Non bisogna andare lontano per trovare le origini dell’animosità tra Cina e Giappone: il ricordo dell’occupazione giapponese della Manciuria e quello della guerra sino-giapponese degli anni trenta del secolo scorso non sono mai stati del tutto superati. L’ennesima dimostrazione è arrivata con la notizia delle sanzioni cinesi contro il Giappone, a causa di quella che Pechino definisce una “rinascita del militarismo giapponese”. È un chiaro riferimento all’impero nipponico della prima metà del ventesimo secolo.
Il contesto, però, è molto diverso rispetto al passato. La Cina del 2026 è una superpotenza, non certo la repubblica debole e divisa di cento anni fa. Allo stesso modo, il Giappone di oggi è lontano parente dell’impero espansionista di allora. A non essere cambiata, invece, è la rivalità tra le due potenze dell’Asia orientale.
Il 29 giugno Pechino ha imposto nuove sanzioni nei confronti di venti aziende giapponesi (la seconda raffica di restrizioni) oltre a un embargo malcelato sulla consegna di terre rare al Giappone. La causa di questa guerra economica è una dichiarazione rilasciata l’anno scorso dalla prima ministra giapponese Sanae Takaichi, che aveva definito qualsiasi eventuale attacco contro Taiwan una minaccia per la sicurezza del Giappone, promettendo che il suo paese sarebbe intervenuto a difesa dell’isola.
La strategia cinese verso Taiwan, territorio rivendicato da Pechino, si basa sulla volontà di convincere i 23 milioni di taiwanesi di non avere la minima possibilità di prevalere sugli 1,4 miliardi di cinesi, e che nessuno correrà in loro aiuto. Nel frattempo il governo cinese lavora intensamente nel tentativo di influenzare Donald Trump e incrinare l’impegno statunitense a favore di Taiwan. Anche per questo, il presidente degli Stati Uniti ha assunto una posizione più ambigua.
Le parole di Takaichi, vera donna di ferro giapponese, rappresenta un ostacolo per la strategia cinese, perché offre un’alternativa in caso di defezione statunitense, tra l’altro in un momento in cui il Giappone segue la tendenza mondiale incrementando la spesa militare per non perdere terreno rispetto alle due potenze nucleari della regione, la Cina e la Corea del Nord.
Con queste sanzioni, la Cina vuole dimostrare al Giappone (dove la presa di posizione della premier non è apprezzata da tutti) che ci sarà un prezzo da pagare per l’ostilità nei confronti di Pechino, soprattutto su un tema come Taiwan, considerato in tutto e per tutto una questione interna cinese.
Strategia di logoramento
C’è davvero il rischio di un’escalation tra Cina e Giappone? Il pericolo non è insignificante, ma resta minimo. Allo stadio attuale siamo ancora al livello dell’intimidazione politica. L’embargo sulle terre rare è il provvedimento più serio, ma il giappone aveva già subito un’imposizione simile nel 2010. Da allora il governo di Tokyo si è impegnato a diversificare le fonti di approvvigionamento, anche se il peso della Cina resta determinante per questi minerali preziosi. Donald Trump è intervenuto con Pechino per far cancellare le sanzioni contro il Giappone, ma la mossa cinese dimostra che non è ancora arrivato il momento della distensione.
Il seguito dipenderà dalla strategia cinese su Taiwan. Per Pechino la priorità non è l’azione militare, ma il logoramento della popolazione dell’isola, nella speranza che nel 2028 i taiwanesi votino contro il partito sovranista al potere.
La possibilità di un intervento militare, però, è costantemente dietro l’angolo. Le navi da guerra cinesi sono sempre più invadenti intorno a Taiwan, tanto che il 29 giugno il Giappone ha protestato contro il comportamento della marina di Pechino vicino all’isola giapponese di Yonaguni, la più prossima a Taiwan. La guerra di nervi, insomma, è in pieno svolgimento.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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