La firma dell’accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran dovrebbe (in condizionale è quanto mai d’obbligo) mettere fine a una guerra che in tre mesi e mezzo ha portato distruzione e morte tra le persone, ma ha avuto anche pesanti conseguenze economiche per tutto il mondo. Si parla molto dei grandi sconfitti: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, attaccato dall’opposizione per aver portato il paese a uno dei più grandi fallimenti della sua storia, e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che canta vittoria per lo sblocco dello stretto di Hormuz, un canale che fino al 28 febbraio 2026 era aperto, e nel frattempo ha dovuto lasciare in piedi il regime iraniano, a cui probabilmente ridurrà le sanzioni e restituirà buona parte dei fondi congelati, senza aver mai risolto la questione del nucleare.
Nonostante le concessioni dell’accordo, anche l’Iran esce male dalla guerra, perché dovrà fare in conti con le enormi devastazioni dei bombardamenti statunitensi e israeliani. Sullo sfondo, però, almeno un paese può dirsi vincitore: la Cina. In questi mesi di guerra la potenza asiatica si è presentata come un’àncora di stabilità, quantomeno nel settore delle materie prime. Alcuni osservatori l’hanno definita “la nuova Arabia Saudita”, la nuova “banca centrale del petrolio”, perché ha evitato, soprattutto agli Stati Uniti e all’Europa, uno shock energetico ancora più duro.
Dopo l’inizio della guerra e in particolare dopo che Teheran aveva bloccato lo stretto di Hormuz (un’arteria vitale dell’economia globale da cui passa un quinto del greggio mondiale più altri prodotti indispensabili, come i fertilizzanti), molte voci, tra cui l’Agenzia internazionale per l’energia, avevano intravisto il rischio di una crisi energetica peggiore dello shock petrolifero degli anni settanta, accoppiato a enormi difficoltà nella produzione agricola e quindi nelle forniture alimentari. Indubbiamente le conseguenze negative si sono fatte sentire, ma in media il prezzo del greggio è rimasto intorno ai cento dollari al barile. Molto meno, per esempio, dei picchi registrati dopo l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, o comunque dei 200 dollari previsti ad aprile dai banchieri di Wall street.
I motivi per cui tutto è andato meno peggio del previsto sono molteplici. Sicuramente ha influito il fatto che in tutto il mondo le persone e le aziende hanno “distrutto la domanda”, cioè ridotto il consumo di energia, mentre molti governi hanno immesso sul mercato parte delle loro riserve strategiche. Poi bisogna considerare che i paesi del golfo Persico hanno attivato via alternative allo stretto di Hormuz: l’Arabia Saudita, per esempio, ha aumentato la quantità greggio che passa per l’oleodotto Est-Ovest, costruito nel 1981 durante la guerra tra Iran e Iraq.
Questa infrastruttura attraversa il paese, dal giacimento petrolifero di Abqaiq al porto di Yanbu, sul mar Rosso, e nelle ultime settimane la sua capacità è quasi decuplicata, passando da meno di ottocentomila barili al giorno a sette milioni. Da non trascurare il fatto che, nonostante il blocco, una certa quantità di greggio ha continuato a passare per Hormuz, in parte grazie alle navi che hanno pagato un pedaggio a Teheran e in parte attraverso le petroliere che hanno navigato con i trasponder spenti per eludere la sorveglianza iraniana (nelle ultime settimane questo traffico è arrivato a due milioni di barili al giorno). In generale, la crisi è scoppiata in un mercato che prima del 28 febbraio 2026 registrava un’offerta abbondante.
Oltre a questo però è stato fondamentale il ruolo della Cina. Come spiega Bloomberg, Pechino ha ridotto massicciamente le sue importazioni di petrolio: a maggio ha comprato 6,7 milioni di barili al giorno attraverso le petroliere, il 40 per cento in meno rispetto alla media del 2025; circa quattro milioni di barili al giorno in meno che equivalgono al consumo di Germania e Francia messe insieme; sempre a maggio le importazioni di greggio complessive sono state di 7,8 milioni di barili al giorno, il dato più basso degli ultimi otto anni, un terzo di meno rispetto al periodo precedente la guerra contro l’Iran.
Hanno giocato un ruolo decisivo anche i minori consumi energetici causati dai gravi problemi economici interni (i pochi dati disponibili danno gli investimenti e i consumi in calo) e anche l’uso delle enormi riserve di greggio accumulate negli anni: alla fine del 2025 la Cina aveva da parte 1,4 miliardi di barili, tre volte quelli degli Stati Uniti e sei volte quelli del Giappone. Da non trascurare, inoltre, l’avanzata delle fonti rinnovabili e in particolare quella delle auto elettriche, la cui diffusione tra aprile e maggio è aumentata almeno del 50 per cento. Infine, c’è il crescente uso del carbone per generare elettricità e prodotti chimici come i fertilizzanti.
Un tempo era l’Arabia Saudita a influenzare le sorti del mercato energetico, decidendo quanto greggio estrarre ed esportare; oggi è Pechino, che però lo fa con le importazioni. Il suo intervento in questi mesi ha permesso di evitare danni economici molto peggiori. Ma nella vicenda c’è anche un profondo risvolto politico: fino a poco tempo fa la Cina era uno dei paesi che contribuivano di più alle impennate del prezzo del greggio con i suoi consumi; oggi s’impone come potenza stabilizzatrice.
Il contrario degli Stati Uniti di Trump che, forse convinto di impossessarsi dell’Iran come ha fatto con il Venezuela, ha ancora una volta incendiato il mondo e poi si è tirato indietro con un accordo da esibire per il giorno del suo compleanno per non alienarsi ulteriormente le simpatie degli statunitensi – alle prese con il crescente costo della vita – in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Per questa volta la Cina ha “aiutato” Trump (e anche l’Europa), ma bisognerà tener presente che oggi Pechino ha aggiunto un’altra arma politica al suo bagaglio: la capacità di plasmare i mercati energetici mondiali.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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