Il dolore è il principale catalizzatore del nuovo album del quartetto irlandese, ma non suona mai come un lamento, bensì come un gruppo di persone che sfoga la propria rabbia in una stanza. Il lutto è il collante per questi musicisti, che con un post-punk industrial negli ultimi anni si sono distinti tra molte altre band anglosassoni che fanno uso dello sprechgesang, emergendo all’attenzione con il disco del 2o22 Most normal. Hanno preso un genere abusato fino alla banalità e l’hanno rivitalizzato con un’urgenza bestiale, alzando i livelli di distorsione. Pugnello prosegue il lavoro nella cura di un suono di alta qualità crudo e caustico, grazie all’uso del Perkins HD-01, una macchina che unisce drum machine e sintetizzatore; è come se Trent Reznor e James Murphy si ritrovassero in studio dopo avere ascoltato i Mandy, Indiana. I Gilla Band rivelano quanto la pena per una perdita possa essere viscerale; il cantante Dara Kiely attraversa i suoi incubi in un flusso di coscienza, come farebbe la signora Dalloway se non fosse frenata dai vincoli domestici. Dare sfogo ai propri sentimenti e metterli tutti a nudo nella loro grottesca necessità è la vera ragion d’essere di Pugnello: un disco brutale ma ipnotico, un capolavoro nel tirare fuori della bellezza dalla bruttezza.
Grant Sharples, Paste
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati