Nel gennaio 2021, pochi giorni dopo la celebrazione del decimo anniversario della rivoluzione in Egitto, una ragazza di quattordici anni è morta a sud del Cairo mentre subiva una mutilazione genitale. Due mesi dopo tre uomini hanno fatto irruzione in casa di una vicina con catene e bastoni perché sospettavano che avesse una relazione extraconiugale. L’hanno torturata tanto che si è buttata dal balcone ed è morta.

Dieci anni dopo che in tutta la regione le persone sono scese in strada per cacciare i leader autoritari, in Egitto la determinazione a controllare la sessualità delle donne continua a ucciderle. Poco dopo la caduta di Hosni Mubarak avevo previsto che gli abusi sessuali commessi dai militari sulle attiviste avrebbero scatenato una rivoluzione femminista. Mi sbagliavo di dieci anni, ma ora sta succedendo. Le donne e le persone queer si stanno ribellando contro una forma di tirannia ancora più ostinata di quella dei dittatori: il patriarcato e la sua stretta sui loro corpi e le loro sessualità.

Le barricate della rivoluzione sessuale di oggi non sono nelle piazze che dieci anni fa riecheggiavano di cori. Si trovano invece sui social network, a cui milioni di persone possono accedere da casa. Attraverso account in lingua araba senza precedenti per il loro coraggio, queste rivoluzionarie della sessualità prendono di mira il pudore, i tabù, il silenzio e la repressione sessuale.

Uno dei catalizzatori della rivolta del 2011 è stato il potere che i giovani sperimentavano usando Facebook per dire “io valgo” mentre contestavano l’oppressione dello stato. Oggi sono le donne e le persone queer a dirlo, contestando quella che definisco la triade del patriarcato: lo stato, la strada e la casa. Le pagine rivoluzionarie egiziane sui social network sono varie. Sull’account Instagram Assault police, aperto nel luglio 2020 da Nadine Ashraf, 22 anni, centinaia di sopravvissute parlano di violenza sessuale subita a casa, al lavoro e altrove. Seguito da quasi 350mila persone, questo profilo ha contribuito a infrangere i tabù sulla violenza sessuale e a denunciare i responsabili. Altre pagine hanno l’obiettivo di mettere fine al pudore e al silenzio che soffocano il desiderio e il piacere. Tra questi ci sono thisismotherbeing, dell’educatrice sessuale Nour Emam, con i suoi 330mila follower; The somatic therapist, di Yasmine Madkour, con un seguito di circa quarantamila persone, e molte altre pagine in arabo, alcune delle quali legate a persone che vivono in Egitto, altre no, alcune anonime, altre no.

In prima persona

Fatma Ibrahim, ricercatrice femminista e dottoranda nel Regno Unito, ha lanciato su Instagram la pagina The sex talk dopo essersi impegnata per conoscere e capire il suo corpo e la sua sessualità, “per poi realizzare che ogni donna dovrebbe farlo”. Su internet Ibrahim trovava solo contenuti conservatori in arabo, che si focalizzavano sul dare piacere agli uomini o sulla salute riproduttiva. “Non c’era niente sui bisogni e le esperienze delle donne”, spiega. “Inoltre, il linguaggio era complicato e non accessibile a tutte, così ho deciso di creare quel contenuto alternativo che speravo di trovare”.

Anche le due fondatrici di Mauj, che preferiscono restare anonime, sono state ispirate dal “bisogno vissuto in prima persona di più conoscenza, informazione, dialogo e accettazione”, raccontano. “Grazie a tutte le donne coraggiose che si sono unite a noi in questo percorso, Mauj è proprio quello che speravamo: un’onda di donne che si mettono insieme per cambiare la corrente”.

Shrouk el Attar, un’ingegnera queer egiziana che ha chiesto asilo nel Regno Unito, ha lanciato l’account Dancing queer per fare campagna in favore delle persone lgbt+, anche attraverso il talk show El kanaba (Il divano), trasmesso su Instagram. “Ho cominciato perché trovavo poco o niente di positivo sulle persone lgbt+ in arabo. Invece è importante potersi esprimere e sentirsi a proprio agio usando la propria lingua”.

Quando il sesso e la sessualità sono circondati dal silenzio e dal tabù, le persone più emarginate sono le più colpite. La triade del patriarcato fa sì che siano le donne e le persone queer a essere le più emarginate sessualmente. E questo è vero tanto sotto i movimenti islamisti quanto sotto i governi teoricamente laici. L’attuale regime egiziano ha messo in atto la più dura repressione contro le persone lgbt+ nella storia recente del paese. La gara a superarsi nella “politica della rispettabilità” unisce i regimi militari e i fanatici religiosi. Entrambi concepiscono il loro ruolo come quello di guardiani non solo della sicurezza nazionale, ma anche dei corpi e delle sessualità delle donne e delle persone queer.

Le armi della rivoluzione contro il patriarcato hanno molte forme, e quando il consenso, l’azione e il piacere sono al cuore della lotta, hanno anche quella di giocattoli sessuali. Decenni dopo che la scrittrice egiziana Nawal el Saadawi, morta nel marzo 2021, evidenziò per la prima volta la correlazione tra la mutilazione genitale femminile e l’obiettivo del controllo della sessualità delle donne nel suo libro “Donne e sesso”, messo al bando in Egitto per quasi vent’anni prima di essere pubblicato nel 1972, le sue eredi non solo esplicitano questo collegamento, ma spiegano come le donne che hanno subìto quel trauma possono ancora godere dell’intimità sessuale. A giugno del 2021 Mauj ha lanciato Deem, il primo sex toy creato da donne arabe e per donne arabe.

Se gli smartphone hanno dato al mondo un posto in prima fila durante la rivoluzione di piazza Tahrir al Cairo, un tweet alla volta, Deem porta la rivoluzione sessuale a casa, un orgasmo alla volta.

Ed era proprio ora! ◆ fdl

Mona Eltahawy è una scrittrice, attivista e femminista egiziana che vive negli Stati Uniti. Ha scritto questo articolo per la serie “Radical activism in Africa”, curata dall’attivista per i diritti umani ugandese Stella Nyanzi e da James Wan, direttore del giornale online African Arguments.

Questo articolo è uscito sul numero 1444 di Internazionale, a pagina 47. Compra questo numero | Abbonati