Il 3 novembre 2026 negli Stati Uniti si vota per le elezioni di metà mandato, chiamate così perché si svolgono a metà dei quattro anni del mandato presidenziale. Si rinnovano tutti e 435 i seggi della camera dei rappresentanti e 35 dei cento seggi del senato. In 36 stati si eleggono anche i governatori. Si vota inoltre per parlamenti statali, cariche locali e referendum.

Perché queste elezioni sono importanti per Trump?

I repubblicani controllano entrambe le camere del congresso. Perderne anche una toglierebbe al presidente la possibilità di far approvare nuove leggi con i voti dei soli repubblicani e aprirebbe la strada a inchieste sulla sua amministrazione. Una sconfitta pesante ne indebolirebbe anche l’autorità tra i repubblicani, in vista della successione nel 2028, quando ci saranno le presidenziali.

I partiti dei presidenti perdono spesso seggi alle elezioni di metà mandato. Quest’anno Trump è particolarmente impopolare: nel sondaggio del centro di ricerca Marist pubblicato il 27 ottobre, il 59 per cento degli elettori che hanno intenzione di votare disapprova il suo operato, mentre il 40 per cento lo approva. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos condotto dal 22 al 26 ottobre, l’indice di gradimento di Trump è del 32 per cento, il più basso dagli anni cinquanta per un presidente.

Trump aveva promesso di ridurre il costo della vita, ma l’aumento dei prezzi continua a preoccupare gli statunitensi. La guerra con l’Iran e le proteste contro la sua politica migratoria hanno segnato gli ultimi mesi. Secondo il sondaggio del Marist, il 44 per cento degli elettori voterà soprattutto per esprimere la propria opposizione a Trump, mentre il 21 per cento lo farà per sostenerlo.

Chi è favorito e quanto sono affidabili i sondaggi?

I democratici sono nettamente favoriti per la camera, come indica anche il modello di previsione dell’Economist. Al senato, invece, diverse elezioni restano aperte. Nella rilevazione del Marist, condotta il 19 e 20 ottobre, il 52 per cento degli elettori che hanno intenzione di votare sceglie il candidato democratico del proprio distretto, contro il 44 per cento che preferisce quello repubblicano.

È un indicatore utile per capire il clima politico nazionale. Alla camera, però, non c’è un’unica elezione nazionale: si vota separatamente nei 435 distretti, ciascuno dei quali elegge un deputato. A decidere la maggioranza è il numero di distretti vinti da ciascun partito, non la somma dei voti raccolti in tutto il paese.

Il lavoro dei sondaggisti è diventato più difficile perché sempre meno persone accettano di rispondere. Chi partecipa alle rilevazioni può avere caratteristiche diverse da chi preferisce non farlo. Per rendere il campione più rappresentativo, gli istituti attribuiscono un peso maggiore o minore alle risposte in base a istruzione, età e altre caratteristiche, a volte considerando anche i voti espressi in passato.

Questi aggiustamenti possono migliorare i risultati, ma se si basano su ipotesi sbagliate possono introdurre altre distorsioni. I sondaggisti devono anche capire quali intervistati voteranno davvero: raccogliere l’opinione di chi ha diritto al voto non basta, perché una parte di queste persone si asterrà. Se un istituto sopravvaluta la partecipazione degli elettori di un partito, rischia di sovrastimarne il risultato.

Nelle presidenziali del 2016 e in quelle del 2020 i sondaggi hanno spesso sottovalutato Trump, soprattutto negli stati decisivi. Nel 2024 lo scarto è stato più contenuto, ma ancora favorevole ai repubblicani rispetto alle stime. Alle elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022 le rilevazioni sono state complessivamente più accurate. Questo non esclude errori nelle singole competizioni. Il 27 ottobre il sondaggista e giornalista Nate Silver ha ricordato che un errore di pochi punti potrebbe ribaltare i piccoli vantaggi dei democratici al senato in Texas, Ohio, Alaska e Maine.

Perché camera e senato potrebbero dare risultati diversi?

Alla camera ogni stato ha un numero di deputati proporzionale alla popolazione, eletti in collegi in cui di solito vince chi prende più voti. Al senato ogni stato ha due rappresentanti: la California, lo stato più popoloso, ha lo stesso peso del Wyoming, lo stato con meno abitanti.

Per ottenere la maggioranza alla camera servono 218 seggi. Al senato i repubblicani partono da 53 seggi, contro i 47 dei democratici. Per arrivare a 51, i democratici devono strappare almeno quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno. Ogni eventuale perdita andrebbe compensata con un’altra vittoria. Con un pareggio (50 a 50), il vicepresidente J.D. Vance darebbe il voto decisivo ai repubblicani.

Alla camera pesa anche il gerrymandering, la modifica dei confini dei collegi per favorire un partito. Serve a diluire il peso dei voti degli avversari: si possono dividere i loro elettori tra molti distretti, dove restano in minoranza, oppure concentrarli in pochi collegi che vinceranno con ampio margine. In questo ciclo i repubblicani hanno modificato le mappe in stati come il Texas. I democratici hanno fatto lo stesso in California.

Quali sono le competizioni e i candidati da seguire?

In Texas un democratico potrebbe essere eletto al senato per la prima volta dal 1988. Il candidato del partito è James Talarico, ex insegnante e studente di teologia presbiteriana. Affronta il procuratore generale Ken Paxton, alleato di Trump, coinvolto in molte controversie etiche e giudiziarie. In Maine, la senatrice repubblicana Susan Collins affronta il democratico Troy Jackson, ex taglialegna legato ai sindacati, che propone una sanità pubblica universale e tasse più alte per i miliardari.

In Ohio il democratico Sherrod Brown, che ha rappresentato lo stato al senato dal 2007 al 2025 ed è stato sconfitto nel 2024, sfida il repubblicano Jon Husted, nominato al posto di Vance quando quest’ultimo è diventato vicepresidente.

In Michigan i democratici devono difendere il seggio lasciato da Gary Peters: il candidato è Abdul El-Sayed, musulmano e figlio di immigrati egiziani, che ha diretto i servizi di sanità pubblica di Detroit e della contea di Wayne. Affronta il repubblicano Mike Rogers.

North Carolina, Iowa e Alaska eleggono senatori in seggi in mano ai repubblicani: vincerli aiuterebbe i democratici a raggiungere la maggioranza.

Alla camera, nel secondo collegio dell’Iowa, la democratica Lindsay James, ministra presbiteriana, affronta il trumpiano Joe Mitchell. James propone di ripristinare i fondi per le assicurazioni sanitarie e di contrastare i tagli a Medicaid, il programma sanitario federale per le persone a basso reddito. Nel distretto, dove nel 2024 Trump ha ottenuto circa dieci punti di vantaggio su Kamala Harris, diverse strutture sanitarie hanno già chiuso o ridotto i servizi.

Quali temi hanno segnato la campagna elettorale?

Il costo della vita è una delle principali preoccupazioni degli elettori. I democratici accusano Trump di aver fatto aumentare i prezzi con i dazi e con la guerra contro l’Iran, che ha fatto schizzare in alto il costo dei carburanti.

Trump continua a puntare sull’immigrazione, presentando le espulsioni come una promessa mantenuta. I democratici criticano invece i metodi dell’Ice, l’agenzia federale che si occupa di arrestare ed espellere gli immigrati irregolari, e denunciano gli abusi commessi nelle sue operazioni.

I democratici attaccano i tagli a Medicaid, l’eliminazione dei sussidi per comprare un’assicurazione sanitaria nell’ambito dell’Obamacare e le restrizioni allo Snap, il programma che aiuta le persone a basso reddito a fare la spesa attraverso un contributo mensile caricato su una carta.

Si è parlato molto anche dei data center per l’intelligenza artificiale, accusati di consumare troppe risorse e far aumentare il costo delle bollette. In Ohio Brown chiede che siano le imprese a pagare i costi aggiuntivi. Un altro tema è la corruzione: i democratici hanno usato il caso Epstein per accusare l’amministrazione di proteggere i potenti e chiedere la pubblicazione dei documenti ancora riservati.

Cosa diranno queste elezioni sul futuro del Partito democratico?

Il risultato aiuterà a capire quali candidati e proposte riescono ad attirare gli elettori delusi da Trump. Tra i democratici ci sono strategie diverse: i moderati cercano soprattutto il consenso di indipendenti e repubblicani scontenti; i progressisti insistono su sanità pubblica, salari e limiti al potere delle grandi imprese.

In Michigan El-Sayed ha battuto alle primarie Haley Stevens, una deputata moderata sostenuta dai vertici del partito. In Texas Talarico usa il linguaggio religioso per proporre politiche economiche progressiste anche a elettori conservatori.

Alexandria Ocasio-Cortez, deputata di New York e figura di spicco della sinistra democratica, sta facendo campagna per diversi progressisti, tra cui El-Sayed e Jackson. Se questi candidati vincessero in stati contesi, Ocasio-Cortez potrebbe presentare i loro risultati come una conferma che le proposte della sinistra possono conquistare consensi anche fuori dalle roccaforti democratiche. È un tema che riguarda anche il suo futuro, mentre si comincia a parlare di una sua possibile candidatura alla presidenza nel 2028.

Chi andrà a votare e perché giovani e ispanici contano tanto?

Alle elezioni di metà mandato la partecipazione è generalmente più bassa che alle presidenziali. Per questo conta non solo chi cambia partito, ma anche chi resta a casa. Trump nel 2024 aveva guadagnato consensi tra giovani uomini ed elettori di origine latinoamericana.

Le ultime rilevazioni indicano un calo dei consensi repubblicani in alcune di queste fasce. Nate Cohn del New York Times osserva che la disaffezione si è estesa anche a uomini bianchi e altri elettori abitualmente più vicini alla destra. Non è detto che questi elettori scelgano i democratici: potrebbero non votare, penalizzando comunque i candidati repubblicani.

Per i repubblicani sarà importante convincere anche chi nel 2024 si era mobilitato soprattutto per Trump e potrebbe essere meno interessato a elezioni in cui il presidente non è sulle schede. I democratici cercano invece di portare alle urne gli elettori scontenti dell’amministrazione. Né i giovani né gli ispanici votano tutti allo stesso modo.

Tra i giovani, per esempio, uomini e donne possono avere preferenze diverse; tra gli ispanici contano anche il paese d’origine e lo stato in cui vivono. Parlare di un unico voto giovanile o ispanico rischia di nascondere queste differenze.

Per cos’altro si vota?

Si eleggono 36 governatori e si rinnovano gran parte dei parlamenti statali, oltre a numerose cariche locali. I governatori guidano gli esecutivi dei singoli stati. Insieme ai parlamenti decidono su scuola, sanità e aborto, e possono opporsi alle iniziative del governo federale anche ricorrendo ai tribunali.

In molti stati si vota anche per incarichi che in altri paesi sono attribuiti con delle nomine: i procuratori generali, che rappresentano lo stato nei procedimenti legali e ne dirigono il dipartimento di giustizia; i segretari di stato, che spesso organizzano e supervisionano le elezioni; e alcuni giudici.

Si vota anche per referendum che possono modificare direttamente leggi e costituzioni statali. L’aborto resta uno dei temi principali dopo la sentenza con cui nel 2022 la corte suprema ha cancellato la sua protezione federale.

In Missouri gli elettori devono decidere se cancellare le tutele che avevano approvato nel 2024 e consentire nuove restrizioni. In Nevada si vota per la seconda e ultima approvazione necessaria a inserire il diritto all’aborto nella costituzione; in Virginia per introdurre una garanzia della libertà riproduttiva. In California la Proposition 40 prevede un’imposta una tantum del 5 per cento sul patrimonio netto dei miliardari residenti nello stato al 1º gennaio 2026, con il 90 per cento del gettito destinato alla sanità. È una delle consultazioni più importanti sul rapporto tra grandi ricchezze e finanziamento dei servizi pubblici.

Che cosa cambierebbe con una vittoria democratica?

Una sola camera democratica potrebbe bloccare nuove leggi e imporre trattative sulla spesa. I democratici potrebbero aprire inchieste sulle operazioni dell’Ice e sui rapporti tra potere politico e interessi privati. Se ottenessero la maggioranza anche al senato, i democratici potrebbero inoltre bloccare le nomine presidenziali, comprese quelle dei giudici.

Trump conserverebbe il potere di veto sulle leggi approvate dal congresso e ampi poteri esecutivi. Le deportazioni, i dazi e le leggi già approvate non sarebbero cancellati dal risultato elettorale. I democratici potrebbero anche avviare l’impeachment, il procedimento con cui il congresso può rimuovere il presidente per gravi illeciti.

La camera vota a maggioranza semplice la messa in stato d’accusa; poi il senato celebra il processo. Per condannare il presidente e rimuoverlo servono i voti di due terzi dei senatori presenti: anche una maggioranza democratica dovrebbe quindi ottenere il sostegno di una parte dei repubblicani.

Per quanto riguarda la politica estera, il congresso potrebbe esercitare un controllo più stretto sulle decisioni di Trump, imporre condizioni agli aiuti militari e intervenire sulle sanzioni, con conseguenze per i rapporti con l’Europa, il sostegno all’Ucraina e le guerre in Medio Oriente. Sulla Russia potrebbero emergere in modo più evidente i contrasti fra Trump e il suo partito. Secondo la Reuters, alcuni deputati repubblicani si sono già uniti ai democratici nel chiedere al presidente di applicare pienamente le sanzioni contro Mosca, contestandone l’allentamento.

Le leggi sulla difesa e sulla spesa potrebbero diventare uno strumento per imporgli vincoli. La politica estera resterebbe comunque in larga parte nelle mani di Trump.

Quando conosceremo i risultati e come potrebbe interferire Trump?

I primi risultati arriveranno nella notte tra il 3 e il 4 novembre, ora italiana. Per le elezioni più equilibrate potrebbero servire giorni, lasciando incerto anche il controllo di una camera. La California è tra gli stati in cui gli scrutini richiedono più tempo: si devono verificare e contare molte schede postali, comprese quelle spedite entro il giorno del voto e che possono arrivare nei sette giorni successivi. Se la maggioranza della camera dipendesse da pochi distretti californiani, bisognerebbe aspettare quei risultati.

Le procedure cambiano da stato a stato. In [Alaska](https://www.elections.alaska.gov/election-information/)) gli elettori possono ordinare i candidati per preferenza: se nessuno supera la metà dei voti, servono ulteriori conteggi per redistribuire le preferenze. Riconteggi e ricorsi possono allungare i tempi.

Uno scrutinio lungo lascerebbe a Trump più tempo per contestare risultati sfavorevoli e presentare l’arrivo di nuove schede come una prova di brogli. Il presidente ha già accusato senza prove la California di avere un sistema elettorale truccato. Le schede spedite entro il giorno del voto possono arrivare ed essere contate nei giorni successivi, secondo le scadenze previste da ciascuno stato. Il totale dei voti può quindi cambiare anche dopo la chiusura dei seggi, senza che questo significhi che ci siano stati brogli.

Il problema riguarda anche possibili interventi dell’amministrazione. Trump ha chiesto di mettere sotto il controllo federale elezioni amministrate dagli stati e dalle autorità locali.

La Reuters ha intervistato più di cinquanta funzionari elettorali, esperti e avvocati per ricostruire come il governo potrebbe interferire. Tra gli scenari ci sono pressioni sui responsabili locali per ritardare la convalida dei risultati e sequestri di schede o macchine elettorali nell’ambito di indagini, che potrebbero interrompere gli scrutini.

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