Noi venezuelani pensiamo che l’improvvisazione sia un metodo. Forse questo può spiegare l’inspiegabile: la rivolta fallita del 30 aprile contro uno stato fallito. La mancanza d’informazioni e la scarsa credibilità dei protagonisti rendono impossibile per il comune cittadino avvicinarsi alla verità. Più che dati certi, abbondano le speculazioni. Come se, invece di analizzare la realtà, si potesse solo immaginarla. Questa opacità è indubbiamente un altro sintomo del profondo logoramento istituzionale del Venezuela. Ma quello che è successo dimostra anche, ancora una volta, che il vuoto istituzionale non può essere riempito dalla violenza. È un altro promemoria del fatto che la democrazia non si legittima con i fucili, ma con i voti.

All’alba del 30 aprile, a Caracas, il leader dell’opposizione Juan Guaidó, che alla fine di gennaio si è proclamato presidente ad interim del paese, ha annunciato sui social network la “destituzione definitiva del governo usurpatore” e la partecipazione dei militari alla cosiddetta Operazione libertà. Era circondato da soldati e dietro di lui, in prima fila, c’era Leopoldo López, un noto prigioniero politico del governo chavista che si trovava agli arresti domiciliari. Il fatto che López fosse lì, libero, in mezzo ai soldati, sembrava una parte fondamentale della notizia.

Durante il suo discorso, a volte Guaidó ha parlato al passato, come se le cose importanti fossero già successe. Le immagini trasmesse subito dopo hanno aumentato la sensazione di caos. Non sembrava che si trovasse in una base militare, non c’erano alti ufficiali a metterci la faccia o a prendersi la responsabilità della ribellione e non sono arrivate informazioni su sollevamenti militari in altre regioni del paese.

Nel giro di poco tempo la trasmissione è diventata uno spettacolo sempre più misero: si vedeva López che sorrideva e abbracciava qualche amico, come per festeggiare qualcosa che nessuno riusciva a capire. L’epico scenario dell’alba si è trasformato in uno spazio incomprensibile, senza portavoce disposti a rilasciare dichiarazioni. La cosiddetta Operazione libertà non sembrava neanche un’operazione.

Scommettere sul vincitore

Eppure l’assenza delle figure più importanti del governo ha fatto pensare che qualcosa stesse succedendo. Nicolás Maduro non si vedeva. Il silenzio alimenta le ipotesi di cospirazione e il 30 aprile nessuno ha detto niente di definitivo. Qualche ministro ha denunciato un tentativo di destabilizzazione fatto dall’opposizione, ma niente di più. I discorsi articolati sono arrivati nei giorni successivi, quando il panorama ha cominciato a chiarirsi. Ma durante la giornata più cruciale la maggior parte dei protagonisti è rimasta in silenzio. In sospeso. In attesa.

Neanche gli altri esponenti dell’opposizione si sono manifestati, né la comunità internazionale, i funzionari di governo e i vertici militari. Si può pensare che tutti stessero facendo i loro calcoli. In una situazione limite si sono sentiti obbligati ad aspettare per capire da che parte si sarebbe inclinata la bilancia. Tutti volevano avere la certezza di scommettere sul vincitore.

Da sapere
Il petrolio non basta
Produzione di greggio in Venezuela, milioni di barili al giorno (fonte: bloomberg)

A questa assenza dei vertici bisogna aggiungere la censura ufficiale che controlla i mezzi d’informazione e blocca social network e siti internet. Noi cittadini siamo obbligati ad accettare che le voci siano l’unico modo di conoscere e interpretare la realtà. Le voci dicono che Leopoldo López e Juan Guaidó hanno agito da soli, tradendo il resto dell’opposizione. Che esisteva un piano concordato con i vertici militari per forzare l’uscita di scena istituzionale di Maduro, ma che i russi sono intervenuti prima e l’hanno impedito. Che c’era una cospirazione, ma alla fine tutto è stato mandato a monte dalla smania di protagonismo di Leopoldo López. Che c’era un accordo tra il dipartimento di stato americano e i dirigenti vicini a Maduro. Che i cubani hanno proibito ai militari di tradire la rivoluzione. Le voci parlano della Russia, dei cinesi, di Donald Trump. Dicono che tutto può essere una bugia e tutto può essere la verità. Dicono che non è mai successo niente e che c’è stato quasi un colpo di stato, che l’Operazione libertà prosegue, ma in un altro modo. Continueremo a informarvi.

Come per una rivincita infantile, due giorni dopo, sempre all’alba, Nicolás Maduro è apparso in un programma trasmesso a reti unificate, circondato dai vertici militari che gli giuravano lealtà. Era la sua risposta all’appello ribelle di Guaidó. Ma sembrava un messaggio rivolto soprattutto alla stessa istituzione militare.

Da un primo bilancio dei fatti nessuno ne esce bene, né i dirigenti dell’opposizione né il governo. Neanche i leader internazionali. Sembrano un’élite oscillante che s’incolpa a vicenda, senza troppe argomentazioni o lucidità. C’è un eccesso di parole roboanti. Gli appelli alla libertà, alla patria e alla sovranità sembrano fatui. L’improvvisazione non serve per governare. Il chavismo lo ha dimostrato: dopo vent’anni al potere ha ottenuto il record di corruzione e la distruzione totale del paese. Ma dall’altra parte succede lo stesso: l’improvvisazione non serve a rovesciare le dittature.

Il Venezuela è sempre più debole, anche come notizia. I fatti di questi giorni lo dimostrano. C’è un esaurimento generalizzato che è sempre più contagioso e la fragilità di tutti i poteri è sempre più grande. È ovvio che Maduro non può fidarsi di chi lo circonda e che l’opposizione non è compatta. Nessuna delle due parti ha la capacità di sconfiggere e sottomettere l’altra: il chavismo non può governare e l’opposizione non è in grado di rompere l’unità delle forze armate. I cubani non se ne andranno volontariamente dal paese e Trump non lo invaderà militarmente. Noi venezuelani siamo condannati a negoziare. Il problema è come, con chi e a quali condizioni.

Di fronte a una crisi economica gravissima, anche le decisioni politiche sono costose e determinanti. Non è il momento di improvvisare, ma di progettare e concordare una via d’uscita istituzionale. Gli ultimi avvenimenti, ancora una volta, hanno reso evidente che la violenza, di qualsiasi parte, non può essere una vera via d’uscita. E fino a quando non si terranno elezioni regolari e affidabili, non ci sarà un futuro per il Venezuela. ◆ fr

Alberto Barrera Tyszka è uno scrittore
e giornalista venezuelano. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è _La malattia _(Einaudi 2012).

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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati