In Sudafrica, paese dove ogni sera dieci milioni di persone vanno a dormire affamate, il sussidio sociale introdotto dal governo quand’è scoppiata la pandemia di covid-19 è stato un’ancora di salvezza. Certo, un’ancora minuscola, ma comunque un aiuto per almeno una parte dei 28,4 milioni di sudafricani che si stima siano disoccupati o “economicamente inattivi”. Quando il governo dopo nove mesi ha cancellato il sussidio, ha tolto a più di cinque milioni di persone un contributo mensile di 350 rand (circa 20 euro). Anche se appena sufficiente a comprare una pagnotta al giorno del pane più economico, questo contributo ha impedito che lavoratori occasionali e precari, impiegati nella ristorazione, venditori ambulanti, artisti e altri che hanno perso il lavoro soffrissero la fame durante la pandemia.

A luglio il Sudafrica è stato scosso da violente rivolte, innescate da una fazione dissidente dell’African national congress (Anc, il partito al governo dal 1994), in cui sono stati attaccati i camion che consegnavano generi alimentari, un fatto che ha acceso i riflettori sul problema della fame nel paese. Migliaia di persone in difficoltà hanno approfittato del caos per rubare da mangiare nei supermercati e nei magazzini nelle province di Kwa­Zulu-Natal e Gauteng. In risposta ai disordini, il governo ha reintrodotto il sussidio sociale, estendendolo fino a marzo del 2022. Molti sperano che sia convertito in un reddito di base.

Mama lavora al centro per l’istruzione e la formazione post-scolastica dell’università Nelson Mandela di Gqeberha (ex Port Elizabeth). È anche un portavoce della campagna #PayTheGrants, che chiede un reddito di base di 1.268 rand (74 euro) al mese per le persone di età compresa tra i 19 e i 59 anni. In Sudafrica non esiste un’indennità di disoccupazione e quella fascia di età è esclusa dalle pensioni di anzianità.

Le televisioni intervistano spesso Mama sul reddito di base. “Ogni sera più di dieci milioni di persone vanno a letto senza cena, anche se vivono accanto a negozi pieni di cose da mangiare. Il problema è che non possono permettersi di comprarle”, dice ai giornalisti. “Questo ha fatto scoppiare una crisi, che ha mostrato quanto sia ingiusto e da riformare il nostro sistema alimentare”.

Le prime proposte di un reddito di base risalgono a vent’anni fa. Il governo sudafricano “valuta” l’idea dal 2002. Una nuova generazione di attivisti come Mama oggi porta avanti questa campagna, intrecciandola con progetti di sovranità alimentare nati dal basso.

Terreni occupati

Le donne della baraccopoli di eKhenana, nella città costiera di Durban, fanno parte di un movimento nazionale sempre più diffuso di occupazioni di terreni non coltivati, che sono usati per produrre da mangiare per la collettività. Nokuthula Mabaso, 38 anni, racconta che l’orto comunitario creato dal gruppo Abahlali baseMjondolo, un’organizzazione che rappresenta gli abitanti delle baraccopoli, ha permesso alle donne di eKhenana di mettere da parte tremila rand (178 euro) di risparmi e di realizzare un pollaio comunitario. “Quando il governo ha imposto il lockdown per la pandemia di covid-19, ci siamo ritrovati tutti in difficoltà finanziarie. Ci siamo resi conto che i nostri lavori nel settore informale non ci avrebbero permesso di mantenere le nostre famiglie. In una riunione abbiamo discusso di come creare una fonte di reddito sostenibile per la comunità. Abbiamo giurato a noi stessi che nessuno sarebbe morto di fame”, racconta Mabaso. “Il pollaio oggi aiuta tutte le famiglie in difficoltà. Nessun bambino di eKhenana va a scuola o a letto con la pancia vuota”.

Un orto comunitario a KwaNdengezi, Sudafrica, 31 gennaio 2018 (Rogan Ward, Reuters/Contrasto)

Non è una cosa da poco, considerato che 2,2 milioni di persone hanno perso il lavoro durante il confinamento imposto dal governo l’anno scorso. A giugno del 2021 l’ufficio nazionale di statistica ha fatto sapere che il tasso di disoccupazione (che tiene conto anche delle persone che non cercano lavoro) ha raggiunto un livello record: il 43,2 per cento. In base alla Integrated food security phase classification (Ipc, la scala usata da varie organizzazioni internazionali per valutare la sicurezza alimentare di un paese) prima del dicembre 2020 in Sudafrica 9,34 milioni di persone, il 16 per cento della popolazione, vivevano in condizioni d’insicurezza alimentare acuta. Si prevedeva che a giugno sarebbero diventate 12 milioni.

In Sudafrica la presenza di tante baraccopoli riflette la carenza di alloggi accessibili per le famiglie povere in aree da cui è possibile raggiungere facilmente i servizi e le infrastrutture pubbliche. Le 109 famiglie che oggi formano l’insediamento di eKhenana hanno occupato due ettari di terreno nel 2018, dopo che erano state scacciate da baracche in affitto. Hanno chiamato il loro nuovo villaggio eKhenana, Canaan nella lingua zulu.

Un duro lavoro

La provincia del Capo Orientale, dove sorge Gqeberha, è la seconda più povera del Sudafrica. Secondo una rilevazione recente, il 78,7 per cento dei bambini di questa provincia vive in condizioni di “povertà multidimensionale”: non solo gli adulti sono disoccupati e senza un reddito fisso, ma la famiglia nel suo complesso non ha un mezzo di trasporto, un modo per procurarsi da mangiare, combustibile per cucinare, elettricità o acqua potabile, e abita in una casa fatiscente, senza elettrodomestici di base e servizi igienici.

Durante i lockdown si sono moltiplicati gli sforzi per coltivare i terreni abbandonati. A Gqeberha sono nati dieci orti su terre occupate, o nei cortili di scuole e ambulatori. Nell’epoca coloniale e durante l’apartheid i terreni più fertili e con le posizioni migliori erano riservati ai bianchi. Ai neri delle township restavano solo le terre più difficili da coltivare.

“Bisogna faticare molto per ricavare un campo fertile da queste distese. È un lavoro durissimo”, afferma Mama, che lavora con la Sibanye eco-gang, un gruppo di attivisti ed ex sindacalisti che rivendica terreni abbandonati a KwaZakhele, una township nata negli anni cinquanta.

Roger Mafu, 45 anni, è stato licenziato dalla General Motors due anni fa. Da allora fa l’attivista di comunità a tempo pieno con la Sibanye eco-gang. “Lavorare in un’azienda come quella è una forma di schiavitù moderna. Non sono amareggiato per il licenziamento”, afferma Mafu. “Dal punto di vista politico, queste sono aree svantaggiate. Il tasso di disoccupazione e povertà è altissimo. Durante il lockdown mi sono chiesto: ‘Perché non ci mobilitiamo e creiamo degli orti urbani?’. È quello che le persone più istruite chiamano sovranità alimentare”. La Sibanye eco-gang ha usato i piccoli appezzamenti dove ai tempi dell’apartheid si trovavano i gap taps, i rubinetti in comune. Dopo la fine del regime i rubinetti sono rimasti inutilizzati e i terreni sono diventati discariche. “Abbiamo pensato di trasformare quelle discariche in orti. Oggi chi vuole collaborare può andare ogni mattina alle otto a vedere cosa c’è da fare”.

Da sapere
Più affamati di prima
fonte: fao

◆ Con “prevalenza della denutrizione” s’intende la percentuale di una popolazione la cui dieta quotidiana non garantisce l’energia sufficiente a condurre una vita sana e attiva.


I prodotti sono messi a disposizione di tutti, sia di chi può pagare sia di chi non può permetterselo. “In questi mercati sociali si cerca di aiutare chi non ha i soldi per pagare subito. Le cose da mangiare devono servire prima di tutto come fonte di sostentamento, e solo in seconda battuta vanno considerate merci”, spiega Mama. I diversi orti organizzano delle assemblee ogni due mesi per condividere e preservare i saperi tradizionali. Quando si raccolgono prodotti preziosi come i germogli di patata dolce, sono le assemblee a stabilire come distribuirli.

Ntsika Mateta, 31 anni, spera di poter estendere questi esperimenti ai villaggi rurali e di creare delle banche dei semi per proteggere e coltivare le piante medicinali indigene. Mateta è il coordinatore dell’Eastern Cape water caucus, un’organizzazione che rappresenta circa quaranta comunità colpite dalla penuria d’acqua e di cibo, e dai costi elevati delle forniture idriche.

Di recente si è trasferito a Elundini, un paesino di appena duecento famiglie a una trentina di chilometri da Alice, nella provincia del Capo Orientale. Elundini è stata fondata nel 1986 su una collina rocciosa da centinaia di neri che erano stati costretti dal governo dell’apartheid a liberare dei terreni ben più ospitali per fare spazio alla costruzione di una diga.

L’eco-ostello Elundini backpackers ha offerto a Mateta dieci ettari di terreni per un progetto sperimentale di permacultura, con più di cinquanta tipi di verdure, erbe, piante medicinali e bacche. Mateta sperimenta tecniche di coltivazione poco dispendiose, come l’agricoltura senza scavi e senz’acqua. Nell’orto, dove non usa pesticidi, produce semi organici che crescono per diventare piantine in una serra costruita con materiali riciclati. “Quando è esplosa la pandemia ci siamo resi conto della necessità di aumentare la resilienza alimentare. I pacchetti di viveri offerti del governo, che contenevano in gran parte carboidrati raffinati, e poche proteine, frutta e verdura, erano deludenti. La cosa più importante invece sarebbe stata creare mense gestite collettivamente, di modo che le persone potessero avere le chiavi del loro benessere. Qui stiamo cercando di dare vita a un’economia circolare. Siamo distanti dalla città e non vogliamo che la gente sprechi soldi per andare a comprare da mangiare”.

Dei disordini e dei saccheggi di luglio Mateta dice: “Il costo sempre più alto dei generi alimentari, i prezzi fissati dalle grandi aziende e il fatto che il cibo sia inaccessibile alla maggior parte delle persone dimostrano che il sistema alimentare in Sudafrica è a pezzi”.

Avvicinarsi alla politica

Mateta consulta i comitati di villaggio e conduce laboratori con gli abitanti per motivarli ad ampliare il progetto. “La gente di qui coltiva solo mais e patate, non sa che coltivare verdure potrebbe assicurargli un’alimentazione più sana e sicura. Inoltre è abituata a usare i pesticidi”. Oggi però negli orti sperimentali gli abitanti del villaggio possono raccogliere verdure coltivate senza prodotti chimici e piante più rare come tarassaco, bacche, trifoglio e altre erbe selvatiche, che offrono sostanze nutritive se consumate in insalata.

Per Mateta il progetto agricolo è diventato un importante strumento di organizzazione, considerato che “le persone che vivono là sono spesso depoliticizzate e alienate da quello che succede nel paese, nel continente e nel resto del mondo. Il sistema politico che tiene le redini è disumano, non ha rispetto per l’ambiente né per le persone”.

I progetti collettivi basati sull’idea di sovranità alimentare non sono ancora la norma, e ci vorrà del tempo prima che possano estendersi ad altre aree impoverite del paese. Nel frattempo il reddito di base sembra l’unica strada percorribile per scongiurare che la fame si diffonda ulteriormente in Sudafrica. L’attivista Mama, però, lancia un avvertimento: perché il sussidio sia efficace è essenziale che lo ricevano “disoccupati, donne e lavoratori precari”. “Il governo deve consultare le persone a cui è destinato e parlare con loro”, osserva. “Non può essere il frutto di discussioni con le ong o con dei tecnocrati”. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1428 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati