Mangiare è senz’altro uno dei grandi piaceri della vita. Ma non è solo un’attività edonista: diamo un’importanza enorme a un’azione che in teoria dovrebbe solo darci le calorie necessarie a sopravvivere. Non a caso Sigmund Freud dedicò molte pagine all’attività mentale che comincia quando un neonato si attacca al seno della madre, e a cui torniamo quando ci portiamo in bocca una sigaretta, un bicchiere di vino o qualsiasi oggetto di uso comune. Il cibo è anche eredità e identità, distingue e unisce popoli e culture. Alcuni piatti hanno il potere di farci sentire a casa, ovunque siamo, o di riportarci indietro nel passato. Ma nel mondo disuguale in cui viviamo, le nostre abitudini alimentari implicano anche problemi etici e filosofici. Cosa mangiamo? Chi produce quello che mettiamo nel piatto e in quali condizioni? In che modo il consumo di carne danneggia il pianeta? Possiamo mangiare senza colpa mentre milioni di persone muoiono di fame? L’ultimo numero della Revista de la Universidad de México è un invito, quando ci si siede a tavola, a farlo in piena coscienza. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1457 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati