Joseph, 24 anni, della Sierra Leone, Edward, 20 anni, e Seedia, 26 anni, del Gambia, tre giocatori della squadra Africa Only, durante una partita amichevole allo stadio di Pinerolo, 2 dicembre 2017. (Tomaso Clavarino)

Piccola storia di ostinazione e curling in provincia

Joseph, 24 anni, della Sierra Leone, Edward, 20 anni, e Seedia, 26 anni, del Gambia, tre giocatori della squadra Africa Only, durante una partita amichevole allo stadio di Pinerolo, 2 dicembre 2017. (Tomaso Clavarino)
24 dicembre 2018 03:22

Quando nel febbraio 2016 Lamin Camara, Kebba Keita, James Junior Bangura, Seedia Ceesay, Joseph Fornie e Edward Assine hanno ricevuto la proposta di giocare a curling, i sei ragazzi si sono guardati negli occhi e hanno pensato di non avere capito bene. Poi hanno trovato il coraggio di chiedere: “Ma che cos’è il curling?”. Eros Gonin, responsabile nazionale del settore curling della federazione italiana di sport sul ghiaccio (Fisg), questa domanda l’ha sentita spesso negli ultimi diciotto anni e nel tempo ha trovato risposte sintetiche ed efficaci.

Eccone qualcuna. Intanto, bisogna dire che il curling è uno sport di squadra e che si gioca quattro contro quattro. L’azione comincia quando il giocatore di un team fa scivolare sul ghiaccio una pietra di granito di quasi venti chili (stone) verso l’altro lato della pista. L’obiettivo è che si fermi nella casa, composta da tre cerchi concentrici. Nel percorso di 42 metri che dalla base arriva fino alla casa, due giocatori, chiamati sweepers (spazzatori), hanno il compito di scopettare il ghiaccio per indirizzare il percorso della pietra, facendola andare più lenta o più veloce, modificando o meno la traiettoria.

Ad aiutarli c’è lo skip, il capitano, che suggerisce il modo di scopettare e le traiettorie da seguire. Lo skip è l’ultimo a lanciare la pietra alla fine di ogni mano. Chi avrà accumulato più punti nelle diverse mani – e cioè chi avrà lanciato più pietre nella casa – vince la partita, che in media dura due ore.

I ragazzi non avevano mai visto il ghiaccio, non sapevano che fosse freddo e scivoloso

Da un punto di vista concettuale somiglia alle bocce, anche se molti lo paragonano agli scacchi. In Scozia lo chiamano “il gioco ruggente”, per il rumore che fa la pietra a contatto con il ghiaccio. Secondo gli istruttori, come ogni sport, è più semplice da provare che da spiegare.

Questa volta però il problema era un altro: i ragazzi non avevano mai visto il ghiaccio, non sapevano che fosse freddo e scivoloso. Sono arrivati a Pinerolo dal Gambia e dalla Sierra Leone dal 2011, grazie al servizio di accoglienza a richiedenti asilo e rifugiati della diaconia valdese di Torre Pellice, che accoglie 160 richiedenti asilo.

Camara e gli altri hanno tra i 20 e i 28 anni e del loro passato preferiscono non parlare, ricordano da dove vengono e le storie che li accompagnano, ma vorrebbero cominciare a coniugare la propria vita al futuro, hanno progetti e prospettive, o almeno, vorrebbero averne. Lo sport li sta aiutando.

Da due anni giocano a curling ogni settimana, il mercoledì e il venerdì dalle quattro alle sei del pomeriggio. Arrivano alla pista di allenamento dello Sporting club di Pinerolo con il treno, si portano dietro i loro borsoni, le tute e la divisa dov’è cucito il nome della squadra di cui fanno parte, Africa Only. Sono dettagli, accessori, ma li stanno aiutando a trovare un posto nel loro nuovo mondo.

In campo
Fornie e i suoi compagni sabato 15 dicembre hanno esordito nel campionato di serie c di curling, diventando ufficialmente atleti tesserati della Fisg. La loro prima partita l’hanno giocata impauriti contro il Progetto La Villa. Sono arrivati nel palazzetto nervosi, nessuno trovava parole adatte a sciogliere la tensione. Però volevano vincere, speravano di non sfigurare agli occhi del pubblico e dell’allenatrice che li segue da sempre, Emanuela Cavallo.

In pista faceva freddo, c’erano cinque gradi, era impossibile stare fermi. “Stiamo per scagliare la prima pietra della nostra storia”, ha detto Cavallo uscendo dal campo e sedendosi nelle tribune. Finora aveva dovuto tranquillizzare molto i ragazzi.

Il primo punto lo hanno conquistato loro, grazie a un lancio perfetto di Keita, seguito dalla giusta curvatura della pietra, atterrata al centro della casa. Non se lo aspettavano. Assine, lo spazzatore, per tre volte non aveva potuto fare gli allenamenti perché ha cominciato a lavorare come operatore sociosanitario in un ospedale della val Pellice. Però all’esordio voleva esserci.

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Il problema è che gli avversari erano più forti e più esperti. Giocano dal 2006, e quando hanno deciso di fare sul serio sono diventati precisi ed efficaci. Al primo cambio Camara è uscito insoddisfatto. L’allenatrice ha alzato il pollice nella sua direzione. “È andata bene”, gli ha detto. Lui ha sollevato le spalle e le ha risposto: “Così così”. Poi si è seduto a guardare i compagni. Accanto a lui c’erano dei ragazzi della diaconia venuti a fare il tifo, alcuni atleti giovanissimi e dei bambini del vivaio con i loro genitori.

Qualcuno è venuto a vedere la partita per un po’ e poi se n’è andato, altri sono rimasti fino alla fine. Facevano tutti il tifo per l’Africa Only. Bangura e i suoi compagni non se ne sono accorti, pensavano solo a guardare il ghiaccio, erano emozionati e ogni volta che facevano un punto si stringevano per festeggiare. Sono stati in vantaggio per tre mani, poi gli avversari hanno cominciato a farsi sentire e la partita è cambiata. Hanno perso per un punto il primo match della loro storia, 7 a 8.

I giorni successivi hanno vinto 9 a 6 contro i Glicini, 9 a 3 contro il 3 S Luserna e hanno perso l’ultimo incontro del fine settimana 3 a 10 contro il Pinerolo-Torino 2006. Sono terzi in classifica e aspettano di giocare le prossime gare: il 27 gennaio, il 10 febbraio e il 3 marzo sempre a Pinerolo, che è l’unica pista in Italia abilitata a ospitare la serie c.

Scene di provincia
Il curling e Pinerolo si sono aiutati a vicenda. È qui che dopo le Olimpiadi invernali del 2006 la disciplina ha smesso di essere uno sport di nicchia, una specie di curiosità momentanea, ed è diventato è entrato a far parte della vita cittadina.

Il centro di tutto è il Palaghiaccio. L’edificio, segnalato su ogni cartello stradale prima del paese, si trova in viale Grande Torino 1, è imponente, si vede da lontano: è stato costruito vicino ai campi da calcio e da pallavolo, ed è diventato il fulcro della vita sportiva di tante persone, che vanno lì a fare pattinaggio su ghiaccio, ad allenarsi e a giocare a hockey e a curling. Nella zona i cantieri sono sempre aperti: adesso i lavori in corso servono per costruire un nuovo impianto fotovoltaico.

Pinerolo è una cittadina della val Chisone e ha 35.947 abitanti. È a una quarantina di chilometri a sudovest di Torino, sulla strada che dal capoluogo porta a Sestriere, la montagna preferita dai piemontesi. È una città di provincia e ne ha tutta l’aria: strade statali e rotonde, McDonald’s e centri commerciali. Tre cinema – l’Hollywood, il Ritz e l’Italia – e poi chiese, basiliche, cattedrali e monasteri. Ogni piazza guarda un campanile.

Nessuno pensava che il curling fosse uno sport da prendere sul serio

Non ci sarebbe niente di speciale, se non fosse per il curling. È stato Eros Gonin a portarlo qui. Ora è in pensione, ma fino a qualche anno fa insegnava educazione fisica all’istituto alberghiero Arturo Prever. Il curling l’ha scoperto quasi per caso: “Era il 1999. Mi incuriosiva il fatto che nessuno tra quelli che conoscevo ne avesse mai sentito parlare. Volevo capire se era possibile importare una nuova disciplina in un paese di calciatori, nuotatori e pallavolisti”.

Torino allora era candidata alle Olimpiadi invernali del 2006 e sarebbe stata dichiarata vincitrice nel 2000. Ma all’inizio Gonin non ci pensava alle Olimpiadi, forse per pudore, forse per scaramanzia. “Mi misi in contatto con Franco Zumofen, consigliere della federazione sport ghiaccio, con delega al curling. Fu una specie di colpo di fulmine, perché lui era interessato a promuovere lo sport in Piemonte, la regione dov’è nata sua moglie”.

Ostinazione e burocrazia
Il resto è una storia di testardaggine e di fortuna, di richieste di permessi, di burocrazia e di pazienza, ma anche tanta indifferenza. “Quando Torino vinse la candidatura ai Giochi, il dossier olimpico prevedeva che il curling si giocasse in città. A noi era stato destinato l’hockey femminile e all’amministrazione locale andava bene così. Il curling non piaceva a nessuno”, dice Gorin.

Nessuno pensava che fosse uno sport da prendere sul serio. Non avevano tutti i torti: la nuova disciplina olimpica aveva fatto una piccola apparizione ai Giochi di Chamonix nel 1924 ed era stato un mezzo disastro. Gli spettatori avevano pagato il biglietto per vedere il pattinaggio sul ghiaccio, il bob, lo sci di fondo. In confronto, il curling sembrava un’attività dopolavoristica. Sparì dai programmi olimpici invernali senza che nessuno ne sentisse la mancanza. Continuava a essere popolare in Svizzera, Canada e Norvegia, mentre negli altri paesi smise di essere praticato.

Nel 1998 tornò come sport olimpico ufficiale a Nagano, in Giappone, ed esplose quattro anni dopo a Salt Lake City, negli Stati Uniti. Gonin, nel frattempo, con l’aiuto di Zumofen era riuscito a mettersi in contatto con Roy Sinclair, il presidente della federazione mondiale di curling, che aveva accettato di incontrarlo. “Arrivò a Pinerolo subito dopo la cerimonia di chiusura dei Giochi del 2002, direttamente dagli Stati Uniti. Era febbraio ma sembrava primavera: il paese splendeva, era luminoso, Sinclair se ne innamorò subito e promise che avrebbe cominciato a lavorare per far giocare qui il curling. Conveniva anche a loro”.

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La federazione mondiale aveva intuito che era meglio disputare le partite in una cittadina piccola. Torino era troppo grande e troppo dispersiva, c’era troppo sport perché qualcuno potesse accorgersi del curling. Sinclair si impegnò davvero e in pochi mesi riuscì a modificare il dossier olimpico. Non si oppose nessuno perché a nessuno interessava opporsi. Pinerolo ottenne il curling: la città spese 15 milioni di euro per il Palaghiaccio e 1,5 milioni per una pista costruita accanto, una struttura che sarebbe dovuta essere temporanea ma resiste ancora oggi, ed è diventata un punto di riferimento per chi pratica questo sport.

“Siamo stati fortunati”, ammette Gonin, “le nostre partite si giocavano alle otto di sera, durante i telegiornali. Per dieci giorni i nostri atleti sono entrati nelle case degli italiani grazie ai collegamenti tv. Una sera una partita della nazionale italiana – al suo esordio alle Olimpiadi – è stata vista da 8,9 milioni di spettatori”.

Oneri e onori
La prima pietra del curling era stata scagliata, ma cosa sarebbe successo alla fine dei Giochi? Che fare per renderlo uno sport da praticare regolarmente? “La verità è che non sappiamo nemmeno noi come sia successo. L’unica cosa certa è che alla fine dei Giochi l’amministrazione comunale ha smesso di interessarsi del palazzetto e della sua manutenzione. Il comune sembrava volerci dire: volete il curling, è tutto vostro, tenetevelo, oneri e onori”.

All’inizio è stato semplice: nel 2006 sono arrivate duemila persone da ogni zona del Piemonte per provare a giocare. Avevano tutti smesso di sorridere pronunciando quel nome. “La strategia vincente è stata quella di formare dei quadri di tecnici, maestri, preparatori e istruttori per renderci autosufficienti”, racconta Gonin. “Abbiamo girato il mondo per partecipare a corsi di formazione e di aggiornamento, siamo stati in Canada e in Norvegia per guardare e imparare da chi è più bravo di noi. È diventata una professione, ha creato posti di lavoro: un ragazzo della diaconia valdese tra pochi mesi entrerà a far parte dello staff come manutentore del ghiaccio; nemmeno lui sapeva che fosse così freddo e scivoloso”.

Lamin, 20 anni, gambiano, durante il campionato federale di serie c dell’Africa Only a Pinerolo, 16 dicembre 2018. (Tomaso Clavarino)

Bisogna però dire che il curling è ancora oggi uno sport poco praticato: gli atleti tesserati sono meno di 500, 120 di loro arrivano da Pinerolo e dal suo piccolo Sporting club, che da dodici anni ogni settimana fa attività di promozione, soprattutto tra i giovani. All’inizio gli insegnanti di educazione fisica delle scuole medie e superiori chiedevano agli studenti: “Volete giocare a pallavolo o a curling?”. I ragazzi pensavano fosse uno scherzo, non rispondevano nemmeno. Poi però si sono incuriositi e hanno cominciato a provare: alcuni hanno smesso subito, altri hanno continuato.

Alberto Rostagnotto, che ha scoperto il curling durante Torino 2006 – e ha cominciato a praticarlo all’istituto tecnico per geometri Michele Buniva durante le ore di educazione fisica – è stato il primo atleta di Pinerolo a entrare nella squadra italiana di curling. Da allora la cittadina ha vinto quaranta titoli nazionali, ha formato vivai giovanili e squadre agonistiche e organizzato campionati mondiali ed europei.

Il curling non è il calcio, ma le piste di ghiaccio sono piene tutta la settimana

Questo fine settimana la cittadina ha ospitato la coppa del mondo di doppio misto di curling, una variante in cui la squadra è composta solo da due giocatori, un uomo e una donna. Alla competizione sono iscritte il Canada, la Russia, l’Estonia, la Norvegia, la Francia, e naturalmente l’Italia, con la coppia formata da Veronica Zappone e Simone Gonin, il figlio di Eros, che ha 29 anni e ha cominciato a giocare grazie all’entusiasmo che si era diffuso in città e in famiglia. Lo scorso gennaio ha esordito alle Olimpiadi di Pyeongchang, in Corea del Sud. Per mantenersi fa la manutenzione del ghiaccio sui campi, organizza corsi di team building, tiene lezioni e nei fine settimana gioca e si diverte. “Siamo pochi, siamo piccoli e spesso siamo soli”, dice, “ma ultimamente, quando mi capita di viaggiare per lavoro e dico che vengo da Pinerolo le persone sorridono perché il nome del nostro paese, nel mondo degli sport invernali, è diventato familiare”.

Il curling non è il calcio, non è il tennis e non è il basket, ma le piste di ghiaccio sono piene tutta la settimana, per prenotare un’ora bisogna telefonare con anticipo.

Dodici anni fa non ci avrebbe scommesso nessuno, solo Eros Gonin. L’ultimo suo progetto, in collaborazione con la diaconia valdese, è l’Africa Only. Su di loro il regista Tomaso Clavarino sta girando il documentario Ghiaccio.

Sport e politica a Pinerolo viaggiano ognuno per la loro strada senza incontrarsi e senza dialogare

“Hanno cominciato a frequentare le piste nel 2016, il curling è piaciuto subito a tutti. Ma noi volevamo farli diventare agonisti, il fisico c’era, la voglia di competere anche”, dice Gonin. Il regolamento federale, però, vietava che una squadra composta da stranieri potesse partecipare a un campionato nazionale. La norma era stata scritta per evitare che arrivassero a giocare da altre parti d’Europa atleti molto più esperti di quelli italiani. Gonin ha lavorato per far modificare il regolamento e dopo riunioni su riunioni, attese infinite, piccoli emendamenti e sfiancante lavoro di burocrazia, alla fine ci è riuscito. Da questa stagione lo statuto Fisg prevede che sia possibile tesserare atleti anche stranieri “purché di primo tesseramento”.

L’Africa Only è andata avanti tra l’entusiasmo generale e diffuso di tutti gli abitanti di Pinerolo, nonostante il silenzio della politica. L’amministrazione locale della città dal 2016 è guidata dal sindaco Luca Salvai del Movimento 5 stelle. Nessuno della sua giunta in due anni è mai entrato dentro al palazzetto di curling. “Si comportano come se non ci fossimo. Tutte le iniziative che abbiamo proposto e portato avanti li hanno lasciati indifferenti. Ce ne siamo fatti una ragione: almeno ci lasciano lavorare”, dice Gonin. Sul sito pinerolo5stelle.it, l’unico post dedicato allo sport è del 19 luglio scorso ed esprime il parere del movimento sulla candidatura di Torino alle Olimpiadi del 2026. Si conclude così: “Mancando la condivisione, Pinerolo non darà il suo appoggio alla candidatura di Torino in tempo affinché il Coni la possa apprezzare. Con buona pace delle chiacchiere pro Olimpiadi”.

Da allora sport e politica in città viaggiano ognuno per la loro strada senza incontrarsi e senza dialogare. “Un vero peccato perché tutti ci ricordiamo quanto erano belle le nostre città e le nostre valli nei giorni delle Olimpiadi: i giochi hanno cambiato la geografia e anche il carattere di noi piemontesi, ci hanno reso migliori, più entusiasti e più consapevoli. Il palazzetto del curling è ancora perfetto, avrebbe potuto ospitare di nuovo le partite, a vent’anni di distanza. Sarebbe stata la chiusura di un cerchio. In bocca al lupo a Cortina”, dice Gonin.

I giocatori dell’Africa Only, i tifosi, gli allenatori, i tecnici continuano comunque ad andare avanti. Del resto, fino a diciotto anni fa nessuno conosceva questo sport e le sue regole, mentre due giorni fa la città ha accolto giocatori da tutto il mondo per il doppio misto.

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