In un articolo di qualche anno fa uscito su The Chronicle of Higher Education, l’anglista Thomas H. Benton rispondeva di no: meglio non provarci nemmeno. O meglio, ci si può provare, ma allora bisogna 1) essere ricchi di famiglia; o 2) “appartenere a quella piccola classe di persone ben connessa all’interno dell’accademia che prima o poi troverà un posto da qualche parte”; o 3) fare un dottorato in margine a un’altra occupazione remunerata, come l’insegnante; o 4) avere un partner che può mantenere noi e i nostri eventuali figli. Venendo meno queste condizioni, fare un dottorato in discipline umanistiche è un azzardo, o una sciocchezza, perché la gran parte degli addottorati non troverà un lavoro decente nelle università né, con ogni probabilità, al di fuori di esse. Qui l’articolo completo, con altri link utili.

Ma perché credere ai moniti allarmistici di un professore tenured? Lui ce l’ha fatta!

In un articolo più recente uscito su Slate, una giovane studiosa, Rebecca Schuman, torna sulla questione. Lei non è una professoressa tenured: ha finito il suo dottorato sui romanzi di Kafka ed è disoccupata. Scrive:

Non fatelo. Semplicemente, non fatelo. Io sono terribilmente dispiaciuta di aver fatto una scuola di dottorato […] perché la figura del professore tenured, a tempo pieno, è estinta. Dopo quattro anni di tentativi sono finalmente riuscita a far entrare nella mia testa dura che non avrò un lavoro – e se fate un dottorato non ce l’avrete nemmeno voi.

Qui l’articolo completo, con altri link a interventi sul tema.

La mia esperienza mi conferma che quello che scrivono Benton e Schuman è molto ragionevole: nel settore delle humanities l’università americana offre pochi posti spesso malpagati, che vengono coperti non da professori con una tenure-track (cioè con un posto a vita) ma da adjuncts (assistenti, professori a contratto) che accettano di essere pagati una miseria in cambio della possibilità di tenere almeno un piede nell’università, sperando in un futuro migliore che probabilmente non verrà mai. È un fatto talmente assodato da essere entrato nella cultura popolare. Qui Marge Simpson spiega a Bart che i PhD candidates sono solo “persone che hanno fatto una terribile scelta di vita”.

E in Italia? In Italia bisogna dire intanto che il dibattito su questi argomenti non è precisamente acceso. Sui giornali di parla poco di come funzionano e di come dovrebbero funzionare la scuola e l’università. Anziché di questioni pratiche, c’è una comprensibile – ma tipicamente italiana – tendenza a ragionare di massimi sistemi: e ne è una prova fra le altre il favore con cui è stato accolto un libretto iperuranico (cioè lontano anni-luce dalla realtà) e iper-retorico come Non per profitto di Martha Nussbaum. Occuparsi di Grandi Idee dà a chi è dentro al sistema la sensazione tranquillizzante di essere dalla parte giusta (come può un difensore della letteratura, della storia e della filosofia non essere dalla parte giusta?); e rafforza in chi ne è fuori, ma vorrebbe tanto entrarci, la convinzione di essere impegnato in una battaglia la cui posta in gioco è il trionfo degli ideali, dunque il bene comune e non, mettiamo, il proprio. Una rilettura dei vecchi libri di Bourdieu sull’università potrebbe essere utile.

Quanto appunto alla sfera pratica, il consiglio dato da Benton e Schuman, “Non fate un dottorato in discipline umanistiche!” vale anche per l’Italia? Sarebbe bene che questa domanda se la ponessero tutti, ciascuno secondo il suo ruolo e la sua competenza: gli amministratori, nel ministero e nelle università, i docenti, i dottorandi, gli aspiranti al dottorato. E le risposte dovrebbero essere sincere, non retoriche, documentate e – soprattutto, soprattutto – pacate. Lo esplicito perché l’argomento, invece, coinvolgendo scelte di vita personali, genera per lo più proclami autoconsolatori che non fanno progredire la discussione di un millimetro. Calma.

La prima osservazione da fare, ovvia, è che l’Italia non è gli Stati Uniti, e che i dottorati in discipline umanistiche sono tutti pagati dallo stato, cioè dalla fiscalità generale. La domanda potrebbe dunque doversi precisare come segue: “Ha senso che lo stato finanzi i dottorati di ricerca in discipline umanistiche nel modo e nella misura in cui li sta finanziando adesso?”.

Ora, a me pare che nessuno – né lo stato né le università né soprattutto i dottorandi – possa dirsi soddisfatto di come vanno le cose attualmente. E che pochi abbiano le idee chiare su come le cose dovrebbero andare in futuro. Per ora, un dottorato in discipline umanistiche è un periodo di tre anni in cui un laureato prosegue la sua ricerca nella materia che ha scelto: studia, scrive, partecipa a qualche lezione, quando va bene fa un’esperienza di studio e di vita all’estero. I soldi sono pochi, ma la libertà è tanta, e questo piacevole limbo è, dopotutto, un ambiente abbastanza simile a quello in cui ogni bravo studente ha sognato di vivere quando ha intrapreso la carriera del “ricercatore”. Solo che per la gran parte di questi giovani ricercatori alla fine di questo triennio non c’è niente.

L’università (e parlo sempre della regola, non delle eccezioni) non li assume, né è pensabile che li assumerà in un futuro prossimo, dati i tagli ai budget, la contrazione nel numero degli iscritti, le lunghissime liste d’attesa. Se entreranno all’università ci entreranno tardi, ben dopo i trent’anni, quando i loro coetanei lavorano già da tempo; ed entreranno con contratti a tempo determinato che li lasceranno nella condizione di precari per anni e anni, e senza la certezza di un’assunzione definitiva.

La strada delle professioni è quasi sbarrata. Le case editrici assumono e assumeranno sempre di meno, almeno nel medio periodo. I giornali, anche loro in crisi, preferiscono un laureato in giurisprudenza ventitreenne a un trentenne specialista di Kant o di Dante. Resta la scuola. Ma, a parte le liste d’attesa interminabili, a insegnare a scuola ci andranno, in futuro, quelli che avranno fatto un percorso formativo ad hoc, Tfa o biennio professionalizzante che sia. “Fare un dottorato”, anziché “fare il Tfa o la specialistica per insegnare” rischia di essere una scelta penalizzante anche sotto questo punto di vista.

Stando così le cose, un dottorato in discipline umanistiche rischia di essere un cattivo investimento sia per lo stato (che finanzia carriere che non portano ad alcun risultato spendibile: e la spendibilità di una carriera può non essere una preoccupazione per un singolo individuo, che può fare della sua vita ciò che vuole, ma deve esserlo per lo stato che governa il sistema dell’istruzione) sia per i giovani ricercatori (che, salvo eccezioni, non fanno un dottorato per passare il tempo o per migliorare disinteressatamente la loro cultura ma perché vogliono che questa – studiare, insegnare – diventi la loro professione).

Che fare, dunque?

C’è al fondo un problema di orientamento generale. Che cos’è, che cosa dev’essere il dottorato in discipline umanistiche? Sappiamo quello che è stato in passato: il modo per formare all’insegnamento, alla ricerca e a un ristretto numero di professioni un numero molto esiguo di giovani. Ciò che dovrebbe essere in futuro è meno chiaro. Ma secondo le più recenti direttive europee esso dovrebbe avere un’importanza molto maggiore, coinvolgere un numero molto maggiore di studenti, così da configurarsi come il “terzo livello della formazione universitaria”.

Personalmente, vedo bene le ragioni che spingono in questa direzione: aumentando il numero dei laureati (e diminuendo, com’è necessario, il loro livello medio), ha certamente senso estendere in proporzione la formazione post-laurea. Ci sono però almeno due problemi. Il primo è che, come ho detto, almeno per quanto riguarda le discipline umanistiche, questa formazione post-laurea non sembra vincente sul mercato del lavoro: si rischia di produrre un numero ancora maggiore di dotti ma frustrati trentenni in cerca di un lavoro che forse non troveranno o che, una volta trovato, non li appagherà (attenzione: le scienze non stanno molto meglio, solo che matematici, fisici e chimici possono scegliere di fare un dottorato all’estero con buone

chances di vincerlo e poi di trovare lavoro nel paese d’adozione). Se è così, è logico e giusto investire in questo ramo della formazione piuttosto che in altri? Il secondo problema è che le università italiane non dispongono delle risorse per far studiare decentemente neppure i non molti dottorandi che hanno adesso: pochi docenti per le lezioni, pochissimi soldi per invitare docenti da altre università e per finanziare la ricerca dei dottorandi (nonché la loro vita materiale).

Salvo che questa tendenza non si inverta, e che lo stato decida di dare alle università più docenti e più soldi per formare molti più dottorandi (ma, ripeto, per un mercato del lavoro che spesso non sembra richiederli), a me pare ragionevole pensare che il dottorato di ricerca debba servire ancora soprattutto a formare – specie in alcune discipline non strategiche nel mercato del lavoro, ma fondamentali nel campo della cultura – un numero non molto elevato di giovani specialisti. A questo scopo, mi pare che le grandi scuole di dottorato dei singoli atenei servano a poco, che i consorzi tra atenei servano un po’ di più, e che davvero utili sarebbero delle scuole di dottorato autonome rispetto agli atenei, scuole in cui, per tre anni, giovani con interessi e obiettivi diversi (ma non troppo diversi) abbiano la possibilità di vivere insieme, a contatto con docenti delle discipline più varie, ma potendo contare sulla guida di docenti che professano la disciplina nella quale essi vogliono specializzarsi. Qualcosa di simile alle grandes écoles francesi. Ma i numeri, in ogni caso, non possono essere molto alti, e devono anzi a mio avviso essere molto contenuti, e – per quanto la formula possa suonare irritante – commisurati al fabbisogno.

C’è una pagina di Kristeller che rileggo ogni tanto quando ho bisogno di rinfrescarmi la memoria sul perché lo stato dovrebbe continuare a spendere un po’ dei suoi soldi nella formazione e nel mantenimento di persone come me:

Confesso di non apprezzare i risultati ottenuti dal nostro tempo a tal punto da convincermi che possiamo permetterci di rinunciare alla ricca eredità del nostro passato. Questa eredità può restare viva solo se ogni generazione include un po’ di storici, di studiosi e di bibliotecari che si dedicano al compito di preservare per il futuro, per quanto è possibile, le testimonianze materiali di questa eredità, e cioè le opere d’arte, della letteratura, della filosofia, della scienza. Sebbene non sia possibile né desiderabile conservare tutto, la selezione di ciò che occorre conservare dovrebbe almeno essere basata sulla conoscenza e il giudizio responsabile, e non essere lasciata alla moda o al caso (Paul Oskar Kristeller, Tasks and Problems of Manuscript Research).

Sono parole belle e giuste. Ma c’è un modo retorico di interpretarle che non mi piace. È il modo di chi dice: “Dunque dobbiamo, noi che ci occupiamo di discipline umanistiche, lottare per tenere viva questa fiamma, e batterci per avere più soldi, più posti, in modo da formare sempre più persone che condividano i nostri valori e la nostra battaglia”. Perché non c’è nessuna battaglia: dobbiamo ragionare come membri di una comunità, non come una chiesa. E il discorso dei valori e della battaglia è comodo farlo quando si riceve uno stipendio alla fine del mese, e il costo del nostro idealismo lo pagano gli altri. Mi pare però che questo costo – pagato dallo stato e, soprattutto, dai dottori di ricerca formati e dimenticati dall’università italiana – sia diventato ormai insostenibile, e che il sistema vada cambiato al più presto.

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