Le operazioni di soccorso dopo l’incidente nella centrale elettrica di Yichun, nella provincia cinese del Jianxi, il 24 novembre 2016.
  • 02 Dic 2016 16.17

Gli operai cinesi sono vittime di poche regole e tanta improvvisazione 

02 dicembre 2016 16:17

Mentre scrivo è di 67 morti e 5 feriti il bilancio del disastro avvenuto il 24 novembre in un cantiere a Yichun, nella provincia sudorientale cinese del Jianxi, dove si stava costruendo la torre di raffreddamento di una centrale elettrica. Sono crollate le impalcature all’interno della torre e i lavoratori sono precipitati dall’alto o sono rimasti schiacciati. Si dice che, quando è avvenuto il disastro, gli uomini al lavoro fossero 70.

La Cina non è nuova a questo genere di tragedie, ce n’è una lista infinita, e due giorni prima del crollo della torre, sempre a Yichun, 21 minatori erano rimasti intrappolati a causa di un improvviso allagamento delle gallerie che stavano scavando. Quattordici uomini sono stati tratti in salvo e sette sono ancora sotto terra.

Yichun è un distretto di cinque milioni di abitanti e il Jianxi è una delle province più povere della Cina, da dove la gente emigra in massa verso le aree circostanti più ricche. Immaginate un Veneto – non quello benestante di oggi, ma quello dei nostri bisnonni – in cui avvengano due tragedie sul lavoro così ravvicinate.

L’ordine celeste si ricompone: non è il sistema a essere sbagliato, è qualcuno che è moralmente colpevole

In questi casi la reazione delle autorità – a dire il vero piuttosto pronta – consiste, oltre che nell’organizzare i soccorsi, anche nel riorganizzare il consenso. Così l’agenzia per la sicurezza sul lavoro ha subito comunicato che è stata ordinata una revisione degli standard di sicurezza a livello nazionale “affinché incidenti del genere non si ripetano”. Difficile credere che non succederà di nuovo. Ora sarà aperta un’inchiesta ed è presto per fare previsioni, ma in genere si identificano dei responsabili che vengono accusati di corruzione per non avere rispettato gli standard di sicurezza. E pagano. Così l’ordine celeste si ricompone: non è il sistema a essere sbagliato, è qualcuno che è moralmente colpevole.

Questa è la necessità di un governo che, pur al vertice di un sistema autoritario, deve sempre di più basarsi sul consenso popolare che chiede innanzitutto benessere e sicurezza. È il patto sociale alla base del potere del Partito comunista: state buoni, fateci governare e noi vi promettiamo xiaokang, il “benessere moderato”. In questo caso, il progresso rappresentato da una centrale elettrica non può andare a scapito della vita dei lavoratori.

Ma al di là della spiegazione morale, dei corrotti e dei cattivi, perché accadono così tanti incidenti? Qual è la spiegazione materiale?

Esiti tragici e grotteschi
Qualche tempo fa un architetto mi spiegò che, dato il basso costo del lavoro, in Cina conviene risolvere i problemi tecnici in cantiere invece che ricorrere a standard industriali. Per intenderci: invece che ricorrere a un’impalcatura – a un pilastro, a un infisso, a un tubo – certificata e prodotta industrialmente, che arriva pronta in cantiere e s’incastra perfettamente con tutto il resto, si preferisce farla fare agli operai stessi, che costano poco ma improvvisano senza rispettare le norme. Non è detto che a Yichun sia andata così, ed è pur vero che i salari negli ultimi anni sono aumentati, ma questa potrebbe essere una regola generale ancora in vigore.

A volte produce esiti tragici, altre volte solo grotteschi. Qualche anno fa fui invitato da amici che si erano appena trasferiti in una di quelle case di lusso, tutte marmi e spazi dilatati. Aveva addirittura due cucine: una “cinese”, con i fornelli, il frigo e tutto il resto, e una “occidentale”, dove c’erano solo il forno e il forno a microonde (mi chiesi che diavolo di idea avessero dell’occidente, i costruttori). Ebbene, in quella casa meravigliosa i miei amici non potevano chiudere una finestra – e a Pechino d’inverno la temperatura arriva anche a meno 20 gradi – perché il telaio non combaciava con gli infissi. James Palmer, Asia editor di Foreign Policy e acuto osservatore di cose cinesi, in un articolo pubblicato anche sul numero 1176 di Internazionale, ha descritto brillantemente la cultura del chabuduo, quell’approssimazione che in Cina fa sì che le cose funzionino, ma solo fino a un certo punto. L’origine del termine risale a un racconto dello scrittore Hu Shih del 1924, in cui il protagonista fa tutto in maniera così chabuduo che alla fine muore perché, malato, chiama un veterinario invece che un dottore: “Tanto, più o meno…”.

La modernità avrebbe dovuto risolvere il problema, secondo lo scrittore, ma la modernizzazione cinese è stata così accelerata che il problema si è acuito: si fanno grattacieli, ma senza le competenze, gli standard, le norme adeguate. A causa del gelo, l’inverno scorso, tutti i tubi del mio bagno sono scoppiati e la casa si è allagata. Sono subito arrivati cinque o sei operai dell’azienda idrica pechinese che non riuscivano a risolvere il problema perché non erano in grado né di chiudere l’acqua né di tappare decentemente i tubi per poi sostituirli: intanto il getto continuava. Poi è stato chiamato il “veterano” signor Wang, un uomo sulla sessantina che a forza di martellate, svitamenti e bestemmie ha inventato un percorso “alternativo” dei tubi per poi sostituirli. Alla fine perdevano ancora un po’, ma ci si poteva convivere. Mi ha allungato il suo biglietto da visita e da allora se ho qualche problema chiamo lui. Ecco, il signor Wang è il mio eroe del chabuduo. Ma quando cade un’impalcatura, non c’è signor Wang che tenga.

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