Nel 1999 Robert Delpire pubblicava End Time City, il primo libro di un giovane fotografo sconosciuto, Michael Ackerman. Un volume dal formato orizzontale, elegante, in bianco e nero, che ha vinto il prestigioso premio Nadar.

La proposta, radicale e molto originale, fu uno shock perché rompeva in modo spettacolare con le regole della fotografia tradizionale, con le convenzioni di quella di viaggio e con le modalità del racconto.

Anche se non era esplicitato, si capiva immediatamente che eravamo in India, a Varanasi, dove vanno a morire migliaia di persone, i cui corpi sono cremati per gettare le ceneri nel fiume.

La città ha ispirato numerosi repor­tage, il più delle volte a colori, entrati nell’immaginario collettivo. Rifiutando di nominarla e di separare con la punteggiatura le tre parole del titolo, scritte con la maiuscola, Ackerman indicava quello che secondo lui era essenziale: la fine, il tempo, la città. Cioè le preoccupazioni costanti di un fotografo nato in Israele nel 1967, arrivato a New York all’età di sette anni, e che avrebbe fatto di questa città il suo primo spazio fotografico, quello dell’apprendistato, dell’assunzione dei rischi, del gioco con l’architettura e con i personaggi, e dove si è confrontato con chi popola la strada e gli emarginati. In bianco e nero, sempre, anche se talvolta si permetteva qualche curiosa parentesi con la Polaroid. Grazie alla capacità di passare dalla Leica alla macchinetta da quattro soldi, o al formato quadrato.

Questo insieme di tecniche lo si ritrova nel viaggio all’interno di Varanasi. Sperimentando formati diversi, con uno stile potente che contraddistingue l’insieme delle immagini, Ackerman pratica una fotografia al limite. Al limite estremo delle luci e dei contrasti, del rischio dell’immagine sbagliata, ma anche al limite di un modo di dire “io”, di esserci, di prendere una posizione radicale.

Nelle immagini quadrate, rettangolari, panoramiche, Varanasi si allontana e ci si perde per le strade e nelle ombre, nella grana che a volte sembra esplodere sotto la luce violentissima, nei salti di una scimmia sui fili elettrici, nel confronto diretto con il volto del morto durante la cremazione, nella tenerezza di un viso di donna, negli scontri tra cani randagi.

Poi, eterna, la visione di una barca a vela, che avrebbe potuto essere scattata nell’ottocento, un’immagine contemplativa e serena.

Ackerman vede in modo diverso da noi e ha il talento di saper piegare la forma al suo sguardo, così da restituire l’intensità di un’emozione e del suo confronto con il mondo.

Dopo Robert Frank

Le immagini panoramiche sono spettacolari, foto che non avevamo mai visto prima. Questo formato, che si sviluppa in orizzontale, di solito favorisce un certo formalismo e composizioni molto strutturate (basti vedere i lavori di Josef Koudelka e in particolare il suo ultimo libro Ruines), mentre Ackerman lo usa per delle istantanee dinamiche, mosse e deformate.

Visioni allucinate di una città alla deriva, che sprofonda tra le onde con i suoi abitanti e la loro follia, nella quale il tempo si sbriciola. Un mondo senza equilibrio rivelato da uno sguardo che – sempre ai limiti del possibile – è capace di far convivere formati diversi, dai quadrati alle vignettature, ai rettangoli incisi con il bisturi, e coltiva la tristezza senza mai cadere nella disperazione.

Si pensa subito a un rapporto diretto con Robert Frank, che il giovane fotografo aveva incontrato spesso e di cui era amico.

Indubbiamente si tratta di una fotografia post-Frank, che mette in pratica queste parole (Ackerman si confida poco e raramente parla del suo lavoro): “Fotografare è un atto disperato. Percepisco il vuoto. Quando hai già vissuto, capisci che ogni tentativo di riempire questo vuoto è solo una soluzione temporanea, che non dà alcuna soddisfazione. Penso che sia una guerra senza fine con la solitudine che dura tutta la vita”. Varanasi diventa quindi uno spazio evidente per questo tipo di ricerca fotografica.

Presenza animale

Da molto tempo End Time City era esaurito, collezionato, cercato, reclamato. Così Ackerman ha deciso di ridargli vita e soprattutto, di trasformarlo. Anche se rimane fedele allo spirito della prima edizione, la nuova è un’opera ancora più profonda.

Ci sono molte delle foto che c’erano all’inizio, ma anche dei cambiamenti significativi. I provini a contatto e la sequenza d’immagini danno un ritmo musicale alla danza della scimmietta sui fili elettrici in apertura, oppure introducono e fanno scomparire un simpatico elefante. Ci sono poi diverse Polaroid, così come graffi sui negativi. Cavalli spettrali che risentono del confronto tra la grana fotografica e la luce grigia, che forse annegano in una fitta nebbia.

E ancora uccelli, ripresi in un video in super 8 e poi montati in modo lirico e controllato. Un affresco stampato su un poster ripiegato che, come un regalo, conclude il libro.

Da tutto questo si capisce che la grande novità, basata su un ritorno nella città nel 2018, sono gli animali – cani randagi, avvoltoi, scimmie – molto più vicini alle persone rispetto alle immagini della prima edizione. C’è umanità in loro. Ackerman si preoccupa per loro.

Rifiutando di separare con la punteggiatura le tre parole del titolo, Ackerman indicava quello che secondo lui era essenziale: la fine, il tempo, la città

Tutto ciò è legato forse all’intenso sentimento del ritorno in un luogo fondamentale per portare a termine un primo grande progetto fotografico, dove ci si sente a casa quando si torna, anche se si sa di essere degli estranei.

End Time City è un libro che in quasi un quarto di secolo mostra la riflessione di un autore sulla nozione stessa di racconto fotografico.

Decostruendo e frammentando il mondo senza imporsi vincoli per costruirne uno nuovo. Sempre in una condizione di instabilità, di dubbio perenne e mosso dalla necessità. Somiglia agli interrogativi di un fotografo che rifiuta qualsiasi certezza per poter continuare a cercare e crescere. ◆ adr

Da sapere
Il libro

◆ La nuova versione riveduta e ampliata di End Time City è il frutto di un editing realizzato dall’artista, che ha rimesso mano al suo archivio degli anni novanta e introdotto immagini inedite di Varanasi. Sarà presentato in anteprima alla fiera Paris Photo, in corso dall’11 al 14 novembre 2021 a Parigi, e uscirà il 18 novembre per le Éditions Xavier Barral.


Questo articolo è uscito sul numero 1435 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati