05 maggio 2020 11:12

Quanto saranno terribili i prossimi mesi e anni? Poiché in genere tendo all’apocalittico, ho provato un certo orgoglio nel notare che la mia domanda preferita è diventata la domanda preferita di tutti. È un po’ come essere un aristocratico dell’ottocento e vedere la figlia che ha appena debuttato in società diventare la protagonista della stagione londinese.

Ma nel decidere chi stare a sentire, e quanto essere allarmati, è facile non tener conto di un fattore determinante: in una crisi pervasiva come questa, nessuno – né gli esperti accademici, né i commentatori né quell’amico che continua a invitarti a essere meno (o più) preoccupato – è un osservatore completamente neutrale. Perché le previsioni sul futuro non riguardano solo il futuro.

Sono anche meccanismi di difesa per affrontare il presente.

Siamo tutti esseri umani
Il che è abbastanza ovvio nel caso degli inguaribili ottimisti convinti che tra qualche settimana tutto tornerà normale, perché chiaramente stanno cercando di generare un senso di sicurezza in un periodo di incertezza. Ma è stato affascinante vedere anche il loro opposto: quelle persone della mia cerchia, e in particolare i miei contatti sui social media, che affermano con convinzione che le cose andranno peggio di quanto possiamo immaginare (perfino gli epidemiologi di professione sono impegnati in una sorta di corsa alle armi nel predire periodi di distanziamento sociale sempre più lunghi).

Ma psicologicamente questo è comprensibile. Quando tutto è in sospeso, le persone che prevedono un’assoluta catastrofe sono al sicuro: le cose non potranno mai andare peggio di quanto avevano detto.

Se rinunciamo a pretendere di sapere cosa succederà domani, ci sentiamo più leggeri

Pensate anche alla nostra reazione politica alla pandemia. La rabbia per la risposta del governo può essere perfettamente giustificata, ma se essere furiosi con i conservatori rientra nella nostra mentalità, esserlo adesso è anche una perversa fonte di conforto. Ultimamente, niente è più come prima, ma almeno possiamo continuare a odiare i tory.

Quello che intendo dire è che non voglio liquidare nessun atteggiamento particolare come meccanismo di difesa (nessuno riesce a tirare avanti senza un qualche meccanismo di difesa. Uno dei miei è scrivere rubriche su quelli degli altri). Ma è utile vedere che ruolo svolgono, se non altro per non precipitare in una spirale di ansia la prossima volta che qualcuno di cui vi fidate vi dipinge una visione particolarmente tragica del futuro. Magari alla fine avrà avuto anche ragione. Ma quel che è certo è che si tratta di un essere umano, e ha un suo metodo personale per gestire le proprie emozioni.

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Inoltre, vale la pena di ricordare che l’attuale calamità è un’ulteriore prova del fatto che la maggior parte di noi, nella maggior parte dei casi, non ha idea di quello che succederà. “Nei giorni in cui siete più pessimisti, ricordatevi che tre mesi fa avreste ritenuto improbabile che tutto il mondo sarebbe stato chiuso in casa a causa di una pandemia”, ha osservato di recente l’economista Kaushik Basu. “Dunque, anche l’anticipazione di un futuro catastrofico potrebbe essere sbagliata”.

Non credo che questo sia un buon motivo per sostituire il pessimismo con l’ottimismo, ma lo è per sospendere entrambi. Se rinunciamo a pretendere di sapere cosa succederà domani, ci sentiamo più leggeri. Dicono che se ti aspetti il peggio, sarai piacevolmente sorpreso, ma questo non impedisce di essere depressi ora. La vera abilità – pur facendo del nostro meglio per prepararci al futuro – consiste nell’evitare di aspettarci qualsiasi cosa.

Consigli di lettura
Nel suo libro, The wisdom of no escape, la suora buddista americana Pema Chödrön offre consigli su come imparare a rilassarsi pensando all’“inconsistenza” della realtà.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.