Le edizioni deluxe degli album di Taylor Swift hanno spesso arricchito i lavori originali, ma The life of a showgirl: the encore, che presenta quattro nuovi brani, no. Rimanendo fedelmente in linea con il tono altezzoso e il panorama sonoro vacuo dell’originale, i pezzi inediti aggiungono molto poco a un progetto che già aveva ben poco da dire. Nel pezzo Patient zero Swift accompagna la nuova compagna di un suo ex fidanzato attraverso una dolorosa separazione. Tra beat trip-hop e violini, però, il brano appare troppo serioso e fa venire in mente melodie già sentite. Cleveland! è ancora più debole: pianoforte e suoni di campanelle introducono l’ennesima risposta ai detrattori, mentre Swift celebra l’amore per il marito Travis Kelce come prova definitiva contro chi la critica. Più interessante Pink clouding, che usa il linguaggio della dipendenza per raccontare i rimorsi dopo la fine di una relazione. L’idea funziona ma la produzione di Max Martin e Shellback, carica di percussioni ed effetti vocali, soffoca l’emotività del testo. Chiude Babylon, nostalgica riflessione sul passato che ricorda Evermore. È il pezzo più riuscito per scrittura e vulnerabilità, ma la produzione synth-country troppo patinata ne limita l’impatto. Nel complesso The life of a showgirl: the encore non amplia davvero l’universo del disco originale. Anzi, ne mette soprattutto in evidenza i limiti.
Michael Savio, Slant
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati