Numeri del terremoto del 24 giugno 2026 fino a questo momento: 3.535 morti, 16.740 feriti, 58.870 edifici danneggiati, 189 strutture crollate. Le ferite del Venezuela sono profonde e sotto gli occhi di tutto il mondo. Nessuno può ignorare quello che è successo: un cataclisma nel cuore di uno stato fallito. Tuttavia c’è un dato ulteriore che non è stato pienamente valutato: non si tratta solo di un paese fallito, ma di un paese sotto tutela degli Stati Uniti, che manovrano i suoi leader. E, come se non bastasse, ai venezuelani viene chiesto di non politicizzare la tragedia, di metterla da parte, mentre tutte le decisioni rilevanti si prendono a Washington.
Questa settimana le conseguenze del protettorato sono diventate più visibili che mai, quando la Casa Bianca ha chiarito di non sostenere il ritorno della leader dell’opposizione, la vincitrice del Nobel per la pace María Corina Machado. Il recente scoop pubblicato dal sito Axios mostra ancora di più la volontà di Washington di sbarrarle la strada, definendo il suo sforzo “un opportunismo grottesco” che riflette il “desiderio di farsi una foto mentre distribuisce gli aiuti statunitensi”. In inglese, per dire “oltre il danno la beffa”, esiste questa espressione: “To add insult to injury”, aggiungere l’insulto alla ferita.
Ai venezuelani viene chiesto di non politicizzare la tragedia, mentre tutte le decisioni rilevanti si prendono a Washington
Il 3 gennaio, dopo l’arresto di Nicolás Maduro, il presidente statunitense Donald Trump aveva già detto che Machado non godeva dell’appoggio e del rispetto dei venezuelani. La leader non ha potuto far altro che leccarsi le ferite e consegnargli la sua medaglia del Nobel, un gesto che molti hanno interpretato come un atto di sottomissione. Ma ora Trump si è spinto oltre: non solo ha bloccato il legittimo tentativo di Machado di rientrare, ma ha anche sguinzagliato i suoi segugi per distruggerla moralmente, dissuadendola dal tornare nella sua terra quando è devastata dalla più grande tragedia naturale della sua storia.
Dietro a questo impegno si nasconde un oscuro groviglio d’interessi privati. Le persone della cerchia di Trump sembrano più preoccupate del loro tornaconto personale che del benessere dei venezuelani, e per questo hanno bisogno che la presidente ad interim Delcy Rodríguez, che segue direttamente la linea della Casa Bianca, operi senza restrizioni. È lo status quo che Trump preferisce e farà di tutto per mantenerlo, anche se questo significa prolungare la vita del regime che i venezuelani rifiutano in modo categorico.
Machado non offre queste garanzie. Da qui l’ostinazione a toglierla di mezzo e a preservare il “Rodrigato”, la giunta che Rodríguez guida insieme al fratello Jorge e a Diosdado Cabello. Gli interessi della Casa Bianca, di figure repubblicane come il segretario di stato Marco Rubio, quelli di Machado e quelli dei venezuelani sono sempre più disallineati. E finché sarà così, ci sono poche speranze di realizzare la transizione democratica che la maggioranza aspetta da anni.
La tragedia, quindi, è già politicizzata. È stata politicizzata dall’esterno e contro i venezuelani. La domanda è chi lo sta facendo e a quale scopo.
A pochi giorni dal terremoto, tre cose sono chiare. Primo, la risposta del governo, nonostante gli abbondanti aiuti internazionali, è stata tardiva e insufficiente. Secondo, la risposta della popolazione in assenza dello stato è stata generosa e spontanea, ma anche disorganizzata e limitata. Terzo, la frustrazione si è trasformata in rabbia e disperazione via via che le ore passavano e sempre meno persone avrebbero potuto essere salvate.
Il sostegno a Trump in Venezuela è crollato di 45 punti in tre mesi dopo che ha scommesso su Delcy Rodríguez è successo il 6 gennaio a Washington bisogna ricordare un’altra terribile giornata: l’11 settembre
In questo contesto l’emergenza rappresenta un’occasione per dare forma a un nuovo paese. La società civile, che ha offerto aiuto a migliaia di vittime, ha bisogno di coordinamento e di istituzioni in grado di sostenere il suo sforzo quando le risorse cominceranno a diminuire, come succede di solito in questo tipo di tragedie. Machado ha affermato di voler tornare in Venezuela per stare accanto alle persone colpite in questo momento di lutto collettivo. È un intento lodevole e indispensabile, ma deve tornare anche per aiutare a organizzare una popolazione che lo stato ha abbandonato molto tempo fa.
È lei, la leader dell’opposizione, ad avere il mandato politico per farlo. Nel triangolo formato con Trump e Rodríguez, lei è l’unica figura con un sostegno popolare provato: il 93 per cento dei voti alle primarie dell’opposizione del 2023, i verbali delle presidenziali del 28 luglio 2024 – riconosciuti dagli organismi internazionali e mai confutati con dati solidi dal chavismo – e un riconoscimento esterno indiscutibile, il Nobel per la pace nel 2025. I sondaggi indipendenti più recenti dicono che il 55 per cento dei venezualani ha un’opinione positiva su di lei (la sua popolarità, tuttavia, non è blindata e potrebbe sgretolarsi rapidamente se non producesse risultati). Nel frattempo nel paese il sostegno a Trump è crollato di 45 punti in appena tre mesi, proprio quando il presidente statunitense scommetteva su Delcy Rodríguez contro il parere degli stessi venezuelani.
Il ruolo di Machado dovrebbe essere concreto: tornare in Venezuela per condividere il lutto, sostenere la ricostruzione e seguire la transizione. Altrimenti rimarrà arenata nel limbo in cui l’ha costretta il veto di Trump, e l’opposizione finirà per cadere, volontariamente o involontariamente, in un gioco perverso: dividere la leadership unificata con il vertice di Panamá ed emarginare Machado per sostenere l’attuale governo.
Le prossime settimane saranno decisive. La Casa Bianca e Delcy Rodríguez cercheranno di consolidare la loro alleanza in ogni modo. Se ci riusciranno, i venezuelani rimarranno con un governo fantoccio, incapace d’influire sulle decisioni che definiranno il loro futuro.
Per evitare questo esito nefasto, occorre politicizzare l’emergenza a beneficio dei venezuelani. Gli Stati Uniti hanno già mosso le loro pedine per garantire i propri interessi. Che sia chiaro: politicizzare non è schierarsi con un partito, e neanche ricorrere al sensazionalismo catastrofista con cui alcuni vogliono trasformare ogni cadavere in munizioni contro il governo. È il contrario: esigere che la politica risponda alle esigenze dei venezuelani e non a quelle di Trump.
È questo che dà a Machado il ruolo di guida. Ma sarebbe un errore se ne facesse un capitale elettorale. Il movimento di cui il Venezuela ha bisogno è più ampio di qualsiasi leadership individuale: deve includere i partiti dell’opposizione, che dovranno mettere da parte le loro dispute; la diaspora venezuelana; gli imprenditori; le organizzazioni non governative sul campo; urbanisti, ingegneri e specialisti nella gestione delle emergenze; e le centinaia di migliaia di venezuelani che in questi giorni hanno mostrato quella capacità di risposta che è mancata allo stato.
La ricostruzione non può essere solo politica o solo tecnica: dev’essere entrambe le cose, e questo richiede una coalizione che unisca legittimità popolare, competenza tecnica e capacità di negoziazione con figure nazionali e internazionali, compreso lo stesso governo.
Sarebbe ingenuo credere che questo si ottenga senza un accordo minimo tra l’esecutivo e l’opposizione, avallato dagli Stati Uniti. Ma lavorare con il governo di Rodríguez non significa legittimarlo: significa togliergli le risorse per creare gli spazi istituzionali di cui il Venezuela ha bisogno per sopravvivere. Machado dovrà anche persuadere Trump che opporsi alla volontà dei venezuelani lo mette dalla parte sbagliata dell’equazione. E se lui insisterà a emarginarla, lei dovrà disobbedirgli e sfidare Rodríguez sul suo stesso terreno. Non avrà altra scelta. Altrimenti perderà il sostegno popolare conquistato onestamente.
Il Venezuela ha già vissuto questo dilemma. Dopo le tragiche alluvioni di Vargas nel 1999, la ricostruzione fu ostacolata dal chavismo, che aveva appena preso il potere e aveva altre priorità. Non furono nemmeno seguite le raccomandazioni degli urbanisti che avevano avvertito dei rischi di ricostruire sugli stessi pendii. Migliaia di famiglie tornarono a vivere dove non avrebbero dovuto.
La differenza tra politicizzare l’emergenza a favore dei venezuelani e trasformarla in uno strumento di controllo sta nel coinvolgere gli esperti, la società civile e le comunità.
Se questo spazio non viene conquistato ora, mentre il mondo ha gli occhi puntati sul Venezuela, non si prenderà dopo, quando le telecamere se ne saranno andate. ◆ et
Questo articolo è uscito sul quotidiano spagnolo El País.
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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati





