La sera prima Yulier P aveva bevuto troppe birre con un amico canadese. Ha aperto gli occhi e dal letto ha guardato il soffitto della camera. Aveva mal di testa. Quando alla fine ha messo i piedi per terra, anche se il suo corpo gli chiedeva da mangiare, non ha avuto la forza di andare in cucina a prepararsi qualcosa. Erano le otto di mattina di un giorno di agosto del 2017 all’Avana.

Arrivati all’incrocio tra l’avenida San Lázaro e calle Escobar, nel quartiere di San Leopoldo, Yulier P e il suo amico canadese sono entrati in un edificio che qualche giorno prima era crollato per problemi strutturali: un’ambientazione perfetta per l’arte di strada. Mentre cominciavano a disegnare sulle macerie, hanno sentito una macchina frenare alle loro spalle. Si sono girati e hanno visto una pattuglia della polizia. Dalla macchina sono scesi due agenti e si sono diretti verso di loro.

Alcuni secondi dopo un’altra macchina della polizia è arrivata sul posto e da tutti i balconi, le finestre e le porte attorno sono spuntate facce curiose che volevano assistere alla scena. Gli agenti hanno fatto salire Yulier P su una delle macchine e l’hanno portato alla stazione di polizia tra avenida Zanja e calle Dragones, teoricamente per aver violato gli articoli 243 e 339 del codice penale cubano, che classificano come reato “distruggere, danneggiare o rendere inutilizzabile un patrimonio nazionale, locale o di proprietà di altri”, punibile con sanzioni che vanno da una multa a una pena fra i tre mesi e i cinque anni di carcere. Il giovane canadese è stato rilasciato.

Era la prima volta che Yulier P entrava in una cella: dieci metri quadrati in cui c’erano quasi cinquanta persone. Erano tutti seduti per terra o su panche di cemento incassate nel muro e respiravano da una piccola finestra. Entrando, Yulier P ha chiesto permesso alle sagome di un paio di uomini che dormivano sdraiati a terra. Era un luogo in penombra, dove non si potevano vedere bene i volti delle persone.

Chissà da quante ore sono qui questi uomini che dormono e per quale ragione, si è chiesto, senza immaginare che sarebbe tornato in libertà solo 48 ore dopo. Ha riflettuto su dove sistemarsi: le possibilità erano poche.

Ha scelto uno degli angoli. Si è seduto tra un ragazzo arrestato per essere sceso fino alla barriera corallina del malecón (il lungomare dell’Avana) per fare un rito religioso di santería – e per questo accusato di disubbidienza, perché non si può fare il bagno sul malecón – e un uomo più in là con l’età che era stato fermato con alcune bottiglie d’olio in una cesta e accusato di vendita illegale. Poi ha visto il bagno e ha capito perché in quel posto c’era un odore così cattivo.

Dopo un po’, quando i suoi occhi si sono abituati alla penombra e le sagome di quei quasi cinquanta corpi sono diventate più definite, ha sentito un formicolio alle tempie e agli arti. “Mi sento male”, si è detto, prima di dirigersi verso l’ingresso della cella. Vedendo com’era conciato, i poliziotti l’hanno trasportato in macchina in ospedale, dove un dottore gli ha diagnosticato un’ipoglicemia: aveva bevuto troppo alcol la sera precedente senza mangiare niente per ore.

Il nuovo arrivato

Su indicazione del medico i poliziotti gli hanno permesso di comprarsi un panino e una lattina di cola fuori dal policlinico. Quando ha ripreso colore, l’hanno riportato in cella. Entrando, si è accorto che c’era un nuovo arrivato. Era il suo amico. Il pomeriggio di quello stesso giorno l’hanno rilasciato dietro pagamento di una multa di 300 pesos cubani, circa 13 dollari, per attentato al decoro urbano; lui invece la mattina dopo è stato trasferito nelle celle per il processo.

Ha scoperto che il suo caso era più serio di quello che pensava. Nella sua nuova cella c’erano altri tre uomini: uno era stato arrestato mentre vendeva droga, un altro era uno sfruttatore di prostitute e il terzo aveva accoltellato una persona in una rissa. All’ingresso il secondino ha guardato Yulier P e gli ha chiesto: “Perché sei dentro?”.

Un giorno hanno fatto irruzione a casa sua. Quando ha aperto la porta si è trovato di fronte un agente dei servizi di sicurezza e vari poliziotti

“Perché faccio graffiti”, ha risposto Yulier P. “Di sicuro è qualcosa di politico, sai bene che a Cuba non c’è libertà”, ha ribattuto la guardia, che aveva un’aria gentile. Yulier Rodríguez Pérez ha trent’anni. È nato a Florida, nella provincia di Camagüey. Quando aveva 13 anni i suoi genitori si trasferirono all’Avana. Nella capitale dell’isola c’era un ragazzo che viveva con la zia: era un cantante lirico dell’ensemble di musica antica Ars Longa, e durante un tour in Spagna aveva deciso di non tornare. Poi aveva fatto arrivare in Europa anche la madre. È stato così che Yulier P e i suoi hanno potuto occupare la loro casa.

Yulier voleva entrare all’accademia di belle arti San Alejandro. Per accedere bisogna superare diverse prove attitudinali: anche se non è mai riuscito a superarle, tutto quello che ha imparato mentre si preparava per i test d’ammissione ha modellato l’artista che è oggi.

La strada del talento

L’insuccesso non l’ha abbattuto. Yulier P aveva un obiettivo: dipingere. Nessun ostacolo lo avrebbe fermato. “Il talento si sviluppa da un’ossessione per l’arte. Tutti i bambini dipingono, ma alcuni sviluppano più di altri la capacità di costruire delle realtà alternative. È l’unica cosa che ho fatto in tutta la mia vita. Non ho mai creduto in nient’altro”, dice. Dato che non era entrato all’accademia, Yulier è tornato a Camagüey per iscriversi a una scuola per educatori artistici, dove ha resistito solo tre mesi. È scappato da quel posto, che aveva tutta l’aria di un istituto militare. La madre l’ha convinto a iscriversi a un istituto di ragioneria, e così ha fatto. Le lezioni erano su due turni, mattina e pomeriggio, ma lui andava a scuola solo la mattina: il pomeriggio dipingeva lenzuola e camicie vecchie e ammuffite che usava come tele. Ha deciso di fare il secondo anno di studio all’Avana ed è tornato nella capitale.

Un giorno, passeggiando per il quartiere dell’Habana Vieja, si è imbattuto nel progetto comunitario José Martí, dove pittori autodidatti esponevano le loro opere. Da quel momento ha cominciato a frequentare quel posto. Arrivava, si sedeva e da lontano guardava le opere ascoltando quegli uomini, che parlavano quasi sempre sotto l’effetto dell’alcol. Poi se ne andava senza salutare. Il responsabile del progetto l’ha ribattezzato “Johnny Mistero”. Poco dopo, a sedici anni, ha venduto il suo primo quadro a quindici dollari. Nel 2014 un artista di strada francese è passato dalla sede del progetto comunitario ed è rimasto colpito dalle opere di quei pittori autodidatti nel laboratorio-galleria. Ha conosciuto Yulier P e gli ha proposto di uscire per strada a dipingere insieme, una possibilità a cui Yulier non aveva mai pensato.

Il primo graffito

Quella sera stessa sono andati verso Guanabo, una spiaggia a est dell’Avana. Avevano le torce e gli zaini pieni di lattine di vernice e pennelli. Si sono fermati davanti a un club abbandonato di tre piani e lì Yulier P ha disegnato il suo primo graffito. Un disegno piccolo, perché alla fine si sono messi a bere e hanno perso lo slancio iniziale.

Da quel momento ha cominciato a interessarsi alla street art. Ha conosciuto il writer Five Stars, che gli ha insegnato a uscire per strada senza nascondersi per dipingere muri pubblici. “La gente pensa che l’arte di strada significhi solo dipingere per strada, ma si sbaglia: è una vera e propria cultura”, dice Yulier P. Nel 2014 il regime cubano non sapeva ancora molto del movimento della street art. Gli occhi del regime erano puntati sulla ripresa delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Per questo, quando la polizia passava per strada e vedeva i ragazzi che dipingevano i muri, gli sembrava un gesto nobile.

Per gli street artist l’isola era diventata un paradiso, soprattutto l’Avana. Diversi angoli della città hanno dismesso la loro immagine vecchia a favore di murales e colori luminosi. Yulier P ha fatto più di duecento graffiti nella capitale.

“A livello concettuale il mio punto di riferimento è Banksy. Ci sono opere in cui cerco d’inserire una composizione barocca o rinascimentale a partire dai colori, per poi legarle all’espressionismo o all’arte moderna. Un altro riferimento è il pittore Oswaldo Guayasamín, per il modo in cui sa cogliere il dolore. A Cuba vogliono farci credere che la politica è estranea alla società, che riguarda solo i politici. Invece è il risultato delle decisioni delle persone, e l’arte è la cosa più politica di tutte”.

Biografia

1990 Nasce a Florida, nella provincia di Camagüey, a Cuba.

2003 Si trasferisce all’Avana con la famiglia.

2014 Disegna il suo primo graffito.

2016 Viene arrestato per la prima volta.

2020 Realizza un’opera per esprimere sostegno al movimento San Isidro, che protesta contro l’arresto del rapper Denis Solís e contro la censura del regime.


Colori diversi

La firma di Yulier P ha guadagnato visibilità nel 2016, quando alcuni mezzi d’informazione indipendenti e agenzie straniere presenti a Cuba hanno cominciato a parlare dell’impatto delle sue opere all’interno di una generazione di street artist che stava sostituendo le immagini dell’avanguardia cubana.

Un pomeriggio era nel suo laboratorio quando gli è arrivata una citazione della polizia per un interrogatorio. Durante l’incontro gli agenti l’hanno accusato di essere un oppositore e di prendere soldi dalle agenzie federali statunitensi per sovvertire l’ordine interno del paese. Hanno minacciato di sbatterlo in prigione se non avesse smesso di dipingere per strada.

È stata la prima avvisaglia di una lunga persecuzione. L’hanno braccato al punto da fare pressione alle sue spalle sui proprietari del progetto comunitario, che l’hanno espulso senza motivo. Hanno eseguito l’ordine dimenticando i dieci anni che Yulier P aveva passato con loro. “Nessuno di loro si è più fatto sentire”, racconta.

Un anno dopo ha affittato uno spazio all’Habana vieja perché aveva bisogno di lavorare. Anche da lì se n’è dovuto andare, perché i servizi di sicurezza hanno fatto sapere alla proprietaria della casa che non poteva ospitare un controrivoluzionario.

Quella situazione l’ha depresso. L’impossibilità di dedicarsi all’arte l’ha fatto sprofondare nella disperazione. Un giorno hanno fatto irruzione a casa sua. Hanno bussato alla porta, e quando lui ha aperto si è trovato davanti un agente della sicurezza e vari poliziotti. “Devi venire con noi”, gli hanno detto.

Lui si è rifiutato. Allora l’hanno portato via con la forza. Alcune settimane dopo l’hanno arrestato perché aveva cercato di dipingere sulle macerie tra avenida San Lázaro e calle Escobar. Dopo avergli fatto passare due giorni dietro le sbarre, l’hanno obbligato a firmare un documento per rimetterlo in libertà. Ha accettato la proposta, firmando il documento in cui dichiarava di essere pronto a cancellare nel giro di una settimana tutti i suoi duecento graffiti al’Avana, e che non ne avrebbe dipinto più neanche uno su muri pubblici.

Una settimana dopo i graffiti di Yulier P erano ancora intatti. Aveva deciso di ignorare quel documento. “Un impegno non è legge”, dice. Comunque sia, sa bene che non può più dipingere in strada, perché sarebbe il pretesto perfetto per accusarlo di violazione del codice penale e sbatterlo in prigione.

Per sfuggire alla censura del regime cubano è nato il progetto Regalos. Un paio d’anni prima, Yulier P aveva esposto alla galleria del quartiere di Villa Panamericana alcune pietre raccolte dagli edifici crollati su cui aveva dipinto. La galleria si trova nella zona est della città, molto lontano da casa sua, e le pietre erano così grandi che alla fine dell’esposizione non è riuscito a riportarle indietro. Allora ha deciso di lasciarle in un parco come regalo per la comunità.

“Ho pensato che poteva essere una forma alternativa di resistenza. Concettualmente l’opera acquista una connotazione più forte, perché stiamo parlando di macerie. L’Avana è una città in decadenza. Io propongo un’arte che rappresenta questa idea, e nessuno mi può incriminare perché dipingo pietre”, dice. “Regalos mi permette di continuare a fare street art, ma da casa. Sono pietre che raccolgo dagli edifici in rovina, che dipingo e lascio nelle strade. Non hanno la visibilità che può avere un graffito, devono essere accompagnate da un messaggio scritto. Qualcuno se le può portare via e la cosa finisce lì”.

Lo spray è il nemico

Yulier P dipinge anime. Esseri asessuati, con le occhiaie, traumatizzati. I suoi graffitti sono uno specchio della dura realtà dei cubani. Quando t’imbatti in una delle sue opere ti colpisce subito. Non c’è modo di sfuggire al vortice di sensazioni che provocano. È come fermarsi davanti a una pozzanghera d’acqua sporca per lasciarci cadere una pietra, e guardare il riflesso della nostra figura che riprende la sua forma: si torna con la mente ai momenti tristi della vita. Yulier P spreme tutte le sofferenze di quest’isola e le stende al sole.

Una delle sue ultime opere è Ciudad Corona. Dopo mesi di confinamento, con un caldo terribile si è addentrato in un terreno abbandonato del quartiere di Luyano e ha trasformato le mura scalcinate in murales, violando il documento che aveva firmato: “Ciudad Corona è la morte, l’impazienza, vivere sprangati in casa, senza cibo, senza soldi, con il governo che aumenta la repressione. Il regime che incarcera innocenti perché camminano senza mascherina, perché vendono dieci pacchetti di pasta. Ho vomitato questa frustrazione e l’ho esposta sui muri”.

Oggi a Cuba non ci sono graffitari per strada. Molti sono stati minacciati dai servizi di sicurezza con il carcere, la loro morte o quella dei familiari. I muri del paese, dopo un paio d’anni in cui si sono goduti la novità dello spray e della pittura fresca grazie a una generazione che ha ritratto la vita di un paese in decadenza, sono tornati monopolio degli slogan rivoluzionari. Il regime cubano ha visto un nemico negli spray e ha deciso di toglierli di mezzo, come tutto quello che gli fa tremare la terra sotto i piedi. ◆ fr

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Questo articolo è uscito sul numero 1388 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati