Con l’appoggio dell’Unione africana (Ua), il 25 marzo il Ghana ha presentato all’assemblea generale delle Nazioni Unite una risoluzione per dichiarare “il traffico di africani schiavizzati e la schiavitù su base razziale degli africani” come “il più grave crimine contro l’umanità”. La proposta è stata approvata con 123 voti a favore, tre contrari (Israele, Stati Uniti e Argentina) e 52 astensioni, comprese quelle dei paesi dell’Unione europea. L’iniziativa, “senza precedenti” secondo giuristi ed esperti di risarcimenti, arriva nel momento in cui si rimettono in discussione il passato coloniale e gli abusi commessi dai paesi occidentali nel sud globale. In Africa le vittime della tratta e della schiavitù furono almeno 12,5 milioni nell’arco di tre secoli.
Nel corso dell’ultimo anno il governo del Ghana ha lavorato alla proposta di risoluzione con il sostegno dell’Unione africana e della Comunità caraibica (Caricom). In un articolo sul Guardian, il presidente ghaneano John Dramani Mahama ha scritto che lo scopo non è “riaprire vecchie ferite”, ma riconoscerle e “lavorare collettivamente per sanarle e fare giustizia”. Mahama precisava che “bisogna prendere atto di come le ingiustizie storiche abbiano prodotto le disuguaglianze di oggi. Un confronto onesto con il passato può contribuire a creare un ordine mondiale più equo e inclusivo”.
La risoluzione chiede il riconoscimento di un crimine considerato sistemico. “Non è il risultato della crudeltà di alcuni individui”, sottolinea il ministro degli esteri ghaneano Samuel Okudzeto in una lettera ufficiale pubblicata il 22 marzo. “Era un’architettura. Codificata in leggi. Istituzionalizzata dagli stati. Santificata, in alcuni ambienti, da autorità religiose che offrirono una copertura teologica alla riduzione degli africani in servitù perpetua. Una fonte di profitti attraverso i continenti e le generazioni”.
Con il riconoscimento dell’Onu, secondo il Ghana, si potrà procedere a “scuse formali, risarcimenti, riabilitazioni e garanzie che non si ripeta quanto accaduto”. Nel 2023 l’azienda di consulenza Brattle group aveva stimato eventuali riparazioni in una cifra compresa tra i cento e i centotrenta miliardi di dollari per i danni inflitti durante l’epoca coloniale e per le sue conseguenze.
Non solo simbolico
Il semplice fatto che la proposta sia arrivata all’Onu è un successo, sostengono gli esperti. “Non ha precedenti”, sottolinea l’avvocato Martin Okumu Masiga, segretario generale dell’Africa judges and jurists forum e consulente dell’Ua sulle riparazioni. “È un passo più che simbolico verso il riconoscimento della tratta degli schiavi come crimine, nel diritto internazionale e agli occhi di gran parte dei paesi del mondo”.
Adekeye Adebajo, ricercatore dell’università di Pretoria, in Sudafrica, parla di una nuova fase del percorso avviato nel 1993 con la dichiarazione di Abuja, che riconobbe la schiavitù come crimine, sollecitando risarcimenti da parte di quei paesi che si arricchirono grazie a essa. Negli anni successivi ci sono state altre iniziative, come il piano in dieci punti presentato dalla Caricom nel 2014 per la richiesta di risarcimenti, e le dichiarazioni di Durban (2021) e Accra (2023). Quest’ultima ha dato vita a programmi e commissioni all’interno dell’Ua per documentare i fatti, portare avanti il discorso sulle riparazioni ed esplorare i meccanismi legali per ottenerle. Da qui sono nate le due commissioni che hanno offerto consulenza giuridica al Ghana sulla risoluzione.
Dal 2025 l’Ua promuove iniziative per il riconoscimento di questi eventi del passato e la necessità di risarcire i discendenti delle vittime. L’anno scorso ha dichiarato il periodo 2026-2035 “decennio di azione per le riparazioni”. Nel febbraio di quest’anno ha adottato una risoluzione che riconosce la schiavitù, la deportazione e il colonialismo come crimini contro l’umanità, una tappa fondamentale prima di presentare il progetto a New York. “Sono battaglie lunghe”, sottolinea Adebajo. “Quella per abolire la schiavitù è durata quattro secoli”.
“Gli europei, e suppongo anche gli statunitensi, controbattono che quei crimini sono soggetti a prescrizione e che non erano reati quando furono commessi”, aggiunge Adebajo, ricordando che le conseguenze della schiavitù sono evidenti ancora oggi. “Per molti africani il fatto che il continente abbia un debito da 1.100 miliardi di dollari e spenda il 45 per cento delle sue entrate per ripagarlo, invece di migliorare la sanità e la scuola, è una conseguenza diretta della tratta degli schiavi”.
A detta del ministro degli esteri ghaneano, una delle obiezioni emerse durante il negoziato è che dichiarare la schiavitù come “il più grave crimine contro l’umanità” potrebbe creare una gerarchia delle atrocità commesse nel corso della storia. Sono stati manifestati dubbi anche sulla prescrizione di questi crimini. Per Masinga, però, si tratta delle “tipiche manovre evasive adottate dall’occidente. I crimini contro l’umanità non sono soggetti a prescrizione. L’Onu ha affermato che sono ancora perseguibili e vanno riconosciuti indipendentemente dal contesto in cui sono stati commessi”.
Quanto emerso durante le sette sessioni di negoziati sulla risoluzione mette ancora una volta in evidenza le difficoltà di questi tentativi. I casi in cui sono arrivate scuse formali e risarcimenti economici da parte di paesi europei che hanno partecipato alla colonizzazione e alla tratta degli schiavi sono pochi e non hanno mai costituito una risposta generale ai danni causati all’Africa.
Nel 2013, per esempio, il Regno Unito è stato obbligato a risarcire cinquemila keniani sopravvissuti alle torture nei campi di prigionia durante la rivolta mau mau negli anni cinquanta. Nel 2021 la Germania ha riconosciuto la sua responsabilità nel genocidio degli herero e dei nama all’inizio del ventesimo secolo, annunciando risarcimenti per 1,1 miliardi di euro. Nel 2022 i Paesi Bassi hanno chiesto perdono per i crimini del passato e creato un fondo da 200 milioni di euro per contrastare le conseguenze del colonialismo e finanziare iniziative sociali.
Il governo ghaneano ha assicurato che l’iniziativa va oltre la necessità di affrontare il debito storico nei confronti dell’Africa. “Un mondo che non riconosce formalmente un crimine di tale portata non tradisce solo gli africani e gli afrodiscendenti, ma l’intera umanità”, ha scritto Okudzeto. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati