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Diventare madri in Bolivia

In alcune parti del mondo il giorno in cui dà alla luce un figlio è il più pericoloso della vita di una donna. Tre reportage di Michele Bertelli, Felix Lill e Javier Sauras.


  • 09 Mag 2016 18.01

La Bolivia ricorre alle ostetriche indigene per ridurre la mortalità

09 maggio 2016 18:01

È sceso il buio sulle distese dell’altipiano boliviano e il piccolo ospedale della cittadina di Patacamaya è quasi deserto. Henry Flores, il dottore di guardia, controlla l’orologio: il parto sta tardando. La donna nel letto, sotto le coperte decorate dai motivi geometrici tipici di queste parti, continua a gemere, e si lamenta della debolezza. Sono diverse ore ormai che è in corso il travaglio.

“Secondo me può farcela”, dice Doña Leonarda Quispe, l’ostetrica della zona, che segue la medicina tradizionale. Doña Leonarda, come tutti la chiamano, è a fianco della paziente, con le lunghe trecce nere che spuntano da sopra il camice, e le parla direttamente in aymara, la lingua indigena. Al suo fianco il dottor Flores controlla che non ci siano problemi. Un’ultima contrazione, la donna chiede di poter partorire inginocchiata. Un’usanza comune da queste parti, che i manuali medici non contemplano. Dottore e partera la aiutano a scendere dal letto e aspettano, pronti ad afferrare il neonato.

Una giornata di Doña Leonarda Quispe


Per Doña Leonarda è l’ultimo parto della giornata, ma non avrà molto riposo. Poche ore prima, mentre aspettava la sua razione di maiale e chuño (patate disidratate) al tavolo di plastica di una tavola calda aperta fino a tardi, il suo cellulare aveva già cominciato a squillare insistentemente. “Un’altra paziente”, dice dopo aver risposto. La visita è fissata per le 5 del mattino.

“Loro prima vengono da me, e io poi chiamo l’ospedale e i dottori”, spiega in uno spagnolo stentato. Doña Leonarda è infatti una delle più stimate parteras (ostetriche) dei dintorni, e le visite cominciano fin da prima dell’alba, quando accoglie i pazienti a casa sua. Ad aiutarla e a seguirla come un’ombra c’è suo marito, Vitaliano Vásquez, che è a sua volta un medico tradizionale kallawalla, medico tradizionale itinerante, specializzato nella raccolta delle erbe medicinali e nella preparazione di pomate, unguenti e sciroppi. Nel loro studio arrivano persone da tutta la regione per farsi curare secondo i metodi tradizionali della cultura indigena dell’altipiano.

“Voleva farsi vedere solo da me , diceva di aver paura dei camici bianchi, che la prendevano in giro,” racconta Doña Leonarda della partoriente di questa mattina. Alla base del ricorso alla medicina tradizionale non c’è infatti solo la fiducia nelle pratiche naturali, ma anche la vergogna delle donne aymara a farsi vedere e toccare da un uomo proveniente della città. Anche per questo molte scelgono di partorire in casa, spesso in zone isolate, lontane dalle strutture ospedaliere.

Le parteras come Doña Leonarda rappresentano però sia il problema che la soluzione all’alto tasso di mortalità materna che affligge la Bolivia. “Nessuno, né una donna né un bambino, è mai morto nelle mie mani”, afferma orgogliosa. Eppure, con gli anni, anche lei si è resa conto dei suoi limiti. “Ci sono parti davvero complicati,” racconta, “se la paziente ha la pressione alta, o una lacerazione, o un’infezione, che posso fare da sola?”

Il dottore non riusciva a capire perché le sale parto rimanevano spesso vuote

Patacamaya è una cittadina di ventimila abitanti circondata da campi di patate e quinoa, sorta sulla strada che collega la città di La Paz a Oruro, un tempo centro minerario e oggi porta d’ingresso per il Cile. Quasi tutta la popolazione locale è di etnia aymara, una delle etnie indigene maggioritarie del paese, tanto che lo spagnolo viene usato di rado nelle conversazioni giornaliere. Qui chi non si dedica all’agricoltura lavora come autista o ha aperto un piccolo ristorante per i tanti camionisti di passaggio.

Quando nel 2001 fu assegnato all’ospedale municipale, il dottor Flores era al suo primo incarico in un’area rurale del paese, fresco di specializzazione. Quella che si trovò di fronte era una struttura affollata dove i bambini si mettevano in fila per essere vaccinati. Ma non riusciva a capire perché le sale parto rimanevano spesso vuote. Fu allora che, con l’aiuto dell’ong Medicos del mundo, decise di andare a bussare alla porta di Doña Leonarda. “Più del 60 per cento della popolazione è indigena”, spiega il dottor Flores, “e questo obbliga il nostro sistema sanitario a orientare il suo servizio all’interculturalità”. In poche parole si tratta di permettere che le prestazioni dell’ospedale si svolgano nel reciproco rispetto delle pratiche scientifiche e della cultura dei popoli originari.

I primi esperimenti di intercultura applicata alla medicina sono avvenuti nella regione mineraria di Potosì, e la cooperazione italiana ha avuto un ruolo fondamentale. “Il parto in ospedale veniva percepito come un elemento traumatico in un ambiente ostile”, spiega Antonio Lapenta, consulente per l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, che fu coinvolto direttamente in quel progetto. “Quello che abbiamo cercato di fare è stato ammorbidire tutti gli elementi non clinicamente necessari. Questo esercizio di sottrazione ci ha concesso di avvicinarci ai pazienti, alle loro esigenze e di riportarli nel servizio sanitario pubblico, nel profondo riconoscimento della loro cultura”.

Un modello che il dottor Flores e l’ong Medicos del mundo hanno cercato di replicare nell’ospedale di Patacamaya, portando le partorienti e i medici tradizionali a lavorare spalla a spalla con laureati e dottori professionisti, e adattando gli ambienti secondo i costumi tradizionali.

All’ingresso delle sale da parto campeggia così il cartello Wawa Yurinñ Uta che significa “la casa dove nascono i bambini”. “Qui ogni elemento è stato adattato alla visione della natura che hanno nella regione andina”, spiega il dottor Jorge Flores Cabrera, attuale direttore dell’ospedale. Le stanze sono infatti molto diverse da un ambiente ospedaliero: le pareti hanno il colore della terra, l’arredamento è casalingo e c’è perfino una piccola cucina dove i parenti delle partoriente possono scaldare tisane di coca e piatti, preparati in precedenza.

Piccoli dettagli che sembrano però influire sulla percezione della struttura ospedaliera nella comunità, e che obbligano anche i medici professionisti a mettere in discussione le loro pratiche. “Il parto in posizione verticale, per esempio, non è previsto dalle nostre regole”, dice il dottor Flores. In questo caso sono state le ostetriche tradizionali a spiegare ai medici come intervenire.

All’ospedale di Patacamaya si pensa che il parto sia un fenomeno naturale che dovrebbe unire la famiglia ed essere vissuto con allegria, e le sale da parto cercano di rispondere a questa esigenza. “L’ostetrica è un sostegno soprattutto psicologico”, spiega sempre Cabrera. Le ostetriche come Doña Leonarda parlano infatti la stessa lingua, conoscono usi e costumi, e vengono spesso percepite come persone di fiducia. “E se c’è qualche complicazione, ci sono sale mediche attrezzate e medici professionisti”.

Proprio mentre Doña Leonarda sta massaggiando una paziente, nella stanza accanto una partoriente di 18 anni sta per dare alla luce il suo primo figlio, ma una banale infezione urinaria potrebbe darle dei seri problemi.

Un’alternativa interculturale

Spesso dietro alle morti di parto ci sono banali errori di valutazione o incuria. “Se non l’avessero portata qui di corsa, avrebbe probabilmente partorito nell’ambulanza”, spiega il dottor Mileta, che ha operato la giovane, “e probabilmente sarebbe morta dissanguata”. In un ospedale, invece, è solo questione di suturare al momento giusto.

Finora, il modello di Patacamaya sembra essersi rivelato vincente: dal 2009 nella zona non sono stati registrati decessi di donne a causa della gravidanza. Un record non solo per la Bolivia, ma per tutto l’altopiano andino, dove le morti nelle comunità indigene rurali rimangono alte. E, al posto di quelle stanze vuote trovate dal dottor Flores al suo arrivo, oggi a Patacamaya ci sono una media di 3,5 parti al giorno, con picchi di 8 o 10 parti.

Adesso che anche l’ultimo bambino è stato avvolto nelle coperte e appoggiato al lato della sua mamma, Doña Leonarda si carica sulle spalle il fagotto tipico delle donne locali e si dirige verso l’uscita dell’ospedale. L’ostetrica si è annotata minuziosamente tutti i parti a cui ha assistito, e quest’ultimo è stato il 925°. Mentre parla ha l’aria evidentemente affaticata, ma non sembra proprio volersi fermare. “Io non posso voltare le spalle al dono che mi è stato dato dal signore”, dice.

Non è stato un giorno facile per lei: questa mattina ho dovuto assistere a un parto praticamente da sola. Mentre il dottore di turno era stato richiamato per una emergenza, l’espulsione è cominciata all’improvviso, quando nella stanza c’erano solo lei e il marito della donna. “Spingi hermanita, spingi!”, gridava alla paziente, prima di realizzare che qualcosa non andava: il cordone ombelicale era attorcigliato attorno al collo del bambino, strangolandolo. “Dottore, chiamate un dottore!” Un movimento di braccio rapido, il dottore che accorre. Il bambino è paonazzo, ma inizia a piangere. “Era morto e l’ho riportato in vita”, dice Doña Leonarda.

Questo articolo è il secondo di una serie di tre del progetto Mother and children first realizzato da Michele Bertelli, Felix Lill e Javier Sauras, grazie al sostegno della fondazione Bill and Melinda Gates attraverso il bando pubblico Innovation in development reporting, gestito dallo European Journalism Centre.

Ricerca e visualizzazione dati: Carolina Cristanchi
Video: Michele Bertelli
Fotografie: Javier Sauras
Musiche: Tolderia Cueca Negra (F.Porras)

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