Alla fine di una settimana di conclave nella Grande sala del popolo a Pechino, il 12 marzo i tremila parlamentari cinesi sono tornati a casa dopo aver approvato il bilancio annuale. Come negli anni precedenti, prevede un aumento delle spese militari del 7 per cento circa, due punti in più rispetto alla crescita economica prevista quest’anno.

Le autorità cinesi spesso fanno notare che la somma destinata da Pechino alla difesa, pari a circa 214 miliardi di euro, è ancora molto inferiore a quella degli Stati Uniti (820 miliardi di euro). Nonostante questo, l’aumento costante del bilancio militare unito a una politica aggressiva – nei confronti di Taiwan, ma anche verso l’India, le Filippine e il Giappone – spinge diversi paesi della regione ad aumentare a loro volta le spese militari e a rafforzare la cooperazione reciproca.

Il budget per la difesa taiwanese ha raggiunto così la cifra record di 17,3 miliardi di euro nel 2024. Il 16 febbraio Taipei ha annunciato un accordo con il gruppo Défense conseil international, legato al governo francese, per un valore di poco superiore a 72 milioni di euro. L’obiettivo è modernizzare le sei fregate acquistate dalla Francia nel 1991, aggiornando gli equipaggiamenti elettronici che controllano i lanciamissili e i radar. In vista del viaggio del presidente cinese Xi Jinping a Parigi a maggio, Pechino per il momento non ha reagito.

Questo è solo un esempio degli sforzi messi in campo dall’isola per avere una difesa in grado di scoraggiare una possibile invasione. A lungo convinta del fatto che gli Stati Uniti sarebbero arrivati in suo soccorso, oggi Taipei sa di essere vulnerabile e di aver bisogno di possedere una forza militare solida. Sta cercando di migliorare anche la flotta aerea. I suoi 54 Mirage 2000 ancora in attività sono vecchi. Dispone di 139 F-16 rimessi a nuovo dal costruttore statunitense Lockheed Martin, ma Washington rifiuta di fornire aerei più moderni, gli F-22 e gli F-35, perché teme una reazione di Pechino e perché, in caso di guerra, questi mostri di tecnologia potrebbero finire in mano cinese. L’acquisto di sottomarini discusso a Washington nel 2001 non si è concretizzato, ma a settembre del 2023 Taiwan ha presentato il suo primo sottomarino di fabbricazione nazionale. Dall’inizio del 2024, poi, la durata della leva obbligatoria è stata portata da quattro mesi a un anno.

Il risultato delle elezioni parlamentari che si sono tenute il 13 gennaio rischia di arrestare questo processo di modernizzazione. Il 20 maggio la presidenza tornerà a Lai Ching-te del Partito democratico progressista, molto critico nei confronti di Pechino, ma il parlamento è diviso, con una ridotta maggioranza relativa per il Kuomintang (Kmt), il partito storico di Chiang Kai-shek, oggi favorevole a un riavvicinamento alla Cina. Questa situazione potrebbe bloccare o rallentare il voto di approvazione delle spese per gli armamenti, ritenuti indispensabili dalla presidenza.

Forze di difesa indiane il giorno della festa della repubblica, New Delhi, India, 26 gennaio 2024 (Manish Swarup, Ap/Lapresse)

“Comprendiamo molto chiaramente e senza illusioni le ambizioni cinesi, ma non possiamo ignorare la realtà della prossimità geografica, dei legami commerciali e della forza militare cinese”, afferma Tso Chen-dong, docente di scienze politiche all’università nazionale di Taiwan e principale consigliere per gli affari esteri del Kmt. “Qual è di preciso l’idea di difesa nazionale di Lai Ching-te? E visto che deve ancora costruire sette sottomarini, come sarà evitare la corruzione? Sono domande che intendiamo porre al parlamento”.

Le Filippine intrecciano alleanze

Se alcuni paesi asiatici, in particolare Malaysia, Indonesia e Singapore, ritengono come il Kmt taiwanese di essere troppo vicini alla Cina per potersi alienare le simpatie di Pechino, le Filippine hanno tagliato la testa al toro. All’inizio di marzo il presidente Ferdinand Marcos Jr. – eletto nel 2022 – era a Melbourne in occasione del vertice speciale che ha riunito l’Australia e i dieci paesi dell’Associazione delle nazioni del sudest asiatico (Asean). “Il rischio di guerra oggi è molto più alto che in passato”, ha avvertito. Si è anche congratulato per l’Aukus, l’alleanza militare tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito in funzione anticinese che prevede la fornitura di sottomarini nucleari statunitensi a Canberra. “Di fronte alle sfide e alle minacce che dobbiamo affrontare, penso che l’Aukus rafforzi la posizione dell’Asia, dell’Asean e dell’Indopacifico”, ha dichiarato Marcos.

In aperto conflitto con Pechino che non ha mai riconosciuto la decisione con cui nel 2016 la Corte permanente di arbitrato dell’Aja ha bocciato le pretese cinesi sulla maggior parte del mar Cinese meridionale, e in particolare sulle isole Spratley – Marcos ha deciso di riavvicinarsi agli Stati Uniti. Lo testimonia la visita, il 6 febbraio scorso, del segretario alla difesa filippino Gilberto Teodoro Jr. all’arcipelago delle Batanes, situato a nord delle Filippine e a sud di Taiwan. Teodoro, arrivato sulle isole per ispezionare il cantiere di una base navale, ha chiesto di rendere le Batanes “la punta di lancia del dispositivo di difesa filippino nel nord” e di costruire delle strutture militari. Sono già in corso dei negoziati con Washington per finanziare insieme un nuovo porto. “Le Filippine farebbero meglio a non giocare col fuoco e a evitare di farsi manipolare, perché potrebbero bruciarsi”, ha avvertito Pechino l’8 febbraio.

Il fatto che Manila si preoccupi delle mire cinesi su Taiwan dimostra la nuova dimensione dei rapporti di forza nella regione. “In caso di conflitto nello stretto di Taiwan, è difficile immaginare uno scenario in cui le Filippine non saranno coinvolte in un modo o nell’altro”, ha osservato a febbraio Marcos Jr. Legate da un trattato di mutua difesa in vigore dal 1951, Manila e Washington hanno deciso all’inizio del 2023 che l’esercito statunitense potrà usare le basi militari filippine. Prima di allora l’accesso era limitato a cinque basi, ora se ne sono aggiunte altre quattro, la maggior parte delle quali “nelle province filippine più settentrionali, ossia Cagayan e Isabela, particolarmente lontane dal teatro del mar Cinese meridionale”, sottolinea l’esperto di geopolitica Richard Heydarian su Asia Times. Al tempo stesso Manila si riarma, stringe alleanze e denuncia le azioni di Pechino nell’arcipelago delle Spratley, dove la Cina si è impadronita di una manciata di atolli inabitabili per trasformarli in basi navali e aeree. I pescatori e i guardacoste filippini sono costantemente ai ferri corti con i guardacoste cinesi, che gli ordinano di “lasciare le acque territoriali cinesi”, a volte a colpi di cannone ad acqua o di laser accecanti.

La posta in gioco di questa battaglia navale è Taiwan. La Cina vuole “mettere in sicurezza” il mar Cinese meridionale per ostacolare l’accesso agli Stati Uniti e ai loro alleati. In altri termini, se un giorno dovesse finire in mano cinese, Taiwan diventerebbe una sorta di nave ammiraglia che consentirebbe a Pechino di affermare il suo controllo sulle acque che separano la Cina dal Giappone, nel mar Cinese orientale. Mentre si moltiplicano gli incidenti, Marcos ha lanciato a gennaio un piano di modernizzazione dell’esercito che prevede investimenti per 32 miliardi di euro in dieci anni. La consegna, prevista entro il 2024, del sistema di missili da crociera BrahMos, di fabbricazione indiana “cambierà le carte in tavola, portando le Filippine nell’era supersonica”, si è rallegrato il consiglio per la sicurezza nazionale.

Secondo François-Xavier Bonnet, ricercatore associato all’Institute de recherche sur l’Asie du Sud-Est contemporaine (Irasec), sono in preparazione altre acquisizioni: aerei multiruolo, sottomarini e navi da superficie. I sottomarini sono considerati essenziali come strumento di dissuasione. In gara per i contratti di fornitura ci sono il gruppo industriale francese Naval group, il sudcoreano Hanwha ocean e gli spagnoli di Navantia, sostiene Bonnet.

La marina militare cinese – prima al mondo per dimensioni – preoccupa diversi paesi vicini, ma l’India teme soprattutto la fanteria. Dopo l’attacco lanciato nel 1962 dall’Esercito popolare di liberazione cinese (Epl) nell’Himalaya e la perdita di un’ampia parte del Ladakh, la minaccia cinese è ancora ben presente. Lo testimoniano gli scontri a giugno del 2020 su quelle cime ghiacciate, che hanno provocato la morte di venti soldati indiani e di un numero indefinito di soldati cinesi. In quell’occasione la Cina avrebbe rosicchiato duemila chilometri quadrati di territorio. Pechino rivendica in tutto o in parte le regioni del Ladakh e dell’Arunachal Pradesh, ritenute parte del Tibet, annesso a sua volta nel 1951.

Di fronte alle rivendicazioni della Cina – ma anche del Pakistan, contro cui ha combattuto tre guerre e che si è appropriato di una parte del Kashmir – l’India ha cominciato una corsa agli armamenti. Più di 50mila soldati indiani sono schierati sulla frontiera himalayana.

Nonostante i suoi 1,45 milioni di soldati in attività, le forze armate indiane non sono paragonabili a quelle cinesi (forti di almeno due milioni di arruolati). Secondo gli esperti non saranno in grado di competere ancora per trent’anni, data la superiorità di Pechino in campo marittimo, cibernetico e spaziale. L’India ha un bisogno urgente di ringiovanire le sue strutture militari. La guerra in Ucraina ha aumentato le difficoltà, perché i fornitori russi (il 60 per cento degli equipaggiamenti in servizio in India sono di fabbricazione russa) non riescono più a consegnare materiali e pezzi di ricambio. Nel 2024 il bilancio militare indiano aumenterà del 4,7 per cento, raggiungendo così i 68 miliardi di euro, cioè l’1,9 per cento del pil. New Delhi intende al tempo stesso modernizzare gli equipaggiamenti e rafforzare l’industria della difesa, che per il momento non riesce a soddisfare più del 30 per cento del fabbisogno.

L’India è la seconda importatrice di armi al mondo e ha comprato dalla Francia 36 aerei Rafale, consegnati nel 2020 e nel 2022, e sei sottomarini di classe Scorpène nel 2005, realizzati nel cantiere navale di Mumbai. Parigi spera ancora di poter finalizzare la vendita di 26 nuovi aerei da combattimento e di altri tre sottomarini. Dagli Stati Uniti invece l’India ha comprato una trentina di droni da combattimento per un valore stimato di quasi 3,7 miliardi di euro.

Le ambizioni del primo ministro indiano Narendra Modi coincidono con la volontà degli occidentali di rafforzare la loro presenza nell’Indo-Pacifico. Come sottolineato da Laxman Kumar Behera, docente all’università Jawaharlal Nehru, “nonostante il Partito comunista cinese (Pcc) si stia concentrando su quella che definisce la ‘riunificazione’ di Taiwan, le sue sempre più numerose incursioni nell’oceano Indiano, considerato da molti il cortile di casa di New Delhi, hanno messo la marina indiana in una situazione difficile. Questa dovrà cercare di rafforzare la collaborazione con altre forze navali che condividono le sue stesse idee per contenere l’influenza cinese, in particolare a ovest dello stretto di Malacca”.

Canberra prevede una flotta di 26 navi da guerra, quindici in più di quelle che ha oggi

Tokyo abbandona il pacifismo

Corea del Sud e Giappone hanno a loro volta avviato un importante processo di modernizzazione e sviluppo dei loro strumenti militari per far fronte alle crescenti minacce cinesi, ma anche nordcoreane o russe. “La possibilità che la Russia aiuti in modo più diretto i programmi della Corea del Nord, come quello dei missili balistici intercontinentali o dei sottomarini nucleari, è molto preoccupante”, osserva Christopher Johnstone, specialista di Asia al Centro per gli studi strategici e internazionali (Csis), con sede a Washington.

Tokyo e Seoul devono inoltre rispondere alle esortazioni di Washington, che nei due paesi mantiene in tutto 80mila militari ma vorrebbe che i suoi alleati regionali si occupassero di più di questioni legate alla sicurezza. Sarà questa la principale posta in gioco nella visita di stato negli Stati Uniti del primo ministro giapponese Fumio Kishida, prevista per il 10 aprile. All’inizio di marzo il Giappone si è detto interessato a un “partenariato tecnico” con l’Aukus.

Tra i diversi punti di scontro tra Tokyo e Pechino, la disputa territoriale per le isole Senkaku (in cinese Diaoyu) nel mar Cinese orientale costringe regolarmente l’esercito giapponese a intervenire. Tra aprile e dicembre del 2023 i caccia di Tokyo sono decollati 555 volte per rispondere a una minacciosa presenza di aerei e navi cinesi. D’altro canto Pechino moltiplica le manovre con la Russia, impegnata in una controversia con il Giappone sullo status delle isole a sud dell’arcipelago delle Curili. Una flotta sinorussa ha varcato nel 2021 lo stretto di Tsugaru, tra l’isola giapponese di Honshu e quella di Hokkaidō, nel nord, e lo stretto di Osumi, a sudovest del Giappone.

In questo contesto di tensioni, e con l’obiettivo di rafforzare la difesa delle sue isole sudoccidentali (a partire dall’arcipelago di Okinawa, vicino a Taiwan, dov’è stanziato il grosso delle forze statunitensi in Giappone), Tokyo aveva annunciato a dicembre del 2022 una nuova dottrina per dotare l’esercito di “capacità di contrattacco”. Il testo sanciva l’abbandono della rigida posizione pacifista adottata con la costituzione del 1947, in cui si affermava la rinuncia del Giappone alla guerra. Lo sviluppo attuale è considerato conseguenza diretta del conflitto in Ucraina.

“Dal 2022 il primo ministro Kishida si è detto che l’Ucraina di oggi potrebbe essere l’Asia orientale di domani”, osserva Christopher Johnstone. “Mentre nel 2014, dopo l’invasione russa della Crimea, il Giappone non era in prima fila tra le potenze del G7 che volevano rispondere a Mosca, oggi è uno dei principali fautori di questa linea”. Il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol e il primo ministro giapponese hanno partecipato nel 2023 a un vertice della Nato a Vilnius, e l’Alleanza atlantica ha evocato l’eventualità di aprire una sede a Tokyo. Iniziativa che Parigi, insieme ad altri paesi asiatici come Singapore, non vede di buon occhio.

Nel frattempo Kishida ha promesso di portare entro il 2027 dall’1 al 2 per cento del pil il bilancio della difesa del Giappone. Nel 2024 aumenterà del 16,5 per cento, raggiungendo i 49 miliardi di euro. Questi impegni non piacciono alla popolazione, molto affezionata alla clausola pacifista della costituzione, e si scontrano con la necessità di modificare “l’approccio e la mentalità del governo in materia di politiche di difesa”, come ha osservato Nozomu Yoshitomi, specialista in gestione dei rischi all’università Nihon.

Seoul tentata dal nucleare

Dalla fine della guerra di Corea (1950-1953) Seoul ha dovuto affrontare l’ostilità di Pyongyang e ha mantenuto un esercito potente. L’intensificarsi dei lanci di missili e gli sviluppi nucleari della Corea del Nord incoraggiano il sud a continuare ad armarsi. Il leader nordcoreano Kim Jong-un del resto nel dicembre 2023 ha definito la Corea del Sud “il nemico principale”.

Sostenitore di una politica di fermezza verso Pyongyang, il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol, eletto nel 2022, ha ottenuto un incremento del 4,5 per cento del bilancio per la difesa nel 2024, che raggiungerà i 41,2 miliardi di euro, cioè il 2,8 del pil. La strategia si è evoluta. Nel 2022 il Libro bianco sudcoreano sulla difesa individuava un sistema a tre assi che comprendeva attacchi preventivi contro le installazioni nucleari e i missili nordcoreani ai primi segnali di attività, la creazione di un sistema di difesa aerea e antimissile e l’infiltrazione di forze speciali per eliminare i dirigenti nordcoreani. Una postura molto aggressiva, ma, come ricorda il ricercatore Cho Sungmin dell’Asia-Pacific center for security studies (Apcss), “la Corea del Sud di trova nella condizione rara di stato non nucleare che deve far affidamento su capacità militari convenzionali per dissuadere un avversario dotato di armi nucleari”.

La marina militare cinese preoccupa diversi paesi, ma l’India teme soprattutto la sua fanteria

Le dichiarazioni a favore dello sviluppo di un arsenale atomico di Seoul – un’idea respinta da Washington, che ha collocato la Corea del Sud sotto il suo ombrello nucleare – sono d’altro canto sempre più frequenti. “È possibile che il nostro paese introduca armi nucleari tattiche o che le fabbrichi internamente”, ha dichiarato Yoon Suk-yeol l’11 gennaio 2023. “Date le nostre capacità scientifiche e tecnologiche, potremmo averle in poco tempo”.

L’Australia, un’isola continente tra l’oceano Pacifico e l’oceano Indiano, ha fatto il grande passo del nucleare. Secondo le autorità, oggi il paese ha di fronte la “prospettiva di un grande conflitto nella regione che minaccia direttamente i suoi interessi nazionali”, a causa delle rivalità tra grandi potenze. Secondo Euan Graham, dell’Australian strategic policy institute, “l’equilibrio delle forze si è evoluto a favore della Cina. Quindi il solo mezzo per garantire la pace consiste nel ristabilirlo. È perciò necessario che diversi paesi si facciano carico di azioni di dissuasione convenzionali in modo da far aumentare i costi e i rischi per la Cina di qualunque avventurismo in campo militare”.

Grazie all’Aukus, Canberra comprerà almeno tre sottomarini a propulsione nucleare statunitensi all’inizio degli anni trenta del duemila. In un secondo momento i tre paesi dell’alleanza coopereranno per fabbricare una nuova generazione di sommergibili d’attacco. Lo studio del governo sulla “flotta da combattimento di superficie a letalità migliorata” pubblicato il 20 febbraio prevede una flotta di 26 navi da guerra, quindici in più di quelle attualmente in possesso delle forze armate australiane. Un numero mai raggiunto dopo la fine della seconda guerra mondiale. Con questa spesa, del valore stimato di 6,5 miliardi di euro in dieci anni, si prevede che il bilancio australiano per la difesa raggiungerà il 2,4 per cento del pil negli anni trenta.

Diverse imbarcazioni saranno armate con missili statunitensi Tomahawk, in grado di colpire lontano e in profondità. Canberra è preoccupata per l’attivismo di Pechino nel mar Cinese meridionale, ma è soprattutto la situazione nel sud del Pacifico a destare allarme. Ad aprile del 2022 il patto sulla sicurezza siglato tra Pechino e le isole Salomon ha rischiato di sfociare in un accordo su scala regionale che avrebbe danneggiato Australia e Stati Uniti.

Negli anni quaranta del novecento gli Stati Uniti avevano concepito l’idea di “catene di isole” nel Pacifico, per contenere la Cina e l’Unione Sovietica. La prima è composta da Taiwan, Giappone e Filippine. La seconda, più a est, comprende i piccoli stati del Pacifico. La terza, ancora più a est, ingloba le Hawaii e la Nuova Zelanda. Una strategia regolarmente denunciata da Pechino e che oggi la Cina ha i mezzi per contrastare. Il riarmo dell’Indo-Pacifico è cominciato. ◆ gim

Questo articolo è stato scritto da Isabelle Dellerba, Sophie Landrin, Frédéric Lemaître, Simon Leplâtre, Philippe Mesmer, Brice Pedroletti e Harold Thibault.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1557 di Internazionale, a pagina 75. Compra questo numero | Abbonati