Mia madre e mio padre divorziarono quando ero molto piccolo e io andai a vivere con lei in Ucraina. Mio padre l’ho conosciuto solo tre anni fa. Un giorno cercavo una mia canzone su YouTube (faccio anche il cantautore) e dal mio cognome sono casualmente risalito a un video in cui lui cantava in un coro ortodosso. Avevo conservato le sue fotografie, così l’ho riconosciuto. Gli ho scritto, ci siamo dati appuntamento e sono andato a trovarlo nel posto in cui vive e lavora: fa il custode in un monastero nella regione di Nižnij Novgorod. Da allora abbiamo cominciato a sentirci regolarmente. Mi faceva gli auguri per ogni festa religiosa, e di feste religiose ce ne sono tante.

Quando è cominciata la guerra non si è fatto sentire per giorni. Ho pensato che fosse strano, così ho deciso di chiamarlo. So che non usa internet e che si informa solo attraverso la tv. Inoltre vive in una cittadina di campagna e va spesso in monastero o nei boschi, dove la rete telefonica non è delle migliori. Quindi ho pensato che probabilmente non era al corrente di quello che stava succedendo.

Quando ha risposto al telefono, gli ho detto che io e mia moglie (viviamo a Kiev) stavamo bene ed eravamo alla ricerca di un posto sicuro: l’idea di rifugiarci in uno scantinato con un figlio di otto anni e temere che una bomba cadesse sull’asilo di nostra figlia non ci piaceva per niente. Mio padre, con la voce più tranquilla del mondo, mi ha risposto che era tutto falso, che nessuno ci stava bombardando, che i nazisti stavano tramando alle nostre spalle e che la Russia ci avrebbe salvato. Così, ha aggiunto, la popolazione russofona avrebbe finalmente vissuto in pace. Quando gli ho ricordato che sono cresciuto nella città russofona di Berdjansk, che anch’io parlo russo e che nessuno mi ha mai attaccato per questo, lui ha ripetuto che mi stavo inventando tutto. Gli ho raccontato che la mamma, che vive ancora a Berdjansk, cerca riparo dalle esplosioni nascondendosi nella vasca da bagno.

Ho provato a spiegargli la situazione, ma lui era impassibile. Alla fine ho messo giù il telefono. Ero così deluso dalla sua reazione che mi era completamente passata la voglia di parlarci. Non abbiamo un legame profondo, perciò non è stato troppo doloroso. Ma la cosa più brutta, più deprimente, è stata non essere creduto: io vivo a Kiev, mia madre e mia nonna sono a Berdjansk, vediamo le cose succedere sotto i nostri occhi, ma a un certo punto ci siamo resi conto che le nostre parole e la nostra paura non bastavano a convincere mio padre del fatto che i soldati russi non distribuiscono né cibo né vestiti, ma bombardano quartieri abitati da civili, che la Russia non è una liberatrice ma un aggressore.

Undici milioni

In preda all’emozione ho scritto un post su Instagram. E ho capito subito che c’erano tante altre famiglie nella nostra condizione. Nelle ore successive mi hanno scritto molti ucraini, tutti si lamentavano della stessa cosa: i parenti non ne vogliono sapere di parlare con loro, non gli credono, e anzi cercano di convincerli che la Russia non bombarda i civili. Il mio post è stato condiviso da 135mila persone. A quel punto ho capito che avrei dovuto fare qualcosa per risolvere questo problema.

Insieme a un gruppo di persone che fanno parte del progetto “Credimi papà”, ho scoperto che in Russia vivono undici milioni di persone che hanno parenti in Ucraina. Almeno la metà usa social network come Facebook e Instagram: è vero che anche il web è pieno di disinformazione e propaganda, ma c’è anche la possibilità di trovare fonti d’informazione affidabili. Tuttavia, chi non usa i social network non ha scelta a parte la televisione. E noi dobbiamo diventare un’alternativa alla televisione. Sappiamo cosa sta succedendo in Ucraina e possiamo farlo capire ai nostri familiari. Se riuscissimo a convincere quegli undici milioni di persone e se ognuna di loro provasse a farlo con tre parenti e amici, 33 milioni di persone potrebbero conoscere la verità. Questo potrebbe essere sufficiente per fermare la guerra.

Ho chiamato mio padre un’altra volta, gli ho detto che le sue parole nell’ultima telefonata mi avevano sconvolto. Abbiamo parlato per quasi un’ora. Naturalmente non sono riuscito a convincerlo del tutto. Un problema del genere non si può risolvere con due telefonate e non so quante ne serviranno per fare in modo che si schieri dalla mia parte. Ma il ghiaccio si sta sciogliendo. Mio padre ha cominciato a credere a quello che gli racconto. Si è finalmente convinto che la Russia colpisce anche i palazzi abitati dai civili. Gli ho mandato una foto della mamma, la sua ex moglie, nella vasca da bagno durante i bombardamenti. Non poteva non crederle.

Gli ho ripetuto che non sono mai stato perseguitato per il fatto di parlare russo né nell’est né nell’ovest dell’Ucraina. Su tante cose non è disposto a cambiare posizione: se la prende con gli Stati Uniti, che secondo lui stanno facendo di tutto per dividere i popoli slavi. Non sono riuscito a convincerlo su tutto, ma ci vuole tempo. E capisco che bisogna armarsi di pazienza: ci vorrà costanza per convincerlo. E ci vorrà una buona dose di autocontrollo: una conversazione tranquilla funziona meglio di un litigio. Mi impegnerò ad ascoltarlo e a rispondere alle sue domande, indipendentemente da quanto possano essere assurde. Sul sito di “Credimi papà” abbiamo raccolto le risposte alle domande più frequenti che vengono fuori parlando con i parenti in Russia, speriamo che possano essere d’aiuto.

Dopo la seconda telefonata non abbiamo più parlato. Più che altro perché non riesco a raggiungerlo. Spero che sia di nuovo andato, come fa spesso, da qualche parte nel bosco in cui è del tutto scollegato dal mondo. Spero che, quando tornerà a casa, prenderà il telefono e avrà voglia di fare quattro chiacchiere con me. ◆ ab

Meduza è un sito d’informazione russo con sede in Lettonia. La testimonianza di Michail Katsurin è stata raccolta dalla giornalista Nadezhda Svetlova.

Questo articolo è uscito sul numero 1452 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati