La cerimonia di laurea degli studenti dell’università di Bologna in piazza Maggiore, il 18 giugno 2012.
  • 16 Feb 2016 13.33

L’università italiana espelle le menti migliori e non c’è da vantarsi

Michael Braun
16 febbraio 2016 13:33

E alla fine ha risposto, la ministra Stefania Giannini. Ha risposto a quella ricercatrice, Roberta D’Alessandro, che aveva intimato alla ministra “di non vantarsi dei miei risultati”. Infatti Giannini alcuni giorni prima aveva esultato per il fatto che nell’assegnazione di fondi di ricerca europei l’Italia, con trenta vincitori, si fosse piazzata terza, dietro la Germania e il Regno Unito.

Peccato, ricordava D’Alessandro, che lavora all’università di Leida nei Paesi Bassi, che ben 17 dei trenta vincitori realizzeranno i loro progetti all’estero, lontano dalle università italiane, perché “l’Italia non ci ha voluto”.

E cos’ha da rispondere Giannini? Alle telecamere di Sky dichiara che “ogni forma di polemica è inutile e sterile, particolarmente quando si parla di risultati brillanti della comunità scientifica nazionale”. Subito dopo si autosmentisce allegramente: “Ricordo anche che poi alla fine i ricercatori, gli studiosi, gli scienziati non sono italiani, tedeschi, francesi o americani, sono membri di una comunità che per definizione è internazionale”.

I dati nudi e crudi

Quindi bando alle polemiche, soprattutto quelle “sterili”, e pacche sulle spalle alla comunità scientifica nazionale che consegue risultati brillanti anche se “alla fine” e “per definizione” non esiste affatto.

O è confusa la ministra o vuole confondere le idee a chi la ascolta. Intanto rimane un suo segreto il perché trovi sterile ricordare il fatto che la ricercatrice di Leida abbia perso diversi concorsi in Italia contro candidati meno qualificati ma meglio inseriti nei contesti universitari.

La particolarità italiana sta altrove: esporta cervelli, ma non ne importa

Invece di chiudere la discussione con generici proclami sulla bravura italiana (quando conviene), trincerandosi allo stesso tempo dietro la proclamata internazionalità del mondo della ricerca (ed evitando così di affrontare le peculiarità non sempre virtuose del sistema italiano) bene avrebbe fatto la ministra ad accettare il confronto sui dati nudi e crudi.

È vero: alcuni ricercatori italiani hanno vinto fondi di ricerca con trenta progetti. L’università italiana, se non altro, si conferma come luogo di formazione che sa esprimere molte eccellenze. Il dato non stupisce più di tanto. Ormai l’Italia esporta fior di scienziati in tutto il mondo. In sé non sarebbe preoccupante: anche migliaia di tedeschi, inglesi e francesi vanno a fare ricerca e a insegnare in università estere.

La particolarità italiana sta altrove: esporta cervelli, ma non ne importa. Infatti nessun ricercatore straniero, vincitore del bando europeo, verrà nel Belpaese a realizzare il suo progetto. La comunità scientifica sarà pure internazionale, ma l’università italiana è ermeticamente chiusa, si è dotata di forti respingenti verso “intrusioni” esterne. I modelli di carriera al suo interno sono ben noti da decenni, fino al livello del familismo puro (con un rettore, per esempio, che si trovava affiancato nella sua stessa facoltà da moglie, figlio, figlia e genero, trovando il tutto perfettamente normale). È un sistema impermeabile per chi non ha gli agganci giusti, sia italiano o straniero.

Poi sarà pure vero che “alla fine” la comunità scientifica è internazionale. Ma per la competitività di un sistema-paese diventa sempre più cruciale quanta di quella comunità sia ospitata, con università e centri di ricerca di eccellenza, in quello stesso paese. L’Italia non attrae né studenti né scienziati dall’estero, e allo stesso tempo espelle molti dei suoi ricercatori migliori dal sistema universitario, facendo in modo che spesso e volentieri la “comunità scientifica internazionale” si formi oltrefrontiera. E pagandone il prezzo due volte: spende per la formazione di migliaia di ricercatori, ma lascia che siano altri paesi a raccoglierne i frutti.

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