Un laboratorio nell’università di Oxford, Regno Unito, maggio 2016.
  • 17 Apr 2017 15.00

Cosa perdiamo quando un ricercatore si trasferisce all’estero

17 aprile 2017 15:00

L’allargamento dell’Unione europea ha portato a una riduzione della collaborazione internazionale in ambito scientifico. Secondo uno studio, senza l’allargamento la cooperazione sarebbe stata maggiore.

Omar Doria Arrieta, Fabio Pammolli e Alexander Petersen hanno analizzato migliaia di articoli pubblicati tra il 1996 e il 2012 in 32 paesi europei, compresi quelli come Norvegia e Svizzera che non sono membri dell’Unione.

Per valutare il grado di collaborazione internazionale sono stati analizzati gli enti di ricerca ai quali erano collegati gli autori degli articoli. Si è così scoperto che nei paesi dell’Europa orientale la collaborazione internazionale è diminuita. La causa più probabile è da ricondurre agli spostamenti dei ricercatori di questi paesi in quelli che facevano parte dell’Unione da tempo.

“Quando un ricercatore si trasferisce all’estero portando con sé anche i propri rapporti internazionali, questo fatto rappresenta una perdita di capitale sociale, oltre che di capitale umano e di conoscenze tacite”, scrivono gli autori dello studio. La diminuzione della collaborazione internazionale può essere un effetto negativo e inatteso della creazione dello spazio europeo della ricerca, cioè una rete di centri di ricerca nel continente che l’Unione europea ha sostenuto favorendo la mobilità dei ricercatori.

Secondo gli autori, il flusso netto di lavoratori specializzati verso i paesi più sviluppati può influenzare negativamente la convergenza del capitale umano e tecnologico in Europa. Servirebbero quindi politiche europee anche per favorire il ritorno dei ricercatori ai paesi di origine. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Science Advances.

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