La strada s’inerpica sul fianco della montagna fino ai piedi di uno sperone roccioso che domina la valle. Da un’ora e mezza, via via che saliamo arrampicandoci verso la cima, Mateus Ximenes, 60 anni, indica le tracce ormai invisibili di una lontana tragedia. A quarant’anni di distanza non ha dimenticato un solo dettaglio di quell’interminabile calvario: “Qui, sotto quest’albero, due persone furono uccise dalle bombe indonesiane”. Più in alto mostra un prato in leggera pendenza: “Qui un’intera famiglia di un villaggio del distretto di Los Palos morì sotto un bombardamento”. Arrivato a un falsopiano che domina la cittadina di Baguia e il suo vecchio forte portoghese, fa un gesto più ampio: “Per due anni decine di persone sopravvissero in questi campi mangiando erbe, radici, qualunque cosa”.

Mateus era solo un adolescente quando il 7 dicembre 1975 Timor Leste, all’epoca una colonia portoghese situata nella parte più orientale del continente asiatico, fu invasa dall’esercito del generale-presidente indonesiano Suharto. La sua aviazione e l’artiglieria bombardarono senza tregua i centri della resistenza, dei posti difficilmente accessibili da cui la guerriglia cercava di contrastare le truppe d’occupazione.

Mateus era tra le decine di migliaia di abitanti di Timor che trovarono rifugio nei contrafforti del Matebian. Questo massiccio non è solo uno dei più alti dell’isola (2.136 metri), ma è anche una “montagna magica” dal carattere particolare, in tetun (una delle lingue principali del paese) il suo nome significa “la montagna degli spiriti”. Da sempre la popolazione di Timor Leste pensa che qui si riuniscano le anime dei morti. E la storia ha tragicamente contribuito a rafforzare quest’antica credenza.

I militari indonesiani non facevano alcuna distinzione tra civili e combattenti. I loro attacchi erano così frequenti e violenti che su questa montagna i morti si contavano a centinaia, se non di più. Ancora oggi il numero delle vittime è impreciso. Qui uomini, donne e bambini non furono uccisi solo dalle bombe, molti morirono di fame e malattie come altre decine di migliaia di persone in tutta Timor Leste, un territorio grande il doppio della Corsica e attraversato da una catena montuosa che si snoda, da est a ovest, con picchi spettacolari. In totale almeno centomila persone – alcune fonti parlano di duecentomila – rimasero vittime dell’invasione e dei successivi anni di terrore.

Nelle braccia della resistenza

Per rendersi conto delle dimensioni della tragedia bisogna tornare al fatidico 7 dicembre 1975. Arrivati quel giorno a Dili, la capitale, i soldati della marina e i paracadutisti indonesiani cominciarono a saccheggiare, violentare, uccidere la popolazione. Dal salotto della residenza del vescovado, il cardinale di questo paese al 98 per cento cattolico osservò atterrito quell’orrore. Più tardi disse che i paracadutisti “erano apparsi dal cielo come angeli per poi comportarsi come diavoli”. Si calcola che i militari indonesiani a Dili uccisero in un giorno 1.400 persone, tra cui 700 appartenenti alla comunità cinese, che ai tempi della presenza portoghese controllava l’economia del territorio.

Tutto questo succedeva in un particolare contesto internazionale. Dopo la “rivoluzione dei garofani” del 1974, il Portogallo si preparava a liquidare il suo impero coloniale, e a Timor Leste una parte della popolazione sognava l’indipendenza. Nel frattempo un partito rivoluzionario di Timor Leste, considerato dall’Indonesia una minaccia “comunista” , aveva appena dichiarato l’indipendenza. Un pretesto per il dittatore Suharto, che voleva mettere le mani sulla parte orientale dell’isola, la cui parte occidentale era già sotto il controllo di Jakarta.

La brutalità dell’operazione spinse gli abitanti di Timor Leste (all’epoca poco più di 650mila persone), tranne un piccolo gruppo di “collaborazionisti” e di sostenitori dell’integrazione del paese con l’Indonesia, nelle braccia della resistenza. Questa era guidata dai combattenti delle Forze armate di liberazione di Timor Leste, il Falintil: furono loro a scegliere come base della resistenza il Matebian per le sue pareti scoscese, le grotte e la posizione dominante. Le persone che a migliaia si unirono a loro erano originarie della zona e in generale della parte più orientale dell’isola. Qui i combattimenti furono incessanti e la repressione indonesiana fu portata avanti con terribili atrocità.

Miguel Liquisae, 69 anni, un ex guerrigliero che incontro sulla montagna, racconta che a “Los Palos i soldati uccidevano le donne incinte sventrandole. Altrove tagliavano i genitali dei combattenti e glieli mettevano in bocca”.

L’angoscia, per i rifugiati sulla montagna, era “supersonica”. Un’espressione che i sopravvissuti usano ancora oggi. “Gli aerei passavano sopra di noi, sentivamo solo shhhhhhh e poi arrivavano le bombe. Nel frattempo cercavamo di nasconderci come potevamo”, racconta Mateus, la nostra guida. Accompagnando le parole con dei gesti, si getta a terra tra le rocce, la testa nascosta tra le braccia, ridendo suo malgrado nel raccontare l’indimenticabile: “Speravamo che le bombe ci risparmiassero, ma era dura. Eravamo bombardati dal cielo e dal mare sette giorni su sette”.

Gli sfollati si spostavano di continuo. “Non restavamo mai più di qualche settimana nello stesso posto”, racconta Mana Leo

Ricordi dolorosi

Sono passati più di quarant’anni. In lontananza, in una mite mattina d’autunno, s’intravede la costa orientale avvolta nella foschia. All’epoca le navi da guerra indonesiane erano ancorate nella zona con i cannoni puntati verso la montagna. Come immaginare, di fronte alla bellezza unica di questo paesaggio, gli orrori del passato?

Nella sua modesta casa di Baguia, Mana Leo, insegnante, che aveva sette anni nel 1976, deve interrompere l’intervista dopo cinque minuti perché scoppia in singhiozzi mentre racconta la sua storia: “Dopo la fuga sulla montagna, ero io che mi occupavo di mia sorella, nata una settimana prima”. La vita, ma forse sarebbe meglio dire la sopravvivenza, era quasi impossibile: “Prima dell’alba mia madre andava nella foresta in cerca di qualcosa da mangiare: piante, patate dolci, piccoli animali, radici”. A questo punto Mana Leo comincia a piangere. “I miei tre fratelli morirono di fame. Nella valle i soldati indonesiani decapitarono mio zio, accusato di lottare con la resistenza, e misero la sua testa su un muro”.

Gli sfollati si spostavano di continuo. Alcuni vivevano nelle grotte riuniti in famiglie o in villaggi. “Non restavamo mai più di qualche settimana nello stesso posto”, continua Mana Leo trattenendo i singhiozzi. “All’inizio ci spostavamo tutte le notti”. La resistenza ebbe grandi difficoltà a sfamare e proteggere una popolazione di circa 140mila persone, una cifra che rende l’idea della densità demografica sulla “montagna degli spiriti”.

“Dopo tre mesi avevamo finito i viveri”, racconta Gregorio de Oliveira, cugino di Mana Leo, “ed è allora che i bambini cominciarono a morire”. De Oliveira, 85 anni, aveva dieci figli, quattro di loro combattevano nella resistenza, uno fu catturato e ucciso.

Da sapere
La lotta per l’indipendenza

◆ L’isola di Timor fu divisa in due ufficialmente nel 1914 ma da quasi tre secoli era contesa da olandesi e portoghesi. La parte orientale, Timor Leste, rimase ai portoghesi.

◆Nel 1974, con la rivoluzione dei garofani, il Portogallo promise di liberare le colonie; nel novembre dell’anno successivo il Fronte rivoluzionario per Timor Leste indipendente (Fretilin) dichiarò l’indipendenza della parte orientale dell’isola.

◆Nel dicembre 1975 l’Indonesia (a cui appartiene Timor Occidentale) invase Timor Leste e ne proclamò l’annessione dopo aver represso nel sangue la resistenza. Si calcola che 200mila persone morirono per la violenza e la fame.

◆Nel 1981 prese la guida della resistenza Xanana Gusmão, leader del Falintil (il braccio armato del Fretilin), che fu catturato nel 1992 e condannato all’ergastolo in Indonesia.

◆Nel 1996 il leader storico della resistenza **José-Ramos Horta **e l’arcivescovo di Timor Leste **Carlos Belo **ricevettero il Nobel per la pace.

◆Nel 1999 Indonesia e Portogallo firmarono un accordo per consentire ai timoresi di autodeterminarsi, e al referendum che si tenne il 30 agosto il 78 per cento dei votanti scelse l’indipendenza. Nelle violenze compiute dalle milizie contrarie all’indipendenza con l’aiuto dei militari indonesiani morirono mille persone. Il paese fu affidato a un’amministrazione transitoria delle Nazioni Unite.

◆Nel 2002 Timor Leste è diventata indipendente, e Gusmão è stato il suo primo presidente. La missione dell’Onu è terminata nel 2012.


Per cercare di non morire di fame la gente si era organizzata in “cooperative”, talvolta poste sotto il controllo del Falintil. “Vedete quel terreno in pendenza? Era coperto di campi di patate dolci e di fagioli”, indica Mateus.

Arrivati in cima alla prima cresta della montagna si vede una specie di altopiano che si estende sinuoso fino a un altro sperone roccioso. Alzando la testa si distinguono tre buchi neri nella roccia: le grotte dove all’epoca si rifugiavano centinaia di persone. A diverse ore di cammino da qui, sul fianco occidentale del Matabian, si trova un altro posto tristemente noto, il cosiddetto Lacudala. È lì che dall’autunno 1978 per diversi mesi avvennero le esecuzioni sommarie dei prigionieri, circa trecento persone, di cui 59 sono state identificate dalla Commissione verità e riconciliazione (Cavr). Tutte fucilate o gettate nel precipizio.

Marcos Pereira, 64 anni, è uno dei quattro sopravvissuti a quelle stragi. “Mi portarono qui la mattina, non so più di che giorno né di che mese, ma era verso la fine dell’anno perché erano arrivate le piogge”, precisa Pereira, che fa l’allevatore di pecore. “Mi legarono le mani dietro la schiena. Il giorno dopo, molto presto, i soldati cominciarono a portare dei piccoli gruppi di uomini. A un centinaio di metri da dove mi trovavo li uccidevano a uno a uno con il fucile. Si sentivano i colpi, pam! pam!”. Marcos fu fortunato, lo zio era stato assunto dall’esercito come interprete. “Quando mi vide, lo zio disse all’orecchio di un ufficiale: ‘Risparmiatelo, è mio nipote!’”. Così l’ufficiale si disinteressò della sorte di Marcos e dei suoi tre amici. Verso le due del mattino scapparono di nascosto.

La resa e il riscatto

Quella strage risale probabilmente al 1978, cioè alla fine dell’epopea dei rifugiati del Matebian. Il 21 novembre di quell’anno, infatti, il Falintil dovette chiedere ai sopravvissuti di arrendersi: il nemico accerchiava la montagna. I rifugiati e i combattenti erano stati costretti a ingoiare l’amaro boccone della sconfitta, ricorda Mana Leo: “Gli uomini della resistenza ci dicevano: ‘Scendete nelle zone controllate dagli invasori. Ma restate fiduciosi, si arrendono i vostri corpi, non il vostro cuore’”.

E il futuro gli diede ragione. La rivolta, con i leader in gran parte eliminati, si disperse, ma poi si ricompattò per servire da braccio armato a un movimento di resistenza sotterraneo che riuscì a rimanere attivo fino all’organizzazione, nel 1999, dopo quasi 25 anni di occupazione, di un referendum sull’autodeterminazione. In quell’occasione il 78 per cento si pronunciò per l’indipendenza, arrivata nel 2002. Da allora gli avvenimenti gloriosi e tragici della “montagna degli spiriti” rimangono il simbolo dell’eccezionale capacità di sopravvivenza delle popolazioni locali. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1444 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati