Quando Nour Emam ha deciso di insegnare alle donne arabe a conoscere il loro corpo, l’argomento era così inavvicinabile che una delle sue prime difficoltà è stata capire come pronunciare la parola “clitoride” in arabo. “Non l’avevo mai sentita”, racconta Emam, 29 anni, attivista per la salute delle donne al Cairo, in Egitto. “Nessuno la usa, quindi non si trova da nessuna parte il modo corretto di pronunciarla”. Dopo un’attenta ricerca, ora lo sa, e come lei centinaia di migliaia di persone che la seguono sui social network, dove Emam ha aperto uno dei principali spazi per l’educazione sessuale nel mondo arabo.

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Emam e un numero crescente di attiviste lo hanno fatto per cercare di colmare il vuoto di un’istruzione scolastica sulla sessualità che in gran parte del Medio Oriente è minima o inesistente, e di una cultura patriarcale che ha impedito a molte donne arabe di conoscere il proprio corpo e le ha costrette a vergognarsene. Usando internet per eludere i tabù e la censura del governo, danno spiegazioni e consigli alle donne arabe, infrangendo miti e disinformazione, e in alcuni casi cambiando le loro vite.

Dal Cairo Emam, nota con lo pseudonimo Mother being, ha pubblicato centinaia di video su Instagram e TikTok in cui parla di argomenti intimi in modo volutamente informale, a volte mentre cucina. A marzo del 2021 ha inaugurato un pod­cast sulla salute sessuale e riproduttiva: il primo episodio, sugli orgasmi, ha attirato decine di migliaia di ascoltatrici. Il sito Mauj, un progetto panarabo gestito da donne in diversi paesi, pubblica articoli sulla salute sessuale e riproduttiva, e vende per corrispondenza vibratori, che sono vietati in molti paesi arabi. The sex talk, creato da un gruppo di donne arabe residenti in Medio Oriente e all’estero, ha attirato decine di migliaia di follower su Instagram e Facebook grazie alle grafiche e ai video di educazione sessuale e all’impegno a favore delle persone lgbt+. “Il nostro obiettivo principale è abbattere i tabù e i miti”, afferma la fondatrice Fatma Ibrahim, di 32 anni.

Mediche come Sandrine Atallah, una sessuologa di Beirut, in Libano, e Deemah Salem, ostetrica di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, usano YouTube e Instagram per sfatare gli stereotipi sulla sessualità diffusi in tutta la regione, come la credenza che gli assorbenti interni facciano perdere la verginità. “È un momento storico”, afferma Nancy Ali, ricercatrice associata all’università della Sorbona a Parigi, specializzata in studi sul genere e la memoria in Medio Oriente e Nordafrica. “La nostra cultura e il nostro linguaggio sul sesso sono estremamente eufemistici, perciò l’idea di parlare di zone erogene e sesso in modo diretto è nuova per noi, tanto più se a farlo sono delle donne”.

Un post dell’account Instagram thisismotherbeing, creato da Nour Emam

In un periodo in cui i social network sono sotto accusa per la diffusione di notizie false, queste iniziative e altre simili li usano per contrastare la disinformazione, sfruttando la loro capacità di raggiungere le donne in tutta la regione a prescindere dai confini di classe e nazionali.

Progetti fermi

Messi insieme, dicono i sostenitori, questi spazi potrebbero essere l’avanguardia di un cambiamento culturale, una rivoluzione simile a quella di Our bodies, ourselves (lo storico volume femminista sulla salute sessuale e riproduttiva pubblicato negli anni settanta) negli Stati Uniti, ma cinquant’anni dopo e sul telefono.

Un post dell’account The sex talk di Fatma Ibrahim

I paesi arabi sono molto indietro rispetto alla gran parte del mondo in tema di uguaglianza di genere, anche nella sfera dell’educazione sessuale e della salute riproduttiva. Circa il 40 per cento delle gravidanze nella regione sono indesiderate, secondo uno studio del 2018 del Guttmacher institute. La mutilazione genitale femminile è diffusa in diversi paesi. Il tasso di nascite tra le adolescenti è più alto della media. Secondo uno studio dell’Onu, neanche un paese arabo offre un’educazione sessuale esaustiva nelle scuole. La Tunisia, uno dei paesi della regione più aperti, l’anno scorso ha lanciato un’app gratuita per l’educazione sessuale, ma i progetti per introdurre l’insegnamento dell’educazione sessuale a scuola sono fermi.

I nuovi spazi sui social network offrono informazioni concrete e un punto di vista femminile in una sfera in cui a dettare legge sono sempre stati il patriarcato, la dottrina religiosa conservatrice e, più di recente, la pornografia online.

Anche se i metodi usati sono diversi, per lo più si concentrano sull’anatomia del corpo delle donne, sul sesso e sulla critica di costumi considerati dannosi per le donne. Uno dei bersagli principali è la credenza religiosa secondo cui le donne hanno il dovere di accontentare qualunque desiderio sessuale dei mariti, un obbligo radicato nel detto attribuito al profeta Maometto che “gli angeli maledicono” una donna che rifiuta suo marito. Le attiviste cercano di sostituire quest’idea con un approccio basato sul consenso. Un’altra bolla che intendono far scoppiare è la concezione molto diffusa in Medio Oriente secondo cui l’onore della famiglia è legato alla verginità di una donna.

L’account di Deemah Salem, ginecologa di Dubai

C’è stata una forte opposizione da parte dei conservatori, di solito espressa nelle risposte agli articoli o ai video pubblicati. “Mai e poi mai permetterei a mia figlia o a mia sorella di vedere cose come questa finché sono ancora vergini, prima del matrimonio”, dice Ahmed Osama, 25 anni, ingegnere informatico del Cairo, indignato per un post sulla masturbazione. “Perché sensibilizzare su cose come questa invece che su come essere una buona casalinga, su come sopportare, tollerare e amare? Che fine hanno fatto la decenza e la religione?”.

Norhan Osama, 24 anni, un’addetta all’assistenza clienti di Giza, in Egitto, dice che c’è bisogno di più educazione sessuale ma è preoccupata che questi siti facciano perdere “il pudore e l’imbarazzo” di fare qualcosa di sbagliato. “Se non sei salda nel tuo credo potresti allontanarti, pensando che non c’è niente di male a fare sesso quando non sei sposata”, dice. “È peccato. La risposta è semplicemente questa”.

Un post dell’account Dancing queer, aperto dall’ingegnera queer egiziana Shrouk el Attar

Esplicite e dirette

Forse la differenza più grande con le precedenti rubriche e programmi tv sul sesso nel mondo arabo è che le nuove piattaforme tengono in gran conto la schiettezza. Sono più dirette ed esplicite. Secondo Emam parlare apertamente di sessualità delle donne – abituandole anche a sentire la parola clitoride – fa parte di una più ampia missione per spezzare quello che considera un ciclo di traumi passati di generazione in generazione, a causa dei quali molte donne arabe sono state spinte a credere di avere “un’esistenza sbagliata, disonorevole e peccaminosa”. Non pronunciare quella parola, afferma, “era un altro modo per impedire di connetterci realmente ai nostri corpi, al nostro retaggio e alle nostre radici”.

Emam era una dj di musica techno prima di diventare madre e cadere in una depressione post partum. Questo l’ha portata a diventare doula, una professionista che sostiene le donne durante il parto, e a concentrarsi sulla salute riproduttiva e sull’educazione sessuale. Vive in Egitto, ma afferma che circa il 25 per cento delle sue follower sui social network proviene da altri paesi, tra cui Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Marocco.

Il suo impegno sembra aver risposto a una necessità. Sarah el Setouhy, un’economista del Cairo di trent’anni, che ha seguito su Zoom il corso di Emam “Controllare il tuo ciclo”, racconta che soffriva di mestruazioni dolorose. Le era stato insegnato “a conviverci e basta” e, altro mito diffuso, che il dolore si sarebbe ridotto dopo il matrimonio e le gravidanze. Emam le ha spiegato che il dolore poteva essere causato da numerosi fattori e l’ha incoraggiata a vedere un medico. “Ti dà la fiducia per capire il tuo corpo”, dice El Setouhy. “Da allora ho lavorato molto su me stessa”.

Il vibratore prodotto da Mauj, sulla pagina Instagram del sito

Poco alla volta, scambi come questi trasformeranno la società, sostiene Emam: “Credo che le donne abbiano cominciato a svegliarsi. E noi abbiamo amplificato le nostre voci”. Come a illustrare la connessione tra le iniziative nella regione, si alza per andare a prendere un regalo che ha ricevuto per posta: un vibratore del marchio Mauj.

Il sito Mauj (“Onde”, in arabo) è stato fondato nel 2020 da due donne di 32 anni che chiedono di rimanere anonime per timore di ripercussioni. Crescendo, raccontano, nessuna delle due ha ricevuto un’educazione sessuale, al di là di qualche sbrigativa parola sulle mestruazioni e avvertimenti a non restare incinte. Nel tentativo di creare “uno spazio libero dal giudizio” per parlare di argomenti a lungo taciuti, Mauj propone una serie di video che invitano le donne a condividere in modo anonimo le proprie esperienze su questioni come il sesso, la discriminazione legata all’aspetto fisico e le molestie sessuali.

Mauj ha creato un vibratore progettato per donne arabe che hanno a cuore sia il pudore sia il desiderio sessuale

A differenza di altri siti, Mauj ha anche creato un prodotto, un vibratore progettato per donne arabe che hanno a cuore il pudore tanto quanto il desiderio sessuale. Per non dare nell’occhio è a forma di lacrima ed entra nel palmo di una mano. I vibratori non si vendono nei negozi dei paesi arabi e alcuni stati li proibiscono severamente. Gli Emirati Arabi Uniti per esempio li vietano considerandoli “oggetti che contraddicono la fede islamica e la morale pubblica”.

Le fondatrici di Mauj li considerano come un’estensione della loro missione educativa: li hanno creati per ispirare le donne a diventare più curiose del loro corpo, dicono, e per smontare l’idea diffusa che il piacere maschile sia più importante di quello femminile.

Fonte di piacere

Deemah Salem, l’ostetrica di Dubai, ha aperto un profilo Instagram rivolto alle musulmane conservatrici che sono troppo timide, imbarazzate o timorose per andare di persona da una ginecologa. “In Medio Oriente c’è questa convinzione sbagliata che le ragazze non debbano andarci finché non si sposano”, spiega. “Molte non ci vanno per anni o mai, per paura che sottoporsi a un esame pelvico possa causare la perdita della verginità”. Donne e ragazze mandano le loro domande su Instagram e, anche se non può dare cure o diagnosi, Salem offre consigli generici, sapendo che molte di queste donne forse non andranno mai in un ambulatorio.

Un altro problema comune che ha riscontrato è che l’enfasi sul celibato prima del matrimonio, spesso imposto con la paura, può ripercuotersi sulla vita matrimoniale. Una vergine che improvvisamente si trova sdraiata accanto al marito la prima notte di nozze, dice, potrebbe essere sopraffatta dal terrore e dall’imbarazzo, che può manifestarsi fisicamente in vaginismo, un disturbo in cui i muscoli della vagina si contraggono involontariamente durante la penetrazione.

I nuovi siti e le pagine sui social network hanno portato cambiamenti piccoli ma potenti nella vita di molte donne. Salma, 32 anni, docente di scuola superiore che preferisce non usare il suo cognome, racconta che il corso seguito con Emam l’ha spinta a sentirsi più a suo agio con il suo corpo. Quando ha le mestruazioni, per esempio, non sente più il bisogno di nascondere un assorbente mentre va in bagno. “Perché devo nasconderlo?”, dice.

Ha scoperto che il suo corpo è una fonte di piacere. “Pensavo che masturbarsi fosse qualcosa di cui vergognarsi”, racconta. “Ma ora so che è normale e naturale, una cosa da fare e da cui trarre piacere”. E sa anche come dirlo in arabo. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul numero 1444 di Internazionale, a pagina 47. Compra questo numero | Abbonati