Il titolo contiene già tutta la tesi. Tinashe è diventata il simbolo di chi lascia una major per riprendere il controllo della propria carriera. Dopo 2 on nel 2014, Joyride è stato rinviato per anni ed è uscito nel 2018 ormai svuotato di senso. Nel 2019 la cantante ha lasciato la Rca e ha scelto l’indipendenza: sono arrivati Songs for you e 333. Nel 2024 Nasty, registrata in casa, le ha regalato il primo ingresso solista nella classifica statunitense. La strada indipendente aveva funzionato. Con Popstar, il suo ottavo album, torna a una major, la Atlantic. Il disco non celebra quel ritorno, ma ne esplora le contraddizioni. In Empty stadium Tinashe immagina di salire sul palco senza ricevere applausi; in The show must go on, invece, la parola popstar si deforma sopra applausi artificiali. Prima teme che nessuno la guardi, poi il rumore non smette più. Sedici pezzi, nessun ospite e circa 39 minuti di durata: Popstar è ambizioso, ma molte idee finiscono prima di svilupparsi. Eppure funziona come ritratto di un’artista che ha desiderato l’attenzione, l’ha persa, l’ha riconquistata ed è rientrata nel sistema. Non finge che sia semplice: la sentiamo mentre ci pensa ad alta voce, con le luci accese.
Mary Chiney, Beats per Minute

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati