A pochi giorni dal calcio d’inizio dei Mondiali 2026, l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, 34 anni, si è visto rifiutare l’ingresso sul territorio statunitense, senza che le autorità si siano preoccupate di dare una spiegazione per l’umiliazione inflitta al calcio africano. Una cosa è sicura: i motivi dell’espulsione non sono sportivi. Le competenze dell’arbitro non sono mai state messe in discussione. Artan ha ricevuto grandi elogi in occasione di appuntamenti importanti come la Coppa d’Africa, nel 2025 è stato addirittura nominato miglior arbitro dell’anno dalla Confederazione africana di calcio. Quindi non è un caso che la Federazione internazionale del calcio (Fifa) lo abbia selezionato insieme a una ventina di arbitri africani per partecipare al torneo che si svolge negli Stati Uniti, in Canada e in Messico.

La verità è che l’arbitro somalo è vittima del disprezzo che Donald Trump nutre nei confronti della Somalia, definita un paese “marcio” dal presidente statunitense. Ai cittadini somali, come a quelli di molti altri stati, è vietato viaggiare negli Stati Uniti. E così Artan, proprio mentre si preparava a essere il primo arbitro del suo paese a partecipare a una Coppa del mondo, ha visto il suo sogno trasformarsi in un incubo.

Non è un caso isolato. Prima di lui era toccato al fotografo ufficiale della nazionale irachena, rispedito a casa dopo essere stato interrogato per ore dagli agenti della dogana. Anche la squadra del Senegal ha dovuto sottoporsi a perquisizioni prolungate in aeroporto. Alla selezione iraniana è stato addirittura vietato di soggiornare sul territorio statunitense, ed è stata costretta a trovare un’alternativa in Messico. Possiamo immaginare cosa tocchi ai tifosi che viaggiano per sostenere la loro nazionale. Questa marcatura a uomo su alcune delegazioni è inaccettabile. Agendo in questo modo, il presidente-miliardario calpesta i valori fondamentali del calcio, che promette unità e non divisione tra i popoli.

E nessuno sembra volerlo arginare. La Fifa ha mostrato tutta la sua impotenza di fronte al presidente statunitense, unico padrone del gioco ed evidentemente determinato a farci vivere una delle peggiori edizioni nella storia di questa competizione. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati