Per molte ragioni note, le donne di tutto il mondo scelgono sempre più spesso di avere figli dopo i 35 anni e fino a oltre i 40. Hanno di fronte un grosso ostacolo: più l’età avanza, maggiore è la probabilità di errori genetici negli ovuli, che si traducono in meno gravidanze e più aborti spontanei.
La fecondazione in vitro (fivet) è stata a lungo l’unica soluzione disponibile, ma non è adatta allo scopo e può essere una scommessa costosa e straziante. A chi è in grado di sostenerne il peso economico, fisico ed emotivo si consiglia di provarci più volte possibile.
Le cose però potrebbero cambiare. Due start up europee, il cui obiettivo è aumentare la probabilità di procreare con trattamenti che migliorano la funzionalità degli ovuli, stanno approfondendo studi precedenti per capire perché, con l’aumento dell’età, il concepimento diventa così soggetto a errori. Individuando le molecole e i processi che danno vita a ovuli difettosi sperano di migliorare l’esito della fivet per le donne più mature.
Gli ovociti (ovuli immaturi) sono tra le cellule più vecchie del corpo, perché si formano già nel feto: la riserva ovarica di una donna raggiunge il massimo – nell’ordine dei milioni – quando è ancora nel grembo materno. Durante la pubertà scende a 300-400mila ovociti, e il calo prosegue ogni mese fino alla menopausa, quando la riserva è di fatto esaurita.
Con gli anni non diminuisce solo la quantità, ma anche la qualità. Gli ovociti più vecchi, infatti, hanno più probabilità di contenere un numero anomalo di cromosomi. Le cellule umane sane ne hanno 23 coppie. Via via che gli ovociti si sviluppano, ogni coppia viene unita e allineata per poi dividersi a metà, in modo che un corredo completo venga scartato. Negli ovuli maturi restano quindi 23 cromosomi singoli che si possono combinare con il numero corrispondente di uno spermatozoo. Se nel processo qualcosa va storto si può formare un ovulo aneuploide, che ha troppi cromosomi oppure troppo pochi.
L’aneuploidia è una delle cause principali di sterilità. Nelle donne tra i venti e i trent’anni più del 20 per cento degli ovociti ha un numero di cromosomi alterato, che sale al 50 per cento dopo i 40 anni. Al momento non esiste una soluzione.
Intorno al 2020 un team coordinato da Melina Schuh del Max Planck institute di Göttingen, in Germania, ha cominciato a mappare le cause molecolari dell’aneuploidia e ha notato che i livelli di coesina, la molecola che tiene insieme le coppie di cromosomi durante la maturazione dell’ovocita, diminuiscono con l’età alterando la cosiddetta danza dei cromosomi. Il team ha inoltre scoperto che la proteina Shugoshin 1 è fondamentale per impedire il declino della coesina e ridurre il rischio che gli ovociti diventino ovuli aneuploidi.
Errori dimezzati
Nel gennaio 2025 Schuh e Agata Zielinska hanno fondato la Ovo Labs per tradurre le scoperte in trattamenti. L’azienda sta sviluppando un farmaco a base di Shugoshin 1 che si può iniettare negli ovuli immaturi prima che intervenga l’aneuploidia. In laboratorio è stato iniettato negli ovuli di topo e poi in oltre cento ovuli umani donati dalle donne sottoposte a fivet.
I risultati iniziali sembrano promettenti. “Trattando l’ovulo con il farmaco si eliminano quasi del tutto i difetti cromosomici”, spiega Zielinska. Dagli ovuli fecondati trattati è nata una generazione di topi sani. Quando il team ha iniettato il farmaco negli ovociti ha scoperto che solo la metà sviluppava errori cromosomici rispetto al gruppo di controllo.
I dati della Ovo Labs e del laboratorio di Schuh mostrano che, dopo il trattamento, la percentuale di ovociti con un numero normale di cromosomi è più che raddoppiata nelle donne di 34-40 anni. Il 26 e il 28 ottobre Zielinska e il collaboratore Debojit Saha hanno presentato i risultati in attesa di revisione all’incontro annuale dell’American society for reproductive medicine. Se fossero confermati, Schuh ritiene che le donne potrebbero usufruire di “molti più” ovuli sani per la fivet.
Invece di replicare la Shugoshin 1, la start up U-Ploid biotechnologies, creata da due ex collaboratori di Schuh, ha sviluppato la molecola Lyvanta che rallenta la separasi, l’enzima che scindendo la Shugoshin 1 riduce la coesina e causa più aneuploidia.
Negli esperimenti sui topi, pubblicati nel 2025, la molecola ha ridotto l’incidenza dei difetti cromosomici nell’84 per cento degli ovuli. La U-Ploid la sta testando nelle cellule umane. In base ai risultati preliminari il trattamento ha quasi raddoppiato il numero di ovuli maturati con il numero normale di cromosomi. Secondo il team, il 66 per cento delle cellule non presentava errori cromosomici rispetto al 36 per cento degli ovuli non trattati.
La Ovo Labs sta esplorando altri due metodi per ridurre l’aneuploidia. Da un lato ha creato una coesina modificata per aiutare quella naturale a tenere insieme i cromosomi. I primi risultati saranno pubblicati il 5 novembre.
Dall’altro sta approfondendo studi preesistenti su come gli ovuli umani immaturi perdono i cromosomi in eccesso, processo in cui i microscopici fusi meiotici allineano i cromosomi nell’ovulo mentre si divide. La ricerca di Schuh ha dimostrato che negli ovuli umani, perfino nelle donne giovani, la struttura dei fusi è più instabile che in altri mammiferi. Questo potrebbe spiegare perché nelle ventenni un ovulo su cinque è aneuploide e perché gli aborti spontanei sono frequenti anche in quella fascia d’età.
Dai confronti con topi, mucche e scrofe è emerso che gli ovociti umani hanno livelli bassissimi della proteina Kifc-1, che stabilizza i fusi e che se reiniettata negli ovuli, riduce il rischio di aneuploidia.
Rita Vassena, dell’azienda statunitense CooperSurgical, definisce “incoraggianti” i dati preclinici delle due start up, ma avverte che le tecnologie “devono dimostrarsi sicure ed efficaci nel breve e nel lungo periodo”. Detto ciò, aggiunge, “risolvere il problema alla radice offrirebbe possibilità senza precedenti di ottenere trattamenti efficienti e abbordabili”.
Se uno di questi metodi superasse i test clinici la domanda sarebbe alta. Nel 2018 più del 40 per cento delle donne statunitensi che si affidava alle cure per la fertilità aveva superato i 38 anni. Nel Regno Unito una donna su sei che ha cominciato la fivet nel 2023 aveva 40 anni o più. I ricercatori della Ovo Labs e della U-Ploid sono costretti a declinare le richieste di donne che vorrebbero partecipare a studi clinici che non esistono ancora. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati