Il compleanno del presidente tunisino Kais Saied è a febbraio, ma con il suo discorso del 13 dicembre si è fatto un regalo in anticipo. La Tunisia è in crisi da luglio, quando Saied ha sospeso il parlamento e buona parte dei diritti e delle libertà sanciti dalla costituzione, dicendo ai tunisini che la loro democrazia era marcia e presentandosi come una sorta di Cincinnato cartaginese chiamato a salvare lo stato nell’ora del bisogno.

Saied ha promesso due votazioni nel 2022: un referendum costituzionale a luglio e le legislative a dicembre. Prima, però, dovrà supervisionare le riforme costituzionali. Il presidente, che prima di entrare in carica insegnava diritto costituzionale, sognava da tempo di trasformare la Tunisia in una democrazia rappresentativa. Ora si è attribuito il potere di farlo. Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, scriveva che un paese dovrebbe cambiare la costituzione ogni diciannove anni: tenerla più a lungo sarebbe “un atto di forza”. Nel mondo arabo diciannove anni sono un’eternità. L’Egitto è alla terza costituzione in dieci anni. La Tunisia si avvia sulla stessa strada. Anche Siria e Libia si preparano a scriverne di nuove. Alcune carte sono il frutto d’intenzioni sincere, in paesi di recente democratizzazione che volevano cambiare costituzioni di stampo autoritario. Ultimamente però sono i leader dalla mentalità autoritaria a prendere l’iniziativa.

L’Egitto ha cambiato costituzione dopo la rivoluzione del 2011. Anche se doveva essere un processo trasparente, gran parte del lavoro è stato realizzato in segreto. Il dibattito sulla costituzione è durato più a lungo della costituzione stessa: nel 2013 il generale Abdel Fattah al Sisi ha preso il potere, dopo appena sei mesi dall’adozione della carta. Le forze armate hanno fatto scrivere una nuova costituzione.

Dal 2019 nella Siria di Bashar al Assad le Nazioni Unite supervisionano il lavoro di una commissione incaricata di redigere una nuova carta. Questa commissione è composta da 150 persone, scelte in parti uguali dal regime, dall’opposizione e dall’Onu. L’iniziativa è andata come ci si aspettava: solo per decidere di cominciare ci sono voluti due anni di battibecchi.

E anche se sarà approvato un testo, nessuno si aspetta che Assad si adegui. Del resto la costituzione attualmente in vigore comincia dichiarando la Siria uno “stato democratico con piena sovranità”, mentre in realtà Assad dirige una dittatura spietata. Gli articoli successivi garantiscono la libertà di espressione, il che potrebbe suonare strano alle migliaia di manifestanti rinchiusi in squallide prigioni sotterranee.

Il peso della diaspora

Alcune élite politiche sembrano convinte che le costituzioni esistano per proteggerle. Il prossimo maggio in Libano i cittadini voteranno per rinnovare il parlamento. Le elezioni arrivano nel mezzo di una grave crisi economica che ha ridotto gran parte della popolazione in povertà. C’è una collera diffusa contro la classe politica. Gli attivisti hanno incoraggiato la vasta diaspora libanese a registrarsi nelle liste elettorali, nella speranza di rompere lo strapotere dei partiti tradizionali. Così si sono iscritti per votare 245mila libanesi che vivono all’estero, contro i 93mila delle precedenti elezioni.

Il presidente Michel Aoun teme per il Movimento patriottico libero (Mpl), il partito cristiano che ha fondato. In base all’attuale legge elettorale i cittadini all’estero votano nel distretto di origine. L’Mpl, invece, voleva destinare sei seggi alla diaspora, in un parlamento con 128 seggi. Quando i legislatori hanno respinto la proposta, Aoun si è rivolto al consiglio costituzionale, ma il suo ricorso non è stato accolto.

Infine c’è la Libia, che ha passato buona parte del 2021 a discutere su cosa fare prima: scrivere una nuova costituzione o eleggere un nuovo presidente. Ha deciso per la seconda opzione, fissando il voto al 24 dicembre 2021. Dopo mesi d’incertezza le elezioni sono state rinviate all’ultimo minuto, in parte perché è difficile avere una legge elettorale degna di questo nome senza una costituzione. Avere troppe carte costituzionali è un male, ma forse non averne è peggio. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul numero 1442 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati