Negli ultimi tempi si sono intensificati i combattimenti tra i soldati iracheni e i jihadisti dello Stato islamico vicino alla raffineria di petrolio di Baiji. I video pubblicati da entrambe le parti mostrano che la struttura è in buone condizioni, anche se tutt’intorno si vedono delle esplosioni.
Lo Stato islamico ha fatto esplodere rovine assire, santuari storici, chiese, ma non gli impianti petroliferi. In Siria i ribelli jihadisti hanno cominciato a produrre quotidianamente migliaia di barili di greggio, che è estratto dai giacimenti sotto il loro controllo. E, con l’aiuto di intermediari privati, ne hanno venduti circa 120mila in Siria, in Turchia e in Iraq. Un abitante di Mosul mi ha detto che il prezzo del carburante in città è aumentato del triplo rispetto al resto dell’Iraq e che alcuni venditori curdi hanno cominciato a fare buoni affari contrabbandando petrolio nella località controllata dai ribelli.
Anche a Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan, i prezzi del carburante sono aumentati. Mentre a Baghdad i politici combattono per decidere chi saranno il prossimo presidente e il primo ministro, al nord la battaglia più sanguinosa sarà per il controllo del petrolio.