Comincia con il suono lontano della sirena di un’ambulanza. Poliziotti e pompieri sono già davanti a una serie di auto incidentate, fumanti e accartocciate. Arrivano altre ambulanze e il suono delle sirene stordisce. Si aprono i portelloni. Le sirene si spengono. I soccorritori scendono, sono ovunque.
Dagli altoparlanti sul piazzale informano che sono coinvolte quindici persone, di cui due in codice nero, cinque in codice rosso, sei in codice giallo, mentre le altre sono lievemente ferite. L’area è transennata. La mia visuale è impallata dal telefono di un volontario della Croce rossa, che sul bicipite ha tatuato uno stetoscopio a forma di cuore.
È la simulazione di un incidente in autostrada. Le ferite sono realistiche. Gli altoparlanti annunciano che alcuni feriti sono considerati “non salvabili perché in maxiemergenza si dedica la maggior parte degli sforzi alle persone che hanno maggiore possibilità di essere salvate”.
Da tutta Italia
Sono nel piazzale fuori dalla fiera di Montichiari, in provincia di Brescia, dove da 25 anni si svolge il salone internazionale dell’emergenza. Intorno a me ci sono soccorritori, medici, paramedici, alpini, speleologi, cinofili, carabinieri e pompieri (entrambi anche nella variante in congedo), e volontari con le uniformi rosse, ciano, arancioni, ecc. Vengono da tutta Italia, isole comprese, con mezzi propri o pullman organizzati, a spese loro o del loro ente.
Tutti, come me, indossano il pass “Visitatore”. Io sono venuto con Sonia e altri due volontari della sua associazione, che fa soccorso e protezione civile. Ci sono Paolo, il responsabile delle divise, e Valentina. Sonia è una psicologa dell’emergenza. La conosco dal terremoto di Amatrice. Io ero lì come fotografo e lei assisteva la popolazione.
Dopo 45 minuti la simulazione dell’incidente sta per finire, e gli organizzatori ringraziano i partecipanti e la ditta di demolizioni che ha fornito le auto accartocciate.
Mentre torniamo verso i padiglioni, Sonia mi fa cenno di non far caso a Valentina, che si lamenta con Paolo per le loro divise troppo vecchie: “Non sono più arancioni, ma marroncino smorto. E se dopo trenta riunioni non le compriamo oggi, ti lasciamo tornare da Montichiari a piedi”. Paolo ha la divisa più consumata di tutti.
L’unico obiettivo di Sonia è arrivare da un certo venditore di divise che, “come al solito”, aggiunge Paolo, è dall’altra parte della fiera. Valentina dice: “È una bellissima fiera. O è stata una bellissima fiera. Ormai ci sono sempre le stesse cose”.
Qui dentro un’ambulanza è solo una cosa bella da vedere
Il 2026 è stato l’anno in cui le ambulanze private sono entrate nel paniere Istat sui consumi degli italiani. Da quello che dicono gli allestitori, il mercato delle ambulanze crescerà sia per l’invecchiamento della popolazione sia perché hanno chiuso molti ospedali, e quindi bisognerà trasportare le persone che ne hanno bisogno in strutture più lontane.
Ma non è per questo che le ambulanze sono l’attrazione di questa fiera. Davanti a loro ogni visitatore resta immobile e con gli occhi pieni di meraviglia. Intorno ci sono musica a tutto volume, gadget, palloncini e venditori che sorridono e indossano vestiti attillati con le caviglie scoperte.
Lungo la carrozzeria di un’ambulanza ci sono nove luci blu. Altre luci blu si accendono a intermittenza sugli specchietti retrovisori. Qui non fa la paura che può fare fuori. Non c’è angoscia, ma forma e design. Qui dentro un’ambulanza è solo una cosa bella da vedere.
Accanto a noi, quattro ragazzi in divisa azzurra salgono su un mezzo enorme, con ruote grandissime e mi chiedono di fargli una foto con il loro telefono. Sul cartello accanto si legge che “è un mezzo blindato per ordine pubblico, trasporto truppe e operazioni in ambienti ostili”.
Barelle e scaglie di parmigiano
Paolo dice che rispetto al passato ci sono molti più espositori che vendono cose militari: oltre a scarponi e divise, caschi e guanti speciali, ci sono rifugi tecnologicamente avanzati, mezzi mobili campali, telecamere di sorveglianza e mezzi anfibi militari. E questo forse è il solo legame con Montichiari, che si trova in una delle province più armate d’Italia, l’unica che ha continuato a esportare armi in Israele.
Passiamo di fronte a uno stand in cui si vende un “laccio emostatico tattico di origine ucraina” progettato per bloccare le emorragie agli arti “in situazioni di emergenza, combattimento o trauma”. Al bancone offrono caramelle, come ovunque. Regalano borse in polipropilene, penne, adesivi, portachiavi, una matita con un seme che si può anche piantare per dar vita a una pianta di peperoncino. Sul tavolo di un allestitore di ambulanze si può pescare una scaglia di parmigiano da una forma intera (e ormai sudata).
Un’azienda di barelle attira i visitatori con il Gira gioca vinci: una ruota della fortuna dove si possono vincere un braccialetto, un collarino, tre penne, un moschettone.
Ci si muove tra sirene, tricolori (molti tricolori), luminarie di lampeggianti, fari scintillanti. Con Paolo e Sonia arriviamo allo stand più frequentato. Paolo mi dice: “Sai perché qui c’è la fila? Perché personalizzano le cose. Ai nostri non basta la toppa con scritto ‘Volontario’. Ci vogliono il loro nome, o la qualifica ‘Autista’, ‘Coordinatore’”. Poi indica una toppa nera: “Questa con scritto ‘Istruttore’ è un esempio. Vieni qui e te la vendono senza neanche chiederti il certificato di istruttore. Paghi cinque euro e te la porti a casa. È come l’americano che si compra la pistola negli Stati Uniti: basta che paga”. Provo ad avvicinarmi alla vetrina e c’è anche la toppa “Soccorritope”, tra le più vendute.
Tra i visitatori ci sono molti bambini, quasi tutti vestiti con le minidivise delle associazioni dei loro genitori. Uno che mi trotterella davanti indossa una tutina con scritto “Mangia, dormi, salva vite, ripeti”. Poi il padre lo mette in posa su una motoslitta dei carabinieri e lo fotografa. Nessuno di loro si suggestiona davanti ai manichini iperrealistici, alcuni dei quali amputati, con ferite sanguinanti per imparare a gestire le emorragie agli arti. Io mi devo allontanare.
Mi ritrovo nello stand delle divise in cui ci sono anche Sonia e il resto del gruppo. Le divise sono indossate da manichini senza pupille, con i pugni stretti e la bocca spalancata.
Nelle grafiche degli stand, i soccorritori sono rappresentati in pose marziali e con sguardi risoluti, che vanno dal molto militaresco all’arrabbiatissimo. L’approccio di Paolo alla divisa consiste in pizzicature con indice e pollice sulla tela, che gli fanno storcere le labbra da un lato come a esibire un dubbio. Nessuno del suo gruppo lo sta guardando. Alla fine, dopo un po’ di pizzicature, riesce a fare un ordine di capi emorepellenti, termonastrati su tutte le cuciture e con bande rifrangenti.
Atti estetici
Sonia ha il telefono in mano e si lamenta. Dice: “Io questa la conosco”. Sta guardando un video. Si vede una ragazza in abiti civili davanti a un’ambulanza, con una gamba sollevata e tesa. Quando cambia il ritmo della musica, i fari dell’ambulanza si accendono e con uno stacco di montaggio la ragazza indossa una divisa da soccorritrice. Abbassa la gamba e comincia a muoversi seguendo il ritmo della canzone per mostrare i dettagli della divisa.
“Fanno tutti così”, dice Sonia. E mi fa vedere altri video: soccorritori che simulano il surf sulle barelle, un anestesista in una sala operatoria che saltella con una luce in testa, imitando la lampada nella sigla della Pixar. C’è poi il trend dei video di soccorsi veri montati su musiche enfatiche o epiche. Salvare vite è un atto estetico.
È quasi l’ora di chiusura. Siamo in fila al bar per un caffè. Prendo il telefono. C’è stata una tromba marina a Marsala. Il sindaco ha descritto la situazione come uno “scenario di guerra”. Tutto quello che c’è qui dentro potrebbe essere utile a Marsala, o in un qualsiasi altro posto in cui serve un’ambulanza, un defibrillatore, una barella toboga in titanio “con saldature tig”.
Qui siamo “nella capitale della sicurezza italiana”, come ha detto un assessore locale mentre inaugurava non so quale mezzo in uno stand. Rivolto ai volontari ha concluso dicendo: “Noi sappiamo che quando la provincia chiama, loro ci sono”. Poi ha fatto una pausa e ha urlato: “Viva l’Italia, viva i volontari!”. Sonia spiega che molti usano queste parole, ma “alla fine non ci calcola nessuno, perché ci danno per scontati”. Allora forse siamo in uno dei pochi posti in cui quelli come Sonia, Paolo e Valentina si sentono gratificati per quello che fanno, anche negli stand in cui ci sono slogan che li descrivono come “Gli eroi indossano…” o “Vestiamo chi si dedica a salvare le nostre vite”.
“La fiera leader per il settore emergenza di protezione civile e primo soccorso”, dice il comunicato stampa, “quest’anno ha ospitato più di 30mila visitatori”. Qui dentro però non è una questione di salute, o salvezza. Ci sono le cose, e ogni cosa esposta è comprata perché “è una cosa che serve” ed è “fondamentale per chi salva” o, come dice Sonia, “serve per sentirsi più forti”.
Prima di uscire Paolo mi offre una manciata di cioccolatini a forma di defibrillatore. Passiamo accanto all’auto dei carabinieri messa in bella mostra nel salone che precede l’uscita. Valentina la guarda e dice: “Mi piacerebbe andarci con la sirena a cannone, anche solo una volta”.
P.s. Di tutto quello che c’era negli stand vorrei aver comprato un cuscino turafalle per tubazioni, un casco grigio con le strisce gialle, una torcia in “alluminio aeronautico” con la “funzione martello d’emergenza grazie alla calotta tattica in metallo”, ma soprattutto qualsiasi cosa esposta con la descrizione “zainabile”.
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