Metà anni novanta, in un baraccio di Los Angeles frequentato da musicisti e artisti per scaricare l’adrenalina della serata o semplicemente per non andare a dormire, Michael Stipe dei R.E.M. chiede alla ragazza dai lunghi capelli rossi che è seduta accanto a lui perché mai passi così tanto tempo a fotografare la gente. Lei risponde che in caso arrivassero gli alieni e si chiedessero come fosse essere una donna in una rock band della fine del novecento avrebbero tutta la documentazione necessaria. Quella ragazza dai lunghi capelli rossi si chiama Melissa Auf der Maur e in quel momento è la bassista delle Hole, la band di Courtney Love.
Oggi Auf der Maur ha raccolto tutte quelle foto nel libro My ’90s rock photographs, pubblicato da Del Monico Books in occasione di una mostra all’Art gallery of Ontario di Toronto. Nella conversazione con Stipe che accompagna il volume, la musicista torna su quella serata a Los Angeles e osserva che oggi l’aliena si sente lei. Il mondo in cui viviamo, sempre più connesso e dipendente dalle macchine, le sembra lontanissimo da quello che aveva fotografato negli anni novanta.
Quel decennio è finito da poco più di un quarto di secolo. Eppure certe immagini dell’epoca sembrano arrivare da un passato più remoto di quelle degli anni ottanta, un periodo che la cultura pop continua ossessivamente a citare, campionare, riciclare e reinventare. Alcuni aspetti degli anni ottanta come la fascinazione per i super ricchi, la demonizzazione della povertà, la feticizzazione della tecnologia, quel senso di paranoia per la fine del mondo e una certa disperata, inspiegabile frivolezza, appartengono più che mai all’epoca incasinata in cui viviamo.
Gli anni novanta, invece, almeno quelli che vediamo nelle fotografie di Auf der Maur, sembrano invece appartenere a un mondo che non esiste più. Molto più antico anche se posteriore e molto più misterioso anche se così vicino a noi.
Melissa Auf der Maur è nata a Montréal, in Canada, nel 1972 e ha studiato fotografia alla Concordia university. Suonava il basso in una band chiamata Tinker quando, nel 1994, Billy Corgan degli Smashing Pumpkins la segnalò a Courtney Love, che cercava una nuova bassista per le Hole dopo la morte per overdose di Kristen Pfaff.
Auf der Maur entrò così in una delle band più importanti e turbolente del rock alternativo statunitense. Rimase nelle Hole fino al 1999, poi passò per un breve periodo negli Smashing Pumpkins. Nel suo memoir Even the good girls will cry Auf del Maur scrive che le Hole erano state la sua laurea in umanità – humanity, con un gioco di parole sulle humanities, le materie umanistiche – e gli Smashing Pumpkins il suo master in musica.
Vite incontenibili
Prima di diventare una musicista famosa, Auf der Maur voleva fare la fotografa. Quando Courtney Love le propose di entrare nelle Hole, la sua prima reazione fu di rifiutare: aveva intenzione di continuare l’università. Alla fine accettò, ma non abbandonò mai la macchina fotografica. Anzi, fotografare diventò un modo per conservare qualcosa di sé mentre la sua vita cambiava a una velocità impressionante. Da studente si trovò da un giorno all’altro a essere una rockstar.
Le fotografie raccolte nel libro non sono i soliti ritratti di rockstar scattati da un professionista con un pass per il backstage. Auf der Maur era parte di quel mondo, condivideva con gli altri musicisti gli alberghi, i lunghi spostamenti in autobus, le feste e le interminabili attese in camerini puzzolenti prima dei concerti.
Courtney Love, Billy Corgan e Michael Stipe compaiono spesso nelle sue fotografie, ma non sembrano mai particolarmente interessati alla presenza della macchina fotografica. Sono amici, colleghi, compagni di viaggio. E poi ci sono anche tanti autoritratti.
Auf der Maur aveva cominciato a fotografarsi quasi ogni giorno quando studiava all’università e continuò a farlo durante i tour. La vediamo riflessa negli specchi dei bagni e dei camerini, seduta sui letti disfatti degli alberghi, circondata da vestiti, strumenti musicali e valigie aperte. Quegli autoritratti colpiscono perché sono antenati dei selfie, ma realizzati in un’epoca in cui fotografare se stessi era ancora una pratica soprattutto artistica e non un’abitudine quotidiana.
Sono immagini che non hanno nulla di visivamente spettacolare ma che sotto la superficie ribollono di un senso di scoperta, di ribellione e di unicità. Gli anni novanta del rock alternativo sono stati descritti attraverso le fotografie dei grandi concerti, le copertine dei dischi, i video musicali trasmessi da Mtv e soprattutto i ritratti-santino di musicisti morti troppo giovani.
Le fotografie di Auf der Maur ci mostrano invece il disordine che c’era intorno a tutto questo: camere d’albergo squallide, bicchieri sporchi, telefoni che oggi ci sembrano anticaglie da museo, televisori minuscoli, vestiti e biancheria lasciati ad asciugare nei bagni. Nel saggio che accompagna il libro, la critica musicale Ann Powers parla di jolie laide, una bellezza irregolare e un po’ sgraziata: “Cosa significa guardare un gran casino e non vederci un disastro ma bellezza, un senso di possibilità e di vita incontenibile?”.
“Vita incontenibile”, ecco una definizione che si adatta bene alla cultura e all’estetica grunge, che aveva trasformato abiti usati, capelli sporchi e una certa trascuratezza in una specie di manifesto estetico e che aveva ridato centralità al corpo, alla mischia nel moshpit, agli ormoni incontrollabili, ai fluidi corporali e agli odori che gli anni ottanta avevano cercato di coprire e di addomesticare sotto una patina di glamour e di egoismo. Quella trascuratezza, prima di essere recuperata dalla moda, apparteneva a una cultura indipendente che aveva fatto del rifiuto delle convenzioni e del successo commerciale una parte importante della propria identità.
Dai margini al centro
Negli anni novanta tutto questo stava cambiando. Con il successo dei Nirvana, delle Hole e degli Smashing Pumpkins, una cultura nata ai margini dell’industria musicale si era ritrovata improvvisamente al centro. Auf der Maur ha fotografato proprio quel passaggio: il momento in cui l’underground diventava mainstream e un mondo che fino a poco prima si era retto su piccole etichette, fanzine e concerti organizzati tra amici entrava nel tritacarne del rock internazionale.
C’è un altro aspetto che mi colpisce in queste fotografie. Auf der Maur scatta molto dal palco e il pubblico ha quasi sempre le mani vuote. Qualcuno tiene un accendino, qualcuno un cartello fatto a mano o agita una maglietta sudata come una bandiera, gli altri alzano semplicemente le braccia. Nessuno sta riprendendo il concerto con il telefono perché gli smartphone semplicemente non estivano ancora.
Auf der Maur fotografava in continuazione: sfogliando il libro si ha l’impressione che in qualche modo sapesse e che cercasse di raccogliere più momenti possibili, più sensazioni possibili. Non c’è motivo di pensare che negli anni novanta le persone fossero più autentiche o vivessero più intensamente il presente o la musica. La differenza è che quelle fotografie non erano destinate a essere condivise o viste immediatamente da qualcuno. Bisognava finire un rullino, portarlo a sviluppare, aspettare di vedere le immagini. Molte finivano in un album o in una scatola e potevano restare lì per anni.
Oggi documentare la propria vita e renderla pubblica sono diventate due attività quasi inseparabili. Negli anni novanta esisteva ancora uno spazio abbastanza ampio tra quello che facevamo e l’immagine che decidevamo di dare di noi stessi. Molto spesso quello che eravamo la notte in un locale o a un concerto era qualcosa di molto diverso da quello che cercavamo di essere di giorno. Esisteva una specie di intimità nella folla, un senso di caloroso anonimato che oggi sarebbe molto difficile da spiegare.
Naturalmente non era un mondo migliore. Auf der Maur nel suo memoir ricorda quanto fosse maschilista l’ambiente del rock alternativo e quanto fosse difficile per una donna, soprattutto per una donna come Courtney Love, muoversi in un’industria che continuava a giudicare le artiste secondo regole molto diverse da quelle riservate agli uomini.
Le fotografie raccontano anche un’epoca segnata dalle dipendenze, dalla violenza e dalla rapida trasformazione di una controcultura in un prodotto commerciale. Auf der Maur scattava fotografie per ricordare e per capire quello che le stava succedendo. La sua piccola Nikon era una specie di protezione, un amuleto, contro il caos che la circondava.
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