I Protomartyr sono sempre stati vicini all’assurdo, al terribile e all’apocalittico, ma Hotel Usona è il loro primo album che davvero incarna questi temi. Gli Stati Uniti sono raffigurati come un vecchio hotel, una topaia dove nessuno fa le riparazioni. Il cantante Joe Casey ci dice che siamo tutti ospiti di questo posto fatiscente, troppo abituati ai comfort di un impero in sfacelo per andarcene. Per raccontare le atmosfere dell’album vengono in mente grida e distorsioni tipiche del noise, anche se non è così: qualcosa di quel genere c’è, ma per lo più Hotel Usona è un lavoro contemplativo e seducente. Collaborando con il leggendario produttore Dave Fridmann, ex bassista dei Mercury Rev, la band di Detroit ha arricchito il suo suono, espandendolo; è più sciolto e fluido e apre la strada a composizioni suggestive. Parte di quest’atmosfera deriva proprio dagli strumenti aggiuntivi, tra cui spicca il sassofono. Non fraintendetemi: se Hotel Usonia è il miglior disco del gruppo degli ultimi dieci anni non è tutto merito della produzione, ma anche di come gli arrangiamenti interagiscono con l’evoluzione della scrittura della band. Sotto le luci soffuse dell’hotel, il lirismo di Casey appare inquietante e alieno come mai prima d’ora. La sua poesia sembra più spettrale che concreta: meno storie, più messaggi, come i segnali di allarme che abbiamo ignorato, mescolati alle paure che ci rifiutiamo di affrontare.
Devin Birse, The Line of Best Fit

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati