Questo disco presenta un accoppiamento molto interessante. Nel quintetto op. 115 Brahms sfrutta in maniera geniale il contrasto tra il timbro degli archi e quello del clarinetto. Venticinque anni dopo il quintetto op. 146 di Max Reger si dimostra all’altezza del suo predecessore, che gli era servito da modello sia nelle proporzioni del pezzo sia nel lirismo tranquillo, e trova quella purezza del linguaggio che aveva cercato a lungo. Ma l’evoluzione dell’armonia, nel momento tra fine del romanticismo e l’arrivo della modernità del novecento, non sfugge a Reger, che firma qui il suo capolavoro più perfetto. Il clarinettista britannico Michael Collins propone una lettura delle due opere immersa nella tenerezza e ombreggiata di nostalgia, con una tavolozza molto lontana dalle tenebre degli interpreti di scuola tedesca come Karl Leister, che ce ne ha lasciato due importanti registrazioni. È una bella scelta estetica, perfettamente condivisa dal quartetto Escher.
Jean-Claude Hulot, Diapason

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati