Entrare nell’enorme retrospettiva di Tracey Emin alla Tate modern è come imbattersi in qualcosa di dolorosamente intimo. Emin ha plasmato una generazione, ha scioccato il paese e ha cambiato il corso dell’arte contemporanea. Fin dai primi anni novanta ha creato opere così crude, viscerali ed emotivamente oneste, da costringerti a provare quello che prova lei. Ha esibito il sesso, la droga e l’alcol, successi ed eccessi. Nel video brutale e straziante Why I never became a dancer (1995), Tracey racconta di aver lasciato la scuola a 13 anni, di aver fatto sesso umiliante e violento con uomini più grandi, di aver vagato per Margate vestita da ragazzo mentre le gridavano “sgualdrina”, ma riesce a trasformare questo dolore in qualcosa di gioioso. Un aborto diventa il suo suicidio emotivo, un momento epocale che le ha cambiato la vita: ha distrutto tutti i dipinti, si è chiusa in uno studio per tre settimane e mezzo e ha ricominciato da zero. Quello studio è stato riprodotto, ricoperto di dipinti scarabocchiati, pieno di lattine vuote e biancheria sporca.
The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati