L’obesità è un problema enorme in tutto il mondo. Secondo la ong World obesity federation (Wof) nel 2023, tra le persone dai cinque anni in su, gli obesi sono 1,1 miliardi, circa il 14 per cento del totale; altri 1,6 miliardi, cioè il 24 per cento, sono sovrappeso. In un rapporto pubblicato il 3 marzo 2023 in occasione della giornata mondiale contro l’obesità, la Wof prevede che quattro miliardi di persone – vale a dire la metà della popolazione dai cinque anni in su – probabilmente saranno obese o sovrappeso entro il 2035.

Secondo le stime del rapporto, nel 2035 il costo annuale di questo aumento di peso – la spesa per l’assistenza sanitaria, per le giornate di lavoro perse per malattia e per le morti premature – raggiungerà i quattromila miliardi di dollari, pari al 2,9 per cento del pil globale: l’equivalente dei costi di una pandemia di covid-19.

Inoltre l’obesità non è solo un problema del mondo ricco. La spesa sta crescendo velocemente soprattutto nei paesi poveri e a medio reddito. La Wof prevede che entro il 2035 il 47 per cento dei messicani, il 46 per cento degli iraniani e dei sudafricani e il 42 per cento dei malesi saranno obesi. In questi paesi l’aumento dei costi dell’assistenza sanitaria sarà un freno per la crescita economica. Per cui qualsiasi trattamento in grado di ridurre questi numeri potrebbe migliorare la salute di miliardi di persone e rendere il mondo più ricco.

L’obesità in genere si determina usando il rapporto tra peso e altezza detto indice di massa corporea (bmi). Con un bmi superiore a 25 si è considerati sovrappeso. Oltre 30 si viene definiti obesi. Quindi uno statunitense di altezza media (un metro e 75) è sovrappeso se supera i 77 chilogrammi; è obeso se la bilancia segna 92 o più. L’eccesso di peso non è tanto una questione di estetica. L’obesità è associata a malattie gravi come diabete, ictus e problemi cardiaci. John Speakman, dell’università di Aberdeen, nel Regno Unito, spiega che le donne con un bmi di 35 hanno novanta volte più probabilità di avere il diabete rispetto a quelle con un bmi di 23. Per gli uomini il rischio è cinque volte maggiore. L’obesità aumenta anche il rischio di sviluppare tredici tipi di tumore, compresi quelli del seno, dell’intestino e dell’utero. Di recente si è scoperto che il peso eccessivo fa crescere anche la probabilità di morire di covid-19. In totale l’obesità provoca la morte di circa quattro milioni di persone all’anno nel mondo.

La soluzione potrebbe sembrare ovvia: basta mangiare meno e fare più esercizio fisico. Per chi tende a giudicare gli altri, l’incapacità di perdere peso riflette una mancanza di volontà. Ma Louise Baur, che insegna all’università di Sydney, in Australia, ed è presidente della Wof, respinge l’idea che l’epidemia di obesità sia il frutto “del fallimento morale di centinaia di milioni di persone”. Fatima Stanford, che studia il fenomeno al Massachusetts general hospital e alla Harvard medical school, negli Stati Uniti, spiega che i tentativi di perdere peso con la dieta e l’esercizio fisico funzionano solo per il 10-20 per cento della popolazione.

Questo dato dipende quasi certamente dal nostro passato evolutivo. In natura il cibo raramente abbonda, quindi l’Homo sapiens si è evoluto per trattenere il grasso. Un modo per adattarsi consiste nel rallentare il metabolismo quando l’apporto calorico è ridotto. Un altro sta nel rilasciare una maggior quantità di grelina, un ormone che dice al cervello di assumere più alimenti. Peggio ancora per chi vuole mettersi a dieta, un corpo che ha perso peso sembra “ricordare” il suo stato precedente e lotta per riconquistarlo. “Tutta la nostra biologia reagisce in modo da farci venire voglia di mangiare”, dice Ahmed Ahmed, un chirurgo bariatrico britannico.

Alimenti processati

Uno studio condotto sui concorrenti di The biggest loser, un programma tv in cui vince chi perde più peso, ha scoperto che anche sei anni dopo il programma il metabolismo dei partecipanti resta più lento di quanto non fosse prima di cominciare la dieta. La quantità di alimenti che possono mangiare senza ingrassare è diminuita. I regimi dietetici, in altre parole, diventano progressivamente più difficili da rispettare.

Inoltre l’obesità ha una componente genetica rilevante: è una condizione in parte ereditata. Speakman sostiene che il rischio che un individuo corre di diventare obeso è dal 45 al 65 per cento legato a questo fattore.

Ma una predisposizione si manifesta quando è incoraggiata. Non sono solo i geni, ma anche le circostanze “obesogeniche” che fanno aumentare il girovita della specie. Come afferma il dottor Baur, l’obesità è “la risposta fisiologica a quello che è diventato un ambiente patologico”.

La caratteristica più notevole di questo ambiente è l’abbondanza non solo di alimenti, ma più specificamente, di alimenti processati. Anche solo la macinazione e il riassemblaggio del cibo dato ai ratti in laboratorio li induce a ingrassare. Nel 2019 un esperimento simile sulle persone condotto da Kevin Hall dei National institutes of health statunitensi e dai suoi colleghi ha dimostrato che, in condizioni controllate, le persone assumono più calorie se mangiano soprattutto alimenti processati. E in un mondo meccanizzato ingrassare è facile. In passato, per la grande maggioranza degli esseri umani il lavoro comportava una grande fatica fisica. Oggi non è più così. Per la maggior parte delle persone che vivono nel mondo ricco, e una percentuale in rapido aumento di quelle che abitano nei paesi in via di sviluppo, l’esercizio fisico non è più una necessità ma un passatempo volontario a cui dedicare i momenti di svago.

Uno studio pubblicato nel 2011 ha esaminato quanto era stato attivo il lavoro degli statunitensi nei cinquant’anni precedenti. In media, tra il 1960 e il 2006 per lavorare le persone hanno consumato cento calorie in meno al giorno, una quantità che ha provocato gran parte dell’aumento di peso della popolazione in quel periodo.

Gli alimenti processati e lo stile di vita sedentario sono i fattori principali dell’ambiente obesogenico di oggi, ma non sono gli unici. Anche la depressione e altri problemi di salute mentale – nonché alcuni dei farmaci usati per curarli – favoriscono l’aumento di peso. Il dottor Stanford sostiene che il 20 per cento dei casi di obesità negli Stati Uniti è legato a farmaci come il litio, gli antidepressivi e i sonniferi. Per le donne anche la menopausa è un elemento scatenante.

Da decenni la costante crescita del peso è una sfida per medici, dietologi, farmacologi e responsabili politici. Norme sempre più elaborate sui modi di etichettare e vendere gli alimenti non hanno minimamente intaccato il problema. Le tasse sugli ingredienti nocivi sono impopolari, in parte perché gravano molto di più sui poveri che sui ricchi. Una buona indicazione di quante persone vogliono disperatamente perdere peso sono i quasi 250 miliardi di dollari spesi nel 2022 scorso in diete, anche se tendono a non funzionare.

Previsioni
Aumento di peso
Persone obese e sovrappeso nel mondo, percentuale (Fonte: Wof/The Economist)

Riduzione sorprendente

Le aziende farmaceutiche hanno offerto una serie di trattamenti inefficaci e a volte pericolosi. C’è stato il dinitrofenolo, usato nelle pillole dimagranti negli anni trenta, che fece perdere la vista a circa 25mila persone. Più tardi le amfetamine, che si rivelarono un aiuto per dimagrire popolare (ed efficace) fino a quando emersero il rischio di dipendenza e altri effetti collaterali. L’efedra, una medicina a base di erbe contenente una sostanza simile alle amfetamine, è stata vietata negli Stati Uniti nel 2004, dopo essere stata collegata a infarti e ictus. Pochi anni dopo altri due farmaci, il rimonabant e la sibutramina, sono stati ritirati dal commercio a causa di dubbi sulla loro sicurezza.

Come ultima risorsa, chi è gravemente obeso può ricorrere alla chirurgia bariatrica, in cui stomaco e intestino tenue sono modificati per ridurre la quantità di cibo che assorbono e accelerare il senso di sazietà. Questo metodo, dice Ahmed, può ridurre il peso corporeo del 30 fino al 50 per cento nei primi sei mesi, e potenzialmente ancora di più in seguito. Migliora anche la pressione sanguigna, la respirazione, il sonno, il livello di colesterolo e il mal di schiena. E dopo l’intervento chirurgico molti pazienti non sono più diabetici.

Ma la chirurgia è una risposta troppo drastica al problema. Di conseguenza, la scoperta degli agonisti glp-1, che i pazienti possono assumere da soli sotto forma di iniezioni settimanali, ha generato grande entusiasmo. Questi nuovi farmaci sono stati inizialmente concepiti come trattamento per il diabete. Imitano gli ormoni che il corpo produce naturalmente dopo un pasto, stimolando un maggior rilascio di un secondo ormone, l’insulina, e un minor rilascio di un terzo, il glucagone. Messe insieme, queste reazioni regolano il livello di glucosio nel sangue.

Inoltre gli agonisti glp-1 rallentano il tasso di “svuotamento gastrico”, cioè il cibo rimane nello stomaco più a lungo e quindi le persone si sentono più piene e mangiano di meno. Questi medicinali influiscono anche sull’ipotalamo, la parte del cervello che controlla la fame. E hanno un effetto sul grasso, perché rendono il corpo più incline a scomporlo.

Farmaci
Affari d’oro

◆ Secondo alcune stime, nel 2023 la danese Novo Nordisk ricaverà dalle vendite di Wegovy tre o quattro miliardi di dollari solo negli Stati Uniti. Nei prossimi mesi l’azienda cercherà di lanciare il farmaco in molti altri paesi. La Eli Lilly, un’altra casa farmaceutica, spera di commercializzare un trattamento simile per l’obesità, chiamato Mounjaro (tirzepatide), dall’estate. Negli studi clinici i partecipanti perdono in media un sorprendente 20 per cento del loro peso. Secondo la banca d’investimento Jefferies, entro il 2031 il mercato di questi farmaci, noti collettivamente come agonisti glp-1, supererà i 150 miliardi di dollari. Per fare un confronto, le vendite di tutti i farmaci per il trattamento delle varie forme di tumore nel 2021 ammontavano a circa 185 miliardi di dollari. The Economist


La casa farmaceutica Novo Nordisk ha cominciato a vendere la semaglutide, il primo agonista glp-1, nel 2017, con il nome Ozempic, per il trattamento del diabete. Quando ha notato che tante persone che l’avevano assunto erano dimagrite drasticamente, lo ha testato come terapia per la perdita di peso. In uno studio durato quaranta settimane, un terzo dei pazienti ha perso più del 10 per cento di peso dopo aver assunto una dose settimanale di un milligrammo. Un secondo studio, di 68 settimane, ha riscontrato un dimagrimento del 15 per cento con una dose settimanale di 2,4 milligrammi. Questa è la dose contenuta nel Wegovy, che negli Stati Uniti è in vendita dal 2021. A dicembre del 2022 la Food and drug administration statunitense ne ha approvato l’uso anche per i ragazzi dai 12 ai 18 anni.

Il Mounjaro attiva gli stessi recettori glp-1 del Wegovy, ma imita anche un secondo ormone coinvolto nella regolazione dell’appetito. Nei test clinici in media ha stimolato una sorprendente riduzione del 20 per cento del peso corporeo.

Non per tutti i gusti

I nuovi farmaci hanno dei difetti. Per prima cosa, provocano effetti collaterali, come vomito e diarrea, abbastanza gravi da indurre il 3 per cento dei pazienti a smettere di usarli. Inoltre dovrebbero essere assunti nell’ambito di un programma di dieta ed esercizio fisico più ampio, anche se non è chiaro quanto questo requisito sia essenziale per la perdita di peso. La semaglutide sembra aumentare il rischio di un raro tipo di pancreatite. Sono emersi anche timori sull’uso dei farmaci in gravidanza. E gli studi sugli animali hanno dimostrato una maggiore incidenza del tumore alla tiroide.

C’è poi uno svantaggio maggiore: chi comincia ad assumerli, rischia di dipendere da questi farmaci per tutta la vita. Se si ferma, il peso si accumula di nuovo, come nella maggior parte delle diete. Interrompendo la dose di 2,4 mg di semaglutide, nel primo anno le persone recuperano due terzi del peso perso. Come con le diete, qualcuno pesa perfino di più di quando ha cominciato la cura. La necessità di continuare a iniettarsi i farmaci è una manna per le aziende farmaceutiche, ma i medici sono cauti, vista la mancanza di dati sugli effetti di un uso permanente. Secondo una bozza delle linee guida nazionali del Regno Unito, se il fine è la perdita di peso, la semaglutide non dovrebbe essere assunta per più di due anni. Tuttavia, man mano che saranno disponibili ulteriori dati sugli effetti a lungo termine, è possibile che questi farmaci diventino come le statine, che vengono comunemente prescritte a vita per abbassare il colesterolo.

Ma prenderli per tutta la vita può essere caro. Negli Stati Uniti il Wegovy costa circa 1.300 dollari al mese e l’Ozempic intorno ai 900, e il prezzo chiaramente non scenderà. La domanda di questi farmaci è così alta che molte persone con il diabete, che li usano per curarsi, non riescono più a trovarli. La Novo Nordisk ha creato una pagina web per tranquillizzare i potenziali clienti che hanno difficoltà a trovare il Wegovy in cui dichiara: “Stiamo facendo di tutto per aumentare la nostra capacità produttiva”.

Le assicurazioni e i governi dovrebbero poter negoziare sconti sui prezzi di listino. Con l’arrivo sul mercato di prodotti concorrenti, i prezzi dovrebbero scendere. Inoltre, sul lungo periodo i farmaci perderanno il loro brevetto e saranno disponibili in forma generica. Ma al momento negli Stati Uniti poche polizze assicurative coprono il Wegovy, soprattutto se sono pagate dai datori di lavoro. I governi sono ancora più titubanti. In Danimarca e in Norvegia il farmaco è stato autorizzato, ma non viene fornito dal servizio pubblico. Gli ospedali britannici lo hanno reso disponibile, ma solo per i pazienti più obesi e solo su indicazione di uno specialista. La cautela presumibilmente svanirà quando ci saranno le prove che l’uso diffuso di questi farmaci farà risparmiare molto alle assicurazioni e ai governi in termini di trattamenti evitati. Daniel Chancellor, della società di ricerche di mercato Citeline, sostiene che gli agonisti gpl-1 hanno ridotto del 14 per cento gli ictus e gli infarti tra i soggetti che li assumono per il diabete, del 12 per cento i decessi e dell’11 per cento i ricoveri ospedalieri per problemi cardiaci. La Novo Nordisk sta sponsorizzando uno studio ufficiale che analizza l’impatto della semaglutide sulle malattie cardiovascolari dei pazienti sovrappeso e obesi. È cominciato nel 2018 e dovrebbe concludersi entro la fine del 2023.

Sarà senza dubbio seguito da una frenetica ondata di contrattazioni. Le assicurazioni e i sistemi sanitari dovranno considerare da un lato l’enorme risparmio sul trattamento delle malattie legate all’obesità e il miglioramento della qualità della vita che i nuovi farmaci porteranno; e dall’altro i prezzi richiesti dai produttori moltiplicati per tutta la vita dei probabili destinatari. Ma le possibilità di risparmio sono enormi.

Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista medica Bmj global health, riducendo del 5 per cento il numero di persone sovrappeso nel mondo si potrebbero risparmiare 429 miliardi di dollari. Questi potenziali benefici si estenderebbero anche ai paesi a medio reddito.

Il fatto che sempre più persone abbiano abbastanza da mangiare e non debbano sfinirsi facendo lavori massacranti dovrebbe essere un’ottima notizia. È un evidente segno di progresso. Ma queste tendenze incoraggianti stanno seppellendo miliardi di noi sotto una montagna di grasso. Il dramma associato a questa epidemia globale di obesità è enorme: uccide milioni di persone; ne fa ammalare molte di più; costa somme considerevoli; e causa ingiustamente vergogna in coloro che ne sono afflitti. Se dei nuovi farmaci possono ridurre questa infelicità anche di poco, dovrebbero essere accolti a braccia aperte. ◆ bt

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1506 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati