Una manifestazione il 13 febbraio a piazza Santi Apostoli, a Roma, per chiedere giustizia per la morte di Giulio Regeni.
  • 15 Feb 2016 16.20

A che punto sono le indagini sulla morte di Giulio Regeni

15 febbraio 2016 16:20

Continuano le indagini sul caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano di 28 anni originario del Friuli-Venezia Giulia trovato morto il 3 febbraio a Giza, alla periferia del Cairo. L’inchiesta sulla morte di Regeni si sta svolgendo contemporaneamente sia in Egitto sia in Italia, dove se ne occupa la procura di Roma. L’Italia ha anche inviato in Egitto alcuni investigatori per collaborare con le autorità locali.

Sul corpo di Giulio Regeni, scomparso al Cairo il 25 gennaio (il giorno dell’anniversario della rivoluzione del 2011), c’erano segni di tortura. Aveva sette costole rotte, segni di scariche elettriche sui genitali e un’emorragia cerebrale, secondo i dettagli della perizia medica diffusi dalla Reuters. La sua morte, come confermato anche dalla seconda autopsia fatta in Italia, è stata causata dalla frattura di una vertebra in seguito a un colpo violento.

Gli investigatori italiani sono sempre più convinti dell’ipotesi di un coinvolgimento di apparati egiziani nella vicenda, scrive l’Ansa, ma faticano a trovare nuovi elementi sulla morte del ragazzo. La lentezza delle indagini, secondo diversi quotidiani italiani, è dovuta soprattutto alla scarsa collaborazione da parte delle autorità del Cairo. Ecco le ultime novità sulla vicenda.

I filmati delle telecamere. Nelle ultime 48 ore la procura egiziana ha acquisito i filmati delle telecamere di sorveglianza di alcuni negozi nella zona dove Regeni è scomparso e li sta rivedendo. Inoltre sono stati raccolti i tabulati telefonici, che dimostrerebbero che l’ultima telefonata del ricercatore è stata fatta al suo amico italiano Gennaro Gervasio, docente dell’università britannica del Cairo. Il 25 gennaio Regeni e Gervasio avevano un appuntamento per andare a una festa, alla quale il ricercatore non si è mai presentato. È stato lo stesso Gervasio a dare l’allarme sulla scomparsa di Regeni.

Il testimone. Dopo il ritrovamento del corpo del ricercatore, un egiziano si è presentato all’ambasciata italiana per testimoniare. Ha dichiarato che due poliziotti in borghese hanno fermato Regeni verso le 17.30 del 25 gennaio, il giorno della sua scomparsa. L’avrebbero perquisito e poi portato via. La testimonianza però non sarebbe attendibile. Le autorità italiane, scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, sono entrate in possesso degli sms e dei messaggi di Messenger (l’applicazione di Facebook) mandati da Giulio Regeni alla sua ragazza e gli orari non combaciano. L’ultimo messaggio di Regeni è stato inviato alle 19.41, due ore dopo il presunto arresto di cui parla il testimone. Non sono da escludere quindi possibili depistaggi alle indagini, aggiunge Sarzanini.

Le ricerche di Regeni e il ruolo dei servizi segreti egiziani. Giulio Regeni, ricercatore della Cambridge University a Oxford, stava facendo degli studi sulle attività sindacali in Egitto. Un suo articolo era stato pubblicato il 14 gennaio 2016 per l’agenzia di stampa Nena e il 5 febbraio, due giorni dopo la sua morte, dal quotidiano il manifesto.

In un articolo pubblicato il 12 febbraio, il New York Times ha scritto che i servizi segreti egiziani erano convinti che Regeni fosse una spia, soprattutto perché aveva contatti con i Fratelli musulmani (il partito dell’ex presidente Mohamed Morsi, deposto nel luglio 2013) e altri gruppi dell’opposizione. Questa ipotesi però è ritenuta poco credibile da Amr Assad, un amico egiziano del ricercatore che è stato intervistato dal Fatto Quotidiano.

All’origine della morte di Regeni potrebbero esserci le informazioni raccolte durante le sue ricerche sui sindacati, che sarebbero state intercettate dai servizi segreti egiziani. Lo scrivono Carlo Bonini e Giuliano Foschini sulla Repubblica. Le università, da quando è in carica il governo del generale Abdel Fattah al Sisi, sono tenute sotto stretta sorveglianza dalle forze di sicurezza. Regeni, secondo i due giornalisti della Repubblica, potrebbe essere rimasto vittima di un conflitto tra diversi apparati di sicurezza dello stato.

Lo stesso Regeni negli ultimi mesi temeva per la sua incolumità. L’11 dicembre, scrive Fiorenza Sarzanini, si era accorto di essere stato fotografato mentre partecipava a un’assemblea sindacale.

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