. Persino i “laici” sono colpevoli di aver contribuito a creare il clima giusto. Ogni volta che difendete il diritto di un’istituzione, qualsiasi istituzione (compresa la Corte suprema) a esercitare poteri illimitati di cui non è tenuta a rispondere e che non devono mai essere contrastati, vi state muovendo verso il fascismo.

Con occhi di falco

A dire il vero, forse non tutti hanno riconosciuto i primi segnali per quello che erano. La stampa nazionale è stata straordinariamente coraggiosa nel denunciare gli avvenimenti delle ultime settimane. Molti compagni di viaggio del Bjp che lo hanno accompagnato fino all’orlo del baratro ora si affacciano nell’abisso di questo inferno che un tempo era il Gujarat e si ritraggono sinceramente sconvolti. Ma con quanta forza e per quanto tempo continueranno a combattere? Non sarà come una campagna pubblicitaria per la prossima stagione di cricket. E non ci saranno sempre carneficine spettacolari da raccontare.

Il fascismo è anche la lenta, costante infiltrazione di tutti gli strumenti del potere statale. È la progressiva erosione delle libertà civili, le tante piccole ingiustizie quotidiane. Combatterlo significa combattere per riconquistare la mente e il cuore della gente. Combatterlo non significa chiedere che gli agitatori dell’Rss e le scuole coraniche siano messe al bando. Significa lavorare per il giorno in cui saranno volontariamente abbandonate come pessimi esempi. Significa vigilare con occhio di falco sulle istituzioni pubbliche ed esigere che siano chiamate a rispondere. Significa mettere l’orecchio a terra e ascoltare i bisbigli di chi è veramente senza potere. Significa dare uno spazio alla miriade di voci delle centinaia di movimenti di resistenza in tutto il paese che parlano di cose vere, del lavoro da schiavi, del lo stupro coniugale, delle preferenze sessuali, dei salari femminili, delle discariche di uranio, delle estrazioni minerarie insostenibili, dei problemi dei tessitori, delle preoccupazioni degli agricoltori. Significa evitare che ci siano rifugiati interni, combattere la deprivazione e l’implacabile violenza quotidiana della povertà assoluta.

Combatterlo significa anche non permettere che gli articoli del tuo giornale e gli spot televisivi in prima serata vengano distorti dalle loro false passioni e dalla loro fittizia teatralità, destinate ad allontanare l’attenzione da tutto il resto.

Un pane di legno

Anche se molta gente in India è inorridita per gli avvenimenti del Gujarat, migliaia e migliaia di indottrinati si stanno preparando a viaggiare sempre più profondamente nel cuore dell’orrore. Guardatevi intorno: nei giardinetti, nei grandi parchi, negli appezzamenti vuoti, negli spazi verdi dei villaggi, l’Rss marcia agitando la sua bandiera color zafferano. Improvvisamente sono dappertutto, uomini adulti in pantaloncini color cachi che marciano, marciano, marciano. Verso dove? Per cosa?

Questi livelli di rabbia e di odio non possono essere contenuti, non possiamo aspettarci che si plachino con la censura e la denuncia pubblica. Gli inni alla fratellanza e all’amore sono una gran cosa, ma non abbastanza.

Storicamente, i movimenti fascisti sono cresciuti grazie ai sentimenti di delusione nazionale. Il fascismo è arrivato in India quando i sogni che avevano alimentato la Lotta per la Libertà sono stati sperperati come altrettanti spiccioli. L’indipendenza stessa arrivò come un “pane di legno”, per usare la famosa espressione di Gandhi, una libertà teorica macchiata dal sangue delle migliaia di persone morte durante la Partizione dal Pakistan. Per oltre mezzo secolo l’odio e la sfiducia reciproca sono stati esacerbati. I politici, guidati in prima fila da Indira Gandhi, ci hanno giocato e non hanno mai permesso che si attenuassero.

Ogni partito politico ha corroso il midollo della nostra democrazia parlamentare laica, indebolendolo per il proprio tornaconto elettorale. Come termiti che bucano un rialzo del terreno, hanno scavato gallerie e passaggi sotterranei, minando il significato di “laico” fino a quando è diventato un guscio vuoto pronto a implodere. Questo loro sfruttamento ha indebolito le fondamenta della struttura che collega la Costituzione, il parlamento e i tribunali, quello schema di controlli ed equilibri che rappresenta la spina dorsale di una democrazia parlamentare.

In questa situazione è futile continuare a incolpare gli uomini politici e pretendere da loro una moralità di cui sono incapaci. C’è qualcosa di miserevole in un popolo che si lamenta costantemente dei suoi leader. Se ci hanno deluso è solo perché noi glielo abbiamo permesso. Si potrebbe sostenere che la società civile ha tradito i suoi leader quanto i leader hanno tradito la società civile. Dobbiamo accettare il fatto che nella nostra democrazia parlamentare c’è una falla pericolosa, sistemica, di cui gli uomini politici approfitteranno sempre. E che sfocia nelle conflagrazioni come quella nel Gujarat. C’è un incendio nelle condutture. Dobbiamo affrontare la questione e trovare una soluzione sistemica.

Rancore concreto

Ma la strumentalizzazione politica delle divisioni fra comunità non è certo l’unica ragione dell’arrivo del fascismo sulle nostre sponde.

Negli ultimi cinquant’anni le modeste speranze dei cittadini comuni in una vita dignitosa, sicura e nell’affrancamento dalla miseria più assoluta sono state regolarmente deluse. Ogni istituzione “democratica” di questo paese si è dimostrata irresponsabile, inaccessibile al cittadino comune e non disposta o incapace di agire nell’interesse di un’autentica giustizia sociale.

Ogni strategia di vero cambiamento sociale - la riforma della terra, l’istruzione, la salute pubblica, l’equa distribuzione delle risorse naturali, l’attuazione della discriminazione positiva nei confronti delle donne - è stata astutamente, abilmente e coerentemente silurata e resa inefficace da quelle caste e da quella classe di persone che stringono in una morsa il processo politico. E ora la globalizzazione economica viene imposta in modo arbitrario e inflessibile a una società sostanzialmente feudale, lacerando il suo tessuto sociale complesso, stratificato, facendolo a pezzi culturalmente ed economicamente.

Questo è un motivo di rancore molto concreto. E non sono stati i fascisti a crearlo. Però se ne sono impadroniti e lo hanno rovesciato ricavandone un odioso, falso senso di orgoglio. Hanno mobilitato le persone usando il loro minimo comune denominatore, la religione. Persone che hanno perso il controllo della loro vita, che sono state sradicate dalle loro case e dalle loro comunità, che hanno perso la loro cultura e la loro lingua, vengono spinte a sentirsi orgogliose di qualcosa. Non orgogliose di qualcosa che si sono sforzate di ottenere e che hanno raggiunto. Ma orgogliose perché per puro caso sono, o per essere più esatti, non sono qualcosa. E la falsità, la vacuità di questo orgoglio sta alimentando una furia gladiatoria che poi viene diretta contro un bersaglio simulato e trascinato a forza nell’anfiteatro.

Come spiegare altrimenti un progetto che punta a privare di diritti, scacciare o sterminare la seconda comunità più povera del paese, usando come soldati di fanteria i più poveri in assoluto (dalit e adivasi)? Come spiegare che i dalit del Gujarat, che per migliaia di anni sono stati disprezzati, oppressi e trattati peggio dei rifiuti dalle caste superiori, si siano uniti ai loro oppressori per attaccare quelli che sono solo in piccolissima misura meno sfortunati di loro? Sono soltanto schiavi salariati, mercenari da ingaggiare? È giusto proteggerli e assolverli dalla responsabilità delle loro stesse azioni? Oppure sono io a essere ottusa?

Forse è un fenomeno comune che gli sfortunati sfoghino la loro rabbia e il loro odio su quelli che sono appena più fortunati, visto che i loro veri avversari sono inaccessibili, apparentemente invincibili. E visto che i loro stessi leader li hanno abbandonati e ora banchettano alla grande tavola, lasciandoli vagare senza guida nel nulla e blaterando assurdità sul ritorno all’ovile indù (il primo passo, presumibilmente, verso la fondazione di un Impero Indù Globale, un obiettivo realistico quanto gli altri progetti storicamente falliti del Fascismo, la rinascita della Gloria Romana, la purificazione della razza germanica o la creazione di un Sultanato islamico).

In India vivono 130milioni di musulmani. I fascisti indù li considerano prede legittime. Gente come Modi e Bal Thackeray pensa davvero che il mondo se ne starà in disparte a guardare mentre vengono sterminati con una “guerra civile”? I resoconti della stampa dicono che l’Unione europea e diversi altri paesi hanno condannato quello che è avvenuto nel Gujarat paragonandolo al regime nazista. La portentosa risposta del governo indiano è che gli stranieri non dovrebbero usare i media indiani per commentare quella che è una “questione interna” (come gli agghiaccianti avvenimenti nel Kashmir?). E poi? La censura? La chiusura di internet? Il blocco delle telefonate internazionali? L’uccisione dei “terroristi” sbagliati e la falsificazione dei campioni di Dna? Non esiste terrorismo come il terrorismo di Stato.

Ma chi li affronterà? Il loro linguaggio fascista forse potrà essere moderato con un po’ di sangue e tuoni dell’Opposizione. Purtroppo non esiste un rimedio rapido. Il fascismo può essere respinto solo se tutti quelli che ne sono sdegnati dimostrano un impegno per la giustizia sociale pari all’intensità del loro sdegno.

Superare la notte

Siamo pronti a prendere posto ai blocchi di partenza? Siamo pronti, milioni e milioni di noi, a ritrovarci non solo sulle strade, ma al lavoro e nelle scuole e nelle nostre case, in ogni decisione da prendere e in ogni scelta da compiere?

Oppure non è ancora il momento…

Se la risposta è no, allora fra diversi anni, quando il resto del mondo ci avrà rifiutato (giustamente), come è accaduto con i semplici cittadini della Germania di Hitler, anche noi impareremo a riconoscere la repulsione nello sguardo degli altri esseri umani. Anche noi ci scopriremo incapaci di guardare i nostri figli negli occhi, per la vergogna di quello che abbiamo e non abbiamo fatto. Per la vergogna di quello che abbiamo permesso che accadesse.

Siamo noi. In India. Che il cielo ci aiuti a superare la notte.

Traduzione di Giuseppina Cavallo

Internazionale, numero 437, 10 ottobre 2002