Con Encabanée, Sauvagines e Bivouac, una trilogia ambientata nei boschi del Kamouraska, il pubblico ha scoperto la scrittura di Gabrielle Filteau-Chiba, attraversata da un sommesso senso di rivolta ambientalista. Nelle Riforestatrici la scrittrice esplora nuovi territori, ma il messaggio non cambia: per salvare il pianeta (e noi stessi) non possiamo più ignorare che l’essere umano fa parte di qualcosa di più grande, di un ecosistema di cui potrebbe essere il custode benevolo. È bello, ma anche terribile, perché nel futuro fin troppo prossimo del romanzo gli esseri umani hanno chiaramente fallito. A Sainte-Foy, Thalie, quindici anni, vive circondata dalle mura della città da cui nessuno può uscire senza autorizzazione; gli alberi sono stati sostituiti da sensori di CO2 e i droni sorvegliano ogni movimento. Al di là del muro ci sono devastazione, anarchia e pericolo. Almeno, così si dice. Ogni primavera sua madre Sandrine parte in missione per riforestare il nord. Questa volta Thalie può accompagnarla e scopre una comunità di infaticabili piantatrici di alberi che, lontano dalla civiltà, ha creato una vera sorellanza e un legame intimo con la natura che cerca di riportare in vita. La femminilità diventa la depositaria di saperi ancestrali, custode di Gaia. Con abilità, nel finale Filteau-Chiba cambia narratrice, abbandonando il racconto di formazione per aprire una nuova prospettiva, mentre cresce la suspense ed emergono le radici profonde che legano tutti i personaggi.
Iris Gagnon-Paradis, La Presse

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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati