A soli tre anni da Hackney diamonds i Rolling Stones tornano con un nuovo album, ancora prodotto da Andrew Watt e in uscita il 10 luglio. Una scelta che potrebbe far storcere il naso a chi rimpiange le lunghe pause tra un disco e l’altro o guarda con sospetto al produttore statunitense. Eppure il risultato è convincente: Foreign tongues è energico e vario. Alterna il rock più ruvido a momenti di riflessione senza tradire l’identità della band. Brani come Rough and twisted mettono in primo piano il classico dialogo tra le chitarre di Keith Richards e Ronnie Wood, mentre In the stars richiama le atmosfere apocalittiche di Gimme shelter. Tra i momenti migliori c’è Ringing hollow, ballata country venata di malinconia, con Mick Jagger che attraversa l’immaginario statunitense facendo il bilancio di una vita. L’album, però, è appesantito da un eccesso di ospiti. Steve Winwood, Robert Smith e Bruno Mars sono presenti ma quasi impercettibili, più funzionali alla promozione che al suono. Alcuni pezzi, come Mr Charm e Hit me in the head, risultano fin troppo aggressivi, mentre Never wanna lose you cerca una svolta pop-disco. A fare la differenza sono invece i momenti più essenziali: la voce fragile di Richards in Some of us e l’organo di Benmont Tench in Back in your life, dove anche l’assolo di Ronnie Wood dimostra che i Rolling Stones sanno ancora emozionare senza rincorrere il volume alto a tutti i costi.
Danny Eccleston,
Mojo
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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati