Il regista Jacques Audiard con l’attore John C. Reilly alla Mostra del cinema di Venezia, il 2 settembre 2018. (Filippo Monteforte, Afp)

A Venezia i film sul passato raccontano il presente

Il regista Jacques Audiard con l’attore John C. Reilly alla Mostra del cinema di Venezia, il 2 settembre 2018. (Filippo Monteforte, Afp)
06 settembre 2018 13:29

A metà concorso continuano i film ambientati nel passato, spesso per parlare del presente: i pochi titoli che parlano del presente fanno magra figura nella maggior parte dei casi. Qui continuiamo a soffermarci sui titoli che parlano del passato, come quello di Mike Leigh, con il magnifico dramma sociale in costume nell’Inghilterra del primo ottocento, Peterloo, i due western, The ballad of Buster Scruggs dei fratelli Coen e soprattutto The Sisters brothers di Jacques Audiard. E Sunset dell’ungherese László Nemes, che se delude non poco presenta paradossalmente aspetti unici, delle sorte di pepite visive tra le più belle viste al festival.

Con il suo western The Sisters brothers Jacques Audiard sembra un francese andato in vacanza all’estero e in un’altra epoca. In vacanza, perché sembra far parte di quegli autori che rinunciano a parlare del mondo contemporaneo, la Francia, e che, stanchi, quasi abdicano al dovere del cinema d’autore e del cinema come arte per raccontare la realtà. Audiard, infatti, non è certo Sergio Leone, che in un’epoca di speranza raccontò il mito americano da un’ottica europea, coniugandolo tra l’altro anche alla commedia dell’arte, con grande sofisticazione e innovazione stilistica. Inoltre il regista francese aveva finora raccontato il mondo di oggi.

Detto questo, sarebbe molto ingiusto non riconoscere, malgrado un inizio lento e una fattura non sempre empatica, l’originalità e la forza di questa storia di fratelli reali (i due fuorilegge, i fratelli Sisters, interpretati da Joaquin Phoenix e John C. Reilly) e fratelli potenziali (i due buoni, interpretati da Jake Gyllenhaal e Riz Ahmed), e dall’evidente dimensione omoerotica sottesa fin dal titolo e dove le donne sono quasi bandite, fatta eccezione nel finale per la mamma di Phoenix e Reilly.


Le due coppie sono reversibili (e del resto Phoenix e Gyllenhaal, entrambi con la barba, si somigliano), l’ambiente forgia in gran parte i caratteri nel bene come nel male, e la questione del perdono è relativa. Audiard rifiuta i consueti codici morali. Quello che importa è la redenzione dopo aver capito quanto sia fondamentale restare o tornare umani. È quanto succede ai due fuorilegge. La sceneggiatura è un piccolo gioiello di immoralità che diventa morale e salva il film da una dimensione formale che in Audiard si fa sempre più fredda, quasi inibita nell’evocare le atmosfere mentre soltanto nella seconda parte s’intravede qualcosa di empatico capace di far sentire l’epoca e i luoghi, come alcuni bellissimi scorci di San Francisco.

I Coen, con The ballad of Buster Scruggs, realizzano invece un film a episodi che sembra a volte più la parodia di alcuni loro film del passato che una parodia del western. Il fine di dirci che la storia americana della frontiera fu un orrore indissolubile dal derisorio è già molto detto e lascia quindi il tempo che trova, ma non si può negare una verve e molte idee buffe e spiritose, a cominciare dal primo episodio dove i Coen realizzano forse l’episodio non più bello ma più divertente, praticamente una parodia cattiva di Lucky Luke, il cowboy che spara più veloce della sua ombra dei fumetti di Morris e Goscinny.

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Se non raggiunge una profondità degna di altri film della coppia, come Fargo o Il grande Lebowsky e a tratti affiora un po’ di noia, soprattutto nel penultimo episodio che vede al centro una carovana di pionieri, i registi arrivano a sfiorare certe novelle di ambito letterario, dove si cerca di usare il paradosso e la derisione per parlare dell’assurdità della storia umana. Ma gli scorci dei grandi spazi, i maestosi paesaggi incontaminati che i Coen ci fanno vedere e che fanno da contrappunto evidente alle risibili vicende umane, al cinema non si vedono quasi più e fanno affiorare una poesia che forse ci sarebbe piaciuto vedere inserita in un film dalla connotazione più seria, se non più grave.

Sunset, il film di László Nemes, pare purtroppo un’occasione mancata. Dal regista de Il figlio di Saul ci arriva una seconda opera che è costata cifre altissime, sulla dissoluzione dell’impero austroungarico raccontata dal punto di vista di una giovane donna, impiegata in una raffinatissima cappelleria che vede tra i suoi clienti anche la famiglia reale, e si chiude con una visione, davvero magnifica, di una delle conseguenze principali di questa dissoluzione, la carneficina della prima guerra mondiale. Ecco un altro esempio di un mondo dall’incredibile raffinatezza che si dissolve, ma il prisma scelto è quella fatuo quanto vuoto della moda dell’epoca.


Nulla di nuovo nel far coincidere il crollo del mondo asburgico e la prima delle due grandi guerre. Inoltre lo stile concettuale ed estremamente mosso del cineasta non riesce a trovare la quadratura del cerchio tra sperimentazione e classicismo, cinema narrativo e antinarrativo. È un’opera però coraggiosa che racchiude sequenze davvero uniche nell’uso della profondità di campo e di movimenti di camera quasi astratti. Numerose le sequenze oniriche che ammaliano così come, inversamente, la capacità di far percepire in maniera quasi tattile allo spettatore la quotidianità della vita a Budapest di quel periodo. Notevole, malgrado tutto, nel farci rileggere la realtà dell’epoca con lo sguardo o il volto, a seconda dei casi, di una donna che cerca di mantenere la propria identità in un mondo costruito dalla cultura maschile che via via scopre sempre più assurdo.

Peterloo di Mike Leigh è invece un film dalla forma opposta, classica, tipicamente inglese, ma è un incanto malgrado la durezza del tema trattato. Il popolo, reso consapevole, è il centro del film. Certo, la parte iniziale richiede un qualche impegno allo spettatore per seguire tutte le vicende. Il punto è che il film di Leigh, prodotto per curioso paradosso da Amazon (uscirà in Italia per Academy Two), ricostruisce e ci fa capire con mano come il popolo si autorganizzava in un’epoca non lontana dalla rivoluzione francese, l’Inghilterra del primo ottocento, un’epoca in cui le persone colte si scontravano con altre persone colte per sostenere l’eresia dell’eguaglianza tra gli uomini, la convinzione che i più talentuosi potevano nascere in qualsiasi contesto e che non esisteva, di conseguenza, alcun diritto naturale.


Malgrado le tante discussioni, assemblee, comizi l’opera assume una dimensione epica nel ricostruire un momento importante della moderna storia inglese, il massacro di Peterloo, nel 1819, quando un raduno pacifico che chiedeva non solo maggior giustizia sociale ed economica ma maggior rappresentatività nelle istituzioni parlamentari, venne represso nel sangue dalle autorità con il benestare del re, e rimasero uccisi o ferite moltissime persone, anche donne e bambini.

Pensando al G8 di Genova, viene in mente che qualcosa di queste repressioni esiste anche nelle moderne democrazie. Sangue versato inutilmente, tornando a Peterloo, perché queste battaglie non si fermarono e la vicenda portò alla nascita, tra le altre cose, del quotidiano The Guardian. Grande la cura del dettaglio del regista, sia a livello di sceneggiatura sia nella regia e nella composizione visiva. Un film del genere è un fatto raro. Perché indigna e lascia sereni al tempo stesso.

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