Il 28 marzo i camionisti hanno indetto il primo sciopero e da quel momento le manifestazioni si sono diffuse a macchia d’olio: in almeno dieci delle 25 regioni del Perù ci sono stati scioperi e blocchi stradali. La prima settimana si è chiusa con cinque morti e decine di persone ferite e arrestate. Il paese sta vivendo la crisi più grave da quando Pedro Castillo ha assunto la presidenza, a luglio.

Il 5 aprile il presidente ha imposto un coprifuoco per neutralizzare le proteste antigovernative. Gli scontri più violenti sono stati a Huancayo, capoluogo della regione di Junín, dove tre persone sono state uccise dai proiettili sparati dagli agenti di polizia. La città è la culla del partito al governo, Perú libre (sinistra). Il coprifuoco non è stato rispettato e le manifestazioni si sono allargate alle zone urbane, dove in tanti chiedono a Castillo di dimettersi. A Lima i manifestanti hanno attaccato edifici pubblici e saccheggiato almeno quattro negozi. A differenza del passato, nelle province i lavoratori pretendono che il governo mantenga le promesse fatte in campagna elettorale, tra cui una riforma agraria e una nuova costituzione. I peruviani protestano anche contro l’aumento del costo della vita causato dall’inflazione, che a marzo ha avuto un’impennata.

Alle proteste si sono unite anche le persone preoccupate dal rincaro dei prodotti di base, il cui prezzo era già salito a causa dei problemi creati dalla pandemia. A marzo l’aumento è stato dell’1,48 per cento rispetto al mese precedente, mentre la previsione era dello 0,9 per cento. Anche il costo del combustibile e dei fertilizzanti è aumentato, a causa del conflitto in Ucraina.

Tutti questi fattori hanno aggravato una crisi politica quasi permanente che ha origine nel tentativo del parlamento, controllato dall’opposizione di destra e dei partiti fujimoristi, di destituire Pedro Castillo fin dal primo giorno del suo mandato. Senza che sia stato dimostrato un illecito, il parlamento ha presentato già due mozioni per rimuoverlo dall’incarico, l’ultima il mese scorso. La possibilità, prevista dalla costituzione, di destituire un presidente per incapacità morale ha fatto sì che dal 2016 a oggi in Perù si siano succeduti cinque presidenti.

Tentazione costante

Secondo il giornalista Marco Avilés, “ridurre la complessità delle proteste alla destituzione di Castillo significa ignorare la natura economica di molte rivendicazioni. È un atteggiamento mosso dall’ideologia e si trova soprattutto nei mezzi d’informazione di Lima. Una protesta nazionale non può essere interpretata solo guardando la capitale”. Avilés spiega che la protesta è eterogenea: “Ci sono rivendicazioni che riguardano la politica economica, il controllo dei prezzi, la riduzione del costo dei combustibili, migliori condizioni lavorative nelle aziende agricole e la modifica della costituzione”.

Anche l’economista Francisco Durand, esperto di questioni agrarie, crede che il problema non sia solo politico: “Si è accentuata la divisione tra Lima e le province, tra la città e le campagne. Bisogna democratizzare l’economia, tassare di più i grandi patrimoni e affrontare i problemi legati ai gruppi d’interesse”.

Castillo, un maestro di campagna che ha ammesso con insolita onestà di non essere preparato per l’incarico, non può contare sull’appoggio parlamentare che gli garantirebbe di governare senza grandi problemi. A questo si aggiunge che il sistema per destituire il presidente è molto facile ed è una tentazione costante per qualsiasi maggioranza parlamentare, come testimonia il caso dei due presidenti rimossi negli ultimi due anni. Infine bisogna tenere conto dell’aumento incontrollabile dei prezzi dei generi alimentari e dei fertilizzanti provenienti dall’Europa dell’est.

Un presidente che probabilmente è arrivato al governo pieno di buone intenzioni, ma con poca esperienza e circondato da persone inadeguate, sta cercando con ogni mezzo di sopravvivere in un ambiente politico molto aggressivo. Intanto nelle piazze le persone chiedono un nuovo inizio, che sarebbe un salto nel buio per il
paese. Sono tempi difficili per la democrazia peruviana. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1457 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati